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IN CUI SI POSSONO TROVARE NOTIZIE E POLEMICHE DI PUBBLICA UTILITÀ.

 

20 aprile 2018

Se le Edizioni Odradek non esistessero, bisognerebbe fondarle.
Possiamo, però, risparmiarci la fatica perché fortunatamente esistono, lo dice uno come me che è lontano politicamente da parte di quel catalogo, ma che ne ammira un’altra parte, peraltro cospicua, che affronta temi storici - specie dall’angolatura antifascista - con libri che altrove non spesso si trovano. Ciò è dovuto a Claudio Del Bello che la dirige, intellettuale lucidissimo; mi fa rabbia non pensarla come lui e spero (invano) che anche a lui faccia rabbia non pensarla come me.
Anche quella parte di catalogo che mi vede lontano da certi titoli, va detto che sono libri condotti da autori di grande onestà intellettuale. Non è cosa di tutti i giorni.
Altro merito di Odradek è dare spazio ad autori di giovane età che - a dispetto dei parrucconi i quali parlano malissimo di tutti, proprio tutti, i giovani - dimostrano di essere capaci di studi serissimi.
È il caso di Laura Bordoni autrice di Il caso Roatta

Armando Adolgiso su www.nybramedia.it Sez. > Cosmotaxi in occasione della recensione a Il caso Roatta.

Al quale così abbiamo risposto:

Caro Armando,

la Storia si espande nel catalogo e cannibalizza
quelle parti - la Politica - che non riescono a resistere
ai colpi della Realtà. O si fa Storia, di tutto - arte, letteratura,
cinema e … politica - prima di ogni contesto, oppure meglio tacere.

Mica vero che siamo così distanti...

 

 

«Sono cresciuto a libri Odradek» fa un signore guardando compiaciuto alcuni settori sul banco, alla Fiera della piccola e media editoria. Ha acquistato due libri che gli mancavano. E se ne è andato lasciandoci sgomenti, improvvisamente gravati da responsabilità insospettate.

 

Salerno, 14 ottobre 2015, conferimento laurea magistrale ad honorem a Cesare Bermani.

Ci piace così, il Chiar.mo Prof. Cesare Bermani, in jeans, senza tocco e col fiocco anarchico di sghimbescio.

 

 


Avevamo messo questa ammiccante immaginetta di un albero di Natale piantato su una pila di libri, con la stella sostituita dal nostro chiodo a quattro punte. Ma poi ci arriva questa intemerata dalla libreria ODRADEK di MILANO, dura e pura, contro il dono comunque, tanto più se imposto per tradizione più o meno religiosa.
Nessuna eccezione? Un libro… no?

Cominciamo con il cambiare una data

«La festività del Natale rappresenta al contempo l’esito felice di un’attesa fiduciosa e un incubo. L’inesorabile meccanismo perverso del dono ci schiaccia tutti – impoverendoci, materialmente e spiritualmente perché con il dono si tacita la coscienza per tutta la ricchezza perduta in relazioni mancate.
Più che il simbolo di una nascita, Natale è il giorno in cui il sistema capitalistico si riappropria di ciò che ha fatto finta di darci in cambio della croce di un lavoro ansiogeno e sempre più frustrante.
La libreria Odradek, pertanto, vorrebbe sfruttare la circostanza del tipo di Papa che governa oggi la Chiesa – questo Papa Francesco così deciso a un cambiamento - e suggerirgli umilmente – a lui che può – di cambiare data al Natale. Il Gesù che conta – per noi, come per lui -, d’altronde, può esser nato anche in un giorno che può tornare ad essere qualsiasi. E’ un invito a troncare ogni connivenza con il tripudio del mercato, a liberarsi dalla responsabilità del complice e, infine, a non fornire più alcun alibi a nessuno.»

Natale 2015

 

 

Il 25 maggio ci ha lasciati Walter Peruzzi. Un ricordo di Odradek.

Ho conosciuto Walter come editore, in occasione della pubblicazione dei suoi libri. È con riferimento a questa circostanza che posso parlarne. Sapevo del suo passato di militante. Fatemelo dire, uno dei tanti che fummo. Con una differenza importante, però: il suo impegno come promotore e organizzatore di tante riviste come “Lavoro Politico”, “Marx 101”… e l'ultima, la fondamentale e longeva "Guerre&Pace" che, con "Giano" di Luigi Cortesi, è stata ed è un presidio critico - e altri non ce ne sono stati - sul fronte della geopolitica e dell'informazione contro le guerre.
Negli incontri per Il cattolicesimo reale, e poi in quelli per Il gioco dell'oca, stavamo dalla stessa parte del tavolo, non avevamo bisogno di guardarci per parlare il gergo antico della tipografia.

Non che fosse irenico, era tosto, anzi scorbutico e pronto alla vertenza, eppure i due libri sono usciti come frutto di una collaborazione effettiva, e Il gioco dell'oca l'ha scritto con altri tre coautori. Scorbutico e causidico, eppure l'ho visto discutere con dom Franzoni e don Mazzi, perché la sua preparazione è solida, i suoi libri sono strutturati.
Laureato in Filosofia alla Cattolica di Milano, conosceva il proprio oggetto dall'interno e ne padroneggiava i dispositivi logici. Il "compagno tomista", scherzavo. Soprattutto Il cattolicesimo reale è una lunga argomentazione, seria e documentata che intreccia temi garantendo nei confronti dell’unilateralità e dell'ideologia più o meno consapevole, assicurando una restituzione complessiva dell’oggetto.
Il Cattolicesimo reale è un libro aperto e amichevole per i suoi lettori, in cui cioè l’architettura non è vincolante perché l’impianto non è deduttivo, perché permette di entrarvi, e ritornarvi, da molte parti, grazie a numerosi apparati e a un generoso Indice analitico. Per questo, molti cattolici lo hanno preso in considerazione.
Laici e credenti uniti nella lotta? Non proprio, ma per una maggiore comprensione, per la possibilità di dialogo: nel pubblico, nella politica, nel sociale, nel dibattito culturale, nella ricostruzione scientifica. Intransigente, ma con una certa cortesia.
D’altra parte questo di Peruzzi è un libro difficile da metabolizzare in poco tempo, proprio come il suo autore. Credo anzi che debba essere un livre de chevet, cinque pagine da leggere prima di addormentarsi. È così che tengo il suo libro. Un libro di consultazione, non un libro di storia, ma un libro in cui cercare gli antecedenti e le modificazioni di ciascuno di quegli impedimenti, di quegli impacci che hanno limitato e limitano non solo la libertà del cittadino ormai laico, ma anche quella del credente, o per lo meno di quei credenti che considerano la fede non un limite ma una risorsa per lo sviluppo della persona.

I libri che ha scritto, le riviste che ha fatto. Ci resta molto di lui.

CDB, 28 maggio 2014

 

*** Con soddisfazione riportiamo la dichiarazione di Davide Vender - patron della libreria Odradek di Roma, via dei Banchi vecchi 57 - rilasciata a Liberazione di domenica 13 giugno, p. III. Unica voce dissenziente in uno speciale intitolato La Pantera siamo noi, acritico e autoreferenziale.
«Non è vero che il movimento della Pantera è stato rimosso. Molto più semplicemente, non viene ricordato come gli altri movimenti che lo hanno preceduto, perché non è riuscito a modificare di una virgola i rapporti di forza, per es. rispetto alla riforma Ruberti che apriva la strada alla privatizzazione della ricerca».
D'altra parte, «il movimento della Pantera ha prodotto due soggetti: uno dei peggiori ceti politici che la sinistra, cosiddetta radicale, abbia mai avuto; e molti personaggi oggi in vista nella sfera della comunicazione, che in quel movimento giocarono un ruolo da protagonisti... Ma l'onda lunga del 68-69 ha prodotto molte conquiste incidendo sui rapporti materiali del Paese: statuto dei lavoratori, divorzio, aborto... La Pantera cosa ha fatto, se non addestrare un nuovo ceto politico?». Amen.
O., 14 giugno 2010

*

Coccodrilli tiberini - Non hanno aspettato nemmeno un giorno per fargli questo straordinario elogio, "forse" involontario.

«Saramago è stato dunque un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all'ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell'evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell'inquisizione», Claudio Toscani su l'Osservatore romano di oggi, con il corpo ancora caldo di José Saramago.

*

Coccodrilli, sciacalli, ... Per un commento puntuale e senza sconti all'articolo dell'Osservatore romano, si veda Quando volano gli avvoltoi di Walter Peruzzi, sul suo blog. E poi, cosa pensava Saramago di Berlusconi?

*** Oh Capitano! mio Capitano! la tenzone tremenda è finita
ogni tempesta ha superato la nave, ma del premio ti hanno orbato,
il popolo esulta, suona trombe, agita mazzi di fiori e ghirlande innastrate,
masse ondeggianti, volti fissi impazienti, ma ti hanno freddato,
la nave è all'ancora salva, il viaggio è finito,
e reca il tuo corpo oltraggiato da una firma, in calce
Rive esultate, e voi squillate, campane!
Io con passo angosciato cammino sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto morto, freddato, a Maggio,
dal torvo gran Bastardo, non di pelle ma di sangue reale.
Di Maggio. Of course.

*** Riflettendo sul 25 aprile: un editoriale di Walter G. Pozzi su Paginauno

Uno dei libri che meglio rappresentano la nostra casa editrice è IL NEMICO INTERNO. Guerra civile e lotta di classe in italia (1943-1976) di Cesare Bermani. Ha quasi esaurito la seconda edizione, ma è stato osteggiato dalle associazioni partigiane e da tutti coloro che si riconoscevano nella vulgata resistenziale. Posizioni unilaterali e storiograficamente insostenibili e che ora, davanti al clamoroso collasso dei valori della Resistenza, mostrano tutta la loro carica fallimentare. Walter G. Pozzi, nel suo editoriale, riprende a considerare il valore euristico e interpretativo della nozione di "guerra civile" in quanto, lungi dal sostituire il conflitto di classe, ne costituisce il necessario prodromo. O., 26 aprile

Riflettendo sul I maggio: Ultimo maggio, di Alessandra Daniele su Carmilla

un de profundis di Francesco Piccioni su il manifesto

VOGLIONO FARE LA FESTA AL LAVORO
Francesco Piccioni
Questo Primo Maggio cade nel momento più critico che il mondo del lavoro si trova ad affrontare da oltre 40 anni. La crisi economica globale ha effetti devastanti soprattutto su quei paesi «maturi», come il nostro, in cui l'imprenditoria ha colto al volo le occasioni della globalizzazione per disinvestire nella struttura industriale, delocalizzando, e per prendere possesso di posizioni monopolistiche che la privatizzazione del «pubblico» ha generosamente messo a disposizioni di «capitani» e caporali senza alcun coraggio. La crisi accelera i processi, disgrega i soggetti più deboli, svuota culture e istituzioni che avevano retto dignitosamente fino a un attimo prima, seleziona «complici» e «refrattari» nelle fila dei sindacati e nella massa dei «dipendenti».
Chi lavora misura la portata della crisi in termini di posti perduti (367mila in un anno, in Italia), cassa integrazione a valanga, salari che non mantengono il potere d'acquisto, contratti «volatili» secondo l'uzzo del padrone di turno. La misura anche nella paura che vede negli occhi del vicino, nel senso di impotenza che si innesta e matura di fronte a fenomeni di dimensioni inconcepibili; e che nessuno sembra ormai saper spiegare con parole comprensibili ai più.
La Fiat - «finalmente» configurata come una multinazionale - detta la linea: si investe solo là dove i sindacati garantiscono la massima flessibilità di utilizzo della manodopera e i governi «facilitano» l'impresa con un quadro normativo disegnato appositamente. Altrimenti si chiude e si va da qualche altra parte; non c'è problema, anzi «il problema è vostro». Il lavoro come «fattore della produzione» - non come soggetto vivo, fatto di corpi, vite e aspettative - non deve più avere diritto di parola sulla gestione dei processi, né sulle scelte fondamentali di carattere economico. Si contratterà ancora, naturalmente; ma l'agenda e la piattaforma le fissa Confindustria. Al massimo si potrà attenuare qualcosa qui o là.
Il governo - nel solco di un ventennale smantellamento di diritti e garanzie - vorrebbe arrivare a chiudere il cerchio con un «nuovo diritto del lavoro». Il «collegato», le norme sull'arbitrato, gli enti bilaterali ridisegnati in chiave corporativa, l'ulteriore proliferazione delle tipologie di contratto «precarie»... Tutti anelli di una catena che deve portare il singolo lavoratore a restare nudo e indifeso davanti alle «esigenze della competitività». Non stupisce che nei posti di comando, nella tessitura della «nuova legalità», si ritrovi una folta schiera di ex socialisti «craxiani» - la specificazione è d'obbligo - che sta usando le competenze acquisite nella militanza interna al mondo del lavoro per annullarne ruolo e autonomia.
E siccome i simboli hanno una forza incomprimibile, anche il Primo Maggio è finito sotto tiro. «Aprano i negozi ed i centri commerciali», intanto. Poi faremo altrettanto con le fabbriche, se ci va. O appena possibile. Non lo si fa perché un giorno di lavoro in più cambi qualcosa nel calcolo finale del Pil, ma per dimostrare - con uno sfregio simbolico in più - che «voi massa pezzente non contate niente». E se il Novecento vi aveva illusi, beh, è ora che torniate al vostro posto. In silenzio e senza canti che riempiono la testa di speranze e il cuore di orgoglio.
I «poteri forti», da anni, stanno «facendo la festa» al lavoro. Questo Primo Maggio può essere una buona occasione per accorgersene. Prima lo si fa, prima si arresta la caduta.

***

Parlamentari. Ieri Giuseppe Tamburrano, alla presentazione del libro di Leo Solari alla libreria Odradek, raccontava di aver trovato, tra le carte di Pietro Nenni, una lettera di Riccardo Lombardi nella quale il leader della sinistra socialista chiedeva al segretario del partito, dovendo affrontare un'operazione chirurgica a proprie spese, di venire temporaneamente esentato dal versare nelle casse del partito la metà del proprio stipendio di parlamentare.
A proposito di parlamentari. Oggi, in rapida successione: l'on. Vittorio Sgarbi ha dichiarato che «il trans vero è Casini in base al ragionamento che l'amante ideale è quella che cambia sempre posizione». Dove la vertigine è data dall'uso del termine "ragionamento"; l'on. Daniela Santanché ha dichiarato: per fare carriera «non l'ho mai data... La verità è che piaccio alle donne perché sono un uomo»; l'on. Alessandra Mussolini, a proposito dell'on. Santanché, ha dichiarato: «la Santanché si limiti a scaldare la poltrona che ha gentilmente quanto misteriosamente ottenuto e lasci lavorare il Parlamento».
Ci si sente inzaccherati, alla fine della giornata.

O., 19 marzo

*** La strage è di Stato, di Stato, di Stato... Oh yes!

È uscito sul Corriere della sera un articolo di Luigi Ferrarella - qui - doppiamente rimarchevole e straordinario, che già nel titolo - «Una strage senza colpevoli» L'ultimo falso di Piazza Fontana - riassume l'argomentazione: non è vero che «la verità è ignota», che «la strage sia senza paternità», che i misteri non siano stati totalmente diradati - dando con ogni evidenza sulla voce al presidente Napolitano, che invece esorta a continuare la ricerca. E fa i nomi di Freda e Ventura, Zorzi, Maggi, Rognoni; dà per acclarati le coperture e i depistaggi operati da consistenti apparati dello Stato - Maletti e Labruna -, il ruolo dei servizi Usa la cui catena di comando ha sempre controllato l'intera operazione. Insomma, con questo ineccepibile ancorché tardivo articolo, il Corriere si chiama fuori - «Se poi i liceali di oggi ignorano chi siano Valpreda, Pinelli o Calabresi, e attribuiscono la strage di piazza Fontana alle Brigate rosse, questo va sul conto di un’informazione adagiatasi negli anni sui propri comprensibili meccanismi di routine, che per definizione rendono poco notiziabile una vicenda così lunga e segnata da esiti così altalenanti» - con molta autoindulgenza, e molta amnesia. Come se non avesse sbattuto il mostro Valpreda in prima pagina, e non avesse gestito per decenni, in senso antioperaio ed eversivo, la "strategia della tensione" e alimentato il putridume della "maggioranza silenziosa". Comunque, meglio tardi... Parlare di strage di Stato e strategia della tensione, ora si può. Non è da estremisti. Tuttavia, anche in questo articolo si omette di ricordare come sia stato questo libro a rappresentare il vademecum per tutti coloro che si sono accinti ad indagare - come riconosciuto dal giudice Guido Salvini.

O., 13 dicembre 2009

*** Il 2 settembre Luigi Cortesi è morto

Valente storico contemporaneo, è stato, per noi, soprattutto un grande, straordinario direttore di rivista. GIANO pace ambiente problemi globali, da noi edita dal numero 34 al numero 57 – ultimo numero con il quale ha cessato la pubblicazione – è stata una eccezionale, innovativa e longeva proposta nella quale uno storico di formazione si è aperto non tanto alla geopolitica quanto ai problemi dell'ambiente. Una rivista che ha individuato, dapprima nella morte nucleare e poi nello sviluppo comunque insostenibile, il limite oltre il quale l'umanità si avvia se non all'estinzione, certamente alla barbarie. Una significativa scelta di queste tematiche la si può trovare in L'umanità al bivio. Il pianeta a rischio e l'avvenire dell'uomo.

Odradek edizioni, 2 settembre

In ricordo di un amico
E’ sempre faticoso e doloroso parlare di un amico che ci ha lasciato. Altri potrà illustrare meglio di me quello che fu forse l’impegno centrale della vita di Gigi, come storico militante, attento e critico, del movimento operaio - dagli anni Cinquanta-Sessanta, quando fondò e diresse ancora giovane, con Stefano Merli, la Rivista storica del socialismo, che tanto ha innovato la ricerca storiografica italiana, fino alle opere più recenti, come quella sulle origini del PCI e a quel libro sulla storia del comunismo (che ci attendiamo di vedere apparire fra breve), cui ha atteso infaticabilmente durante gli anni della malattia, riuscendo a concluderlo a pochi giorni dalla morte.
Per parte mia mi piace ricordare il suo contributo al movimento per la pace o, come amavamo dire, contro la guerra, che fu all’origine della nostra collaborazione e della nostra lunga amicizia, iniziata alla fine degli anni Ottanta. Con Balducci e Fortini, per ricordare qui soltanto quelli che prima di lui ci sono mancati, Gigi fu fra i promotori del “Comitato Golfo” nato durante la prima guerra contro l’Iraq e poi della campagna contro l’embargo. Dal 1993 data la collaborazione costante e feconda, nel corso di molte iniziative, fra Guerre&Pace, rivista di informazione internazionale alternativa, nata in quell’anno, e Giano, in cui Gigi profuse grandissima parte delle sue energie da quando la fondò, nel 1989, come strumento per una riflessione, da un’ottica marxista e leninista innovativa e critica, sui problemi della pace, della guerra e dell’ambiente nell’età della globalizzazione.
L’auspicio è che questa parte non secondaria del suo progetto e del suo contributo alle battaglie del movimento operaio, cui dedicò la vita, possa continuare grazie all’impegno e alla qualità dei molti collaboratori raccoltisi, nel corso degli anni, intorno alla rivista.
Walter Peruzzi, 3 settembre

*** Ciao Pd - Dopo il Libro nero del comunismo e il Libro nero delle Brigate Rosse, arriva il manifesto nero del Partito Democratico. Nero, una striscia laterale tricolore e la scritta bianca “ciao ragazzi”. Non siamo più negli anni Trenta, ma propongo di rispolverare la terminologia della Terza Internazionale e chiamare le cose con il loro nome: socialfascisti. Del resto, in questo paese fa scandalo, tanto che viene fatto tacere con la forza, un cittadino che dentro una cattedrale grida “Pace Subito”. Avesse detto “Fuori i mercenari dall’Afganistan”!, ma “Pace Subito”, in una Cattedrale... l’ultimo dei cattocomunisti. M.C., 22 settembre 2009

*** Meglio il silenzio di un bisbiglio - Ci arriva, non richiesto, un giornale on line - Dazebao - niente di che, rimasticature d'agenzia, dilettanti allo sbaraglio, senso comune preteso di sinistra, pezzi contro i musei polverosi - ci siamo capiti. Oggi, a firma di tale Vincenzo Bisbiglia, esce la notizia relativa allo scontro tra ronde avvenuto a Massa Carrara. La si può leggere qui. Chi vuole un resoconto professionale e preciso, può leggere qui quello dell'ANSA. Il Bisbiglia riconduce l'accaduto agli opposti estremismi - che lui chiama "contrapposizioni storiche" - attualizzando, anzi psicosociologizzando lo scontro con «il cinico desiderio insito nell’uomo moderno di “rompere il sedere” al prossimo». Un modo carino di anticipare le prove di guerra civile in atto. Mentre fa i nomi dei compagni precisando il gruppo di appartenenza, tralascia di fare quelli dei fascisti omettendo di dire che sono di La Destra. Tace anche della sinergia tra ronda di destra e polizia, che infatti ha arrestato solo "quelli" di sinistra. Bravo Bisbiglia, bravo Dazebao: direttore responsabile Alessandro Cardulli. CDB, 26 luglio 2009

*** Toghe rossonere - Passano i millenni, i secoli, i decenni. Tutto cade, c’è chi rimane. Aggrappato al suo scoglio, nemmeno scalfito dall’analogia che la sua postura sollecita con i soldati dimenticati dal Sol Levante in qualche isola sperduta. Il procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, ravvisa una «organizzazione paramilitare» negli squinternati scontri dell’Onda nella sua città. E arresta persino chi reggeva uno striscione di testa in quella manifestazione malpensata. È palese il fremito «antiterrorista» che l’anima. Da sillogismo liceale, la sua equazione: oggi tirano pietre, domani spareranno. Non li capisce. Non sa che in quell’Onda «che non vuole risacca» non c’è nulla che ricordi un progetto, assunzione di responsabilità, contraddizione antagonista. Ma attacca lo stesso, Don Quijote della legalità metafisica, che pure osteggia quando si dirige a ridurre la sua potenza investigativa. Uomo di un altro mondo, zombie di un partito e una cultura che non c’è più, ripercorre sentieri che gli sembrano familiari ma che non hanno più una traccia sotto.
Lo ringrazia soltanto il suo nemico ufficiale, quello che l’ha sempre sottinteso quando ululava contro le «toghe rosse». A un passo dall’abisso, in odor di defenestrazione, Berlusconi si stampa in faccia il suo ultimo sorriso. «Che cretini questi ex-Pci – deve essersi detto – proprio ora che mi vendo pure Kakà, si propongono come toghe rossonere». Casimiro, 6 luglio 2009

*** Sembra che il Templare togato, il Monaco soldato (Giancarlo Caselli, e chi sennò?) abbia voluto fare un grazioso dono al Tragico pagliaccio riconoscendo nel contempo una qualche dignità ai pagliacci della cosiddetta Onda. Forse. In ogni caso, sembra una puntata di Dilettanti allo sbaraglio. Uno stupido diversivo, che comunque aggraverà il vero sisma dell'Aquila - con effetti devastanti per l'intero Paese - atteso per domani. Augh. O., 7 luglio 2009

*** Agr, 6.6.09. Benedetto XVI: «Traccia della Trinità è nel genoma di ogni uomo». Ma con le biotecnologie sarà possibile intervenire con successo già nel feto.

*** A villa Certosa, in scena la commedia degli equivoci. Il pixello di Topolanek ovvero la fisiognomica delle orge

Titolano i giornali
Pdl contro i servizi: "E se invece fosse stato un fucile?". Il pisello di Topolanek? No, l'obiettivo della macchina fotografica.
Ma Topolanek nega di essere lui: "Un montaggio fotografico". Però la segretaria l'ha riconosciuto. E da cosa mai, visto che il volto è pixellato?

*** Con le veline, presidente a vita! Sostiene Antonio A. che, abbandonata l'idea del referendum, farà votare una legge elettorale che abbassa il limite d'età a 16 anni e mezzo, ma solo per le donne.

I più recenti sondaggi lo dànno al 40%. Se vuole veramente dilagare nel cuore degli elettori italiani, non gli resta che farsi sorprendere in flagrante abuso di un bambino.

*** Citazioni colte Marina e Piersilvio hanno decantato le doti di grande educatore di cotanto padre. Alberto Sordi, Polvere di stelle, «Avete superato i ventun'anni, è tempo che sappiate chi è veramente vostro padre»

«Ho dovuto fare tutto da me, come al solito ho tirato la carretta da solo». Silvio Berlusconi, Libero, 8 giugno 2009.«M'hanno restato solo, sti quattro cornuti». Vittorio Gasmann, in L'audace colpo dei soliti ignoti, Nanni Loy, 1960.

POVERA ITAL

Il partito democratico ha cominciato da qualche giorno la campagna elettorale e i primi manifesti hanno tappezzato le maggiori città italiane. Inizialmente, guardandoli, pensavo a un errore da parte degli attacchini: càpita, neanche io quando attaccavo i manifesti ero perfetto. In più, ho pensato, qui si tratta di un manifesto doppio, per cui può capitare che la parola venga tagliata. Poi ho capito. La parola del manifesto di punta scelto dal Pd per le Europee non si legge di proposito. Il manifesto, infatti, ritrae un gruppo di persone che spinge con forza la locuzione fuori dal quadro visivo, lasciandone in evidenza poco più della metà: INQUINAM, DISOCCU, POVER.
La domanda che viene spontaneo farsi è: che cosa si vuole comunicare, che forse si è in grado di eliminare questi problemi attraverso il voto, oppure che lo si sta già facendo e dunque si fotografa una situazione in itinere? Pensandoci bene, però, sorge una seconda domanda: ma davvero aiuta troncare le parole? Davvero è indice di modernità elidere i lemmi e lasciare al passante il compito di completarli? Perché la sensazione, del tutto sgradevole, è che il Pd non sappia neanche più scrivere per esteso un problema, e che il grande tappeto sotto il quale il berlusconismo sta nascondendo le cose, obnubilando le menti degli italiani, ha coperto anche gli ex sinistri, rendendoli incapaci di dire non già una cosa di sinistra, che sarebbe pretendere troppo, ma proprio di parlare.

Marco Clementi, 26 aprile

 

Da l'Aquila

Il giorno dopo, 7 aprile, avevamo scritto:

Caro M.,
se puoi, se credi, fai arrivare ai tuoi corrispondenti
- dopo averli rassicurati sulla tua salute - indicazioni sul modo di attivarsi.
Un caro saluto.

Oggi, 28 aprile, giunge la risposta:

Carissimo, ti rispondo con notevole ritardo perché solo ieri ho potuto recuperare il mio PC e, con una "chiavetta", riattivare la mia casella di posta. Ti ringrazio per l'interessamento: io e la mia famiglia ce la siamo cavata perdendo "solo" la casa (non è crollata, ma ci vorranno molto tempo e molti soldi - molti di più di quanti io ne abbia o di quanti pare ne stanzi il governo - per rimetterla in sesto). Quel che per il momento si può - si deve - fare è demistificare l'inganno del Grande Sciacallo, del suo governo e del suo manutengolo B. Puoi immaginare da te quale mole e quale risma di interessi si sta muovendo per la cosiddetta ricostruzione, in vista della smentita ma mai dismessa idea della new town. Chi la sua accumulazione originaria l'ha fatta da palazzinaro sa bene quali sono le corde da toccare in circostanze del genere per favorire lobbies ed attrarre consensi (con stampa, televisioni e "opposizione" tutte ovviamente allineate e coperte). Per il resto ti posso dire per esperienza diretta che la protezione è un grande bluff, un centro di potere clientelare, che si risolve al meglio nella somministrazione dei pasti. Il
lavoro vero, tempestivo e costante, lo stanno facendo i Vigili del fuoco, che infatti sono incazzatissimi di prendere ordini da quell'incompetente di B. E' gravoso e difficile far emergere la verità: stiamo formando dei comitati per aree tematiche e per quartieri, ma scontiamo una enorme difficoltà di comunicazione (anche tra di noi: chi sta nei campi, chi sulla costa, chi altrove, e non si hanno più le agende con i numeri telefonici).
Insomma è un bel casotto...
Grazie ancora, M.

 

De Terrae Motu

La polarizzazione è evidente: da una parte i cittadini, dall'altra quell'ibrido di consumatori-spettatori-sudditi, precari fin nell'identità, che costituisce ormai la maggioranza del paese.
Per i primi, nelle tasse sono comprese le risorse da destinare alle eventuali emergenze costituite da calamità naturali, restando inteso che è lo Stato a organizzare le competenze e le conoscenze di cui dispone, e soprattutto a dirigere gli aiuti alle popolazioni colpite, nella dignità degli scampati a cui viene riconosciuto un diritto.
Per i secondi le catastrofi naturali sono una primaria occasione di spettacolo da seguire in diretta, in cui gli aiuti convergono per mille rivoli (sms, riffe, collette rionali, donazioni, devoluzioni e liberalità incontrollabili) entrando anch'essi a far parte dello spettacolo, e in cui gli scampati da cittadini vengono derubricati in stereotipi: naufraghi, terremotati, ecc., che chiedono al Tragico Pagliaccio di essere aiutati, di non essere abbandonati.

 


Giunge a proposito una mail anonima che invita alle sottoscrizioni. Prima di cestinarla, si è riusciti a risalire al mittente: un piccolo costruttore. E allora è partita la seguente risposta:

Elemosine e mazzette

Egregio Vincenzo,
la sua missiva anonima è un effetto collaterale delle calamità naturali in questo disgraziato paese, in cui convivono fascismo, leghismo, cattolicesimo ed estremismo parolaio, comunque uniti nella sistematica distruzione dello Stato e dell'amministrazione. È senso comune, ormai: c'è una distribuzione della posta di destra, ma anche una di sinistra!
È il rigurgito del solidarismo, l'affermazione del primato dell'elemosina e dei buoni sentimenti contro il sistema dei diritti garantito da un patto costituzionale. Solidarismo ben definito da Bush con il concetto di "conservatorismo compassionevole": «nulla ti è dovuto, forse farò qualcosa per te».
Nelle tasse che pagano i cittadini - parola che fa inorridire personaggi come lei - è compresa anche l'alea della catastrofe. Essere aiutati in questi frangenti è un diritto. Gente dall'incerta appartenenza di classe non può capire questo elementare principio e quindi reagisce come fanno i sudditi, i fedeli, stendendo la mano e magari rumoreggiando: costretti alla mendicità molesta.
La terra si frattura, e dalle crepe fuoriesce una fauna interstiziale fatta di volontari e beghine, squadristi e qualunquisti, piccoli costruttori costitutivamente "in deroga" alle leggi - quelli che hanno cementificato il paese orrendo e fragile che abbiamo davanti - concussi e corruttori che
si scambiano mazzette al fine di diminuire la percentuale di cemento nel calcestruzzo. Pronti a ricominciare. Cappellacci ha stravinto in Sardegna promettendo semplicemente di abrogare il piano regolatore di Soru.
Ecco, l'elemosina che lei sollecita concorre a riprodurre l'illegalità complessiva. Ne è il pendant.
Con la più convinta disistima.

O., 10 aprile 2009

Galeotto il terremoto?

Odradek, di fronte ai pressanti inviti a organizzar collette, aveva scritto "ci pensi lo Stato", visto che come cittadini paghiamo le tasse anhe a questo scopo.
Poi, di fronte alla mera ipotesi di una tassa pro-terremotati da far pagare ai redditi più alti, anche la Marcegaglia ha tuonato: "ci pensi lo stato".
Quindi, siamo in sintonia con Confindustria?
Galeotte le parole, quando la stessa frase vuole significare movimenti opposti. Odradek, alzando come ultima difesa universalistica la funzione fiscale dello Stato liberale, invita a rifiutare ogni "sussidiarietà" pelosa, ogni esternalizzazione al "privato benintenzionato" – soprattutto religioso, ormai – delle attività di welfare. Assistenza ai terremotati compresa. Un'invocazione laica, insomma, di garanzie esigibili da qualunque cittadino in qualsiasi momento.
La Marcegaglia, au contraire, intima allo stato – quello italiano attuale, senza maiuscola – di non provare neppure a pensare di esercitare questa funzione di garanzia universalistica mettendo le mani in tasca ai possidenti. I quali, semmai, sono da anni abituati a vedersi attribuire – da quello stesso stato – quote di reddito che non gli spettano, estorte in molti modi – compreso quello fiscale – a chi ben poco avrebbe da dare.
È l'anomalia italiana, bellezza. Qui non c'è una borghesia che abbia costruito uno Stato per togliersi di dosso il peso di poteri ascrivibile a una volontà presunta divina. Ma solo servi arricchitisi grazie al favore del potente. Che oggi chiamano stato, ieri re o papa. La minuscola, anche in questo caso, è d'obbligo.
Casimiro, 18 aprile

[Non è un fotomontaggio. Semplicemente, lo spettacolo deve continuare]

Hanno disperatamente cercato un capro espiatorio, un untore: prima con il ricercatore Gian Paolo Giuliani, additato come Cassandra e menagramo; hanno provato con gli sciacalli, possibilmente romeni, minacciando leggi eccezionali, ma non ne hanno trovato nessuno; quattro ne avevano presi, ma sono stati costretti a rilasciarli con grande scorno di Feltri. Finalmente uno ne hanno trovato: Michele Santoro. E lo bastoneranno di santa ragione, a cominciare dai suoi colleghi giornalisti, allineati e coperti. È difficile, però, provare solidarietà per il primo che ha praticato il populismo televisivo. Lo sciocco non ha capito che la piazza ruttante e rumoreggiante non va più, ora vogliono la piazza appecoronata e composta, come nei riti funebri. Vogliono la solidarietà nazionale. Hanno trovato Franti.

O., 12 aprile 2009

 

### La crisi secondo Einstein

### La crisi: Il Demonio!... poffarbacco!
Dovremmo tutti ringraziare la puntualità e precisione del capo della chiesa cattolica. Ma come non pensarci prima! Era ovvio! La crisi economica, la sua natura non hanno nulla a che fare con i meccanismi della dinamica del capitalismo. No! La crisi è opera del demonio! Fantastico! Direi geniale!
Allora, un suggerimento (forse anch'esso demoniaco). La chiesa cattolica sostiene di aver riabilitato Galilei Galilei (dopo 400 anni! Meglio tardi che mai), bene. Allora immagino che adesso conoscano perfettamente il metodo sperimentale, quindi la crisi può essere una opportunità per dimostrare la veridicità delle loro teorie: perché il Vaticano non manda un esercito di esorcisti per scacciare il demonio dal sistema finanziario mondiale?
Luca Sbano, 26 febbraio 2009

### Veltroni getta la spugna. L'epilogo non ci stupisce. Questa stimata ditta – Odradek – si impegnò nell'analisi del discorso del Lingotto (la trovate qui) e poi nella pubblicazione di un circostanziato volume, Modello Roma: L'ambigua modernità, che analizza l'inconsistenza – a volere essere distaccati – della politica veltroniana nel comune di Roma.
Non era un sindaco stimato, tanto è vero che la città ha scelto, dopo di lui, un sindaco fascista. La circostanza era nota ai suoi sodali del Partito democratico, e alla stampa che lo ha sostenuto, ma ciò non ostante si sono affidati a lui – «vado da solo», e delegittimò il governo Prodi – per consegnare l'Italia a Berlusconi, dopo aver cancellato la sinistra dal Parlamento. Un disastro annunciato.
Un uomo stupido e incapace: un diplomato cameramen, di bassa e limitata cultura. Il peggiore. Noi lo
avevamo detto.

# La dipartita di Veltroni non risolve il problema. Il problema è la persistenza di un certo immaginario, di un frasario, di un glossarietto fatto di "sogni" e di "speranze", di "in" e "out", di "simboli" e di "rappresentazioni", di "nuovo che avanza" e di "vecchio duro a morire" che, in presenza di una conclamata crisi sistemica, mostrano la loro tragica inconcludenza. Veltroni ha "fatto un sogno", ma a risvegliarsi dovrebbero essere i cittadini che, dal comunicatore di turno, con le sue "visioni", "affabulazioni" e "resoconti onirici", dovrebbero pretendere "analisi" e "progetti", fatti di figure sociali, di cifre e di grandezze misurabili. Tenendo i piedi nella storia, cioè nei processi, e non nel "possibile" e "nell'altrove".
C.G.Dekodra, febbraio 2009

### EDITORI CHE FANNO OUTING A questa spettabile casa editrice è pervenuto un appello che invitava a firmare contro la partecipazione di Marcello Baraghini, "storico editore di Stampa Alternativa", ad una serata nel centro sociale nazifascista Casa Pound.

Così abbiamo risposto:

«rispondo al tuo accorato appello per declinare l'invito. Aggiungendo due o tre banali considerazioni.
Se Marcello Baraghini, delle cui edizioni conservo sicuramente le Scritte nei cessi e le Battute celebri dei film ("Chi è 'sta cicciona. -Mia madre. -Perbacco, bella donna"), avendo forse introiettato lo slogan bascettiano "Né rossi, né neri. Solo liberi pensieri", decide in tutta libertà di colloquiare con Casa Pound, ebbene non vedo a che titolo io potrei censurare una simile scelta, peraltro anticipata dall'editore Castelvecchi, altra star nel firmamento dell'editoria di movimento.

Sono i lettori a decidere la fortuna di testi come la Storia universale delle mutande, o di Teoria e pratica della masturbazione, anche se sollecitati da editori convinti che nulla deve essere nascosto al popolo, proprio nulla. Resta però il fatto che io non pubblicherei Mai più senza mutande, chessò?, di Alba Parietti. La qual cosa mi abilita a marcare la differenza. Né il prezzo contenuto - mille lire - può essere un criterio decisivo nel valutare il valore di un editore. E anche se fosse, Newton Compton (viva la pubblicità comparativa!) offre classici generalmente ben tradotti, muniti di decenti apparati, a cinque euro; e i tre libri del Capitale a 15 euro (e non mi risulta essere diventato un'icona della sinistra). Classici, mica coriandoli.
Ebbene, se quell'editore - quello sì benemerito - andasse a Casa Pound, mi dispiacerebbe. Ma siccome è un imprenditore capace, e non ha bisogno di pubblicità trash, sono sicuro che non ci andrebbe.
Non capisco, infine, a che titolo dovrei contrastare la logica dell'outing.
Se uno, a sessant'anni, con moglie e figli, dichiara di essere omosessuale viene generalmente, e giustamente, apprezzato. Se un altro avverte il brivido delle teste rasate, delle mimetiche, delle borchie, della terra e del sangue, si accomodi. Collocarsi, in questo mondo, è sempre più complicato. Se qualcuno si offre come esempio, ben venga. Ad ogni buon conto, trovo molto più significativo e degno di analisi il caso di un metalmeccanico iscritto alla Fiom che vota per la Lega: una figura sociale in contraddizione, mica un editore in crisi esistenziale, col friccico.
Con stima,
Odradek, 1 dicembre

 

# # # ANSA-2008-11-29 12:19
BOSSI JR BOCCIATO A ESAME MATURITA'-BIS
TRADATE (VARESE) - 'Esito negativo' per la prova orale-bis dell'esame di maturità scientifica di Renzo Bossi, secondogenito del leader leghista e ministro delle Riforme. La bocciatura, seguita alla ripetizione dell'esame che ebbe già esito negativo in luglio, è stata formalizzata stamani nell'albo del Collegio Arcivescovile Bentivoglio di Tradate, nel varesotto, dove Bossi junior, ieri mattina, ha ripetuto da privatista la parte orale della maturità.

E DATEJE 'N'ARTRA POSSIBILI-TA'...

E DATEJE 'N'ARTRA POSSIBILI-TA'

# # # ANSA - Solito balletto di cifre. Gli organizzatori: "Siamo 200 mila". La Questura: "Trenta mila".

Se si vuole ottenere una cifra attendibile, si applichi il coefficiente Pizzangrilli (vedi sotto), tenendo presente che, ormai, il coefficiente viene rivisto al ribasso dai questurini. Per quello che può valere la testimonianza di chi scrive - e che ha visto sfilare il corteo da largo Corrado Ricci - la cifra è molto più vicina alle stime degli organizzatori che a quella dei questurini, evidentemente galvanizzati dalla sentenza del tribunale di Genova.

cdb, 14 novembre 2008

# # # Pianta organica
Due colleghi, due esimii giornalisti de la Repubblica, giornale democratico per definizione.
Il primo, Curzio Maltese, fisicamente presente agli scontri di piazza Navona, ne dà una descrizione vivida e senza ambiguità. Il secondo, Carlo Bonini, ne fa una ricostruzione livida, dando per buone le imbeccate di qualcuno che non è nemmeno la polizia (i rapporti della quale risultano addirittura più “obiettivi”). Non pago, intervistato dalla web-tv del suo stesso giornale, dà anche per «corretta» la versione consegnata al parlamento dall’ex pm Nitto Palma, ora sottosegretario al ministero dell’interno. Il quale ha sostanzialmente dato una copertura governativa al cosiddetto "Blocco studentesco", tale da poterlo ormai assumere come il primo corpo paramilitare ufficiale della moribonda Repubblica italiana (non il giornale).
Si pone ora obiettivamente un problema per Repubblica.
O prende atto che Curzio Maltese è, ahilui, ormai diventato cieco, e quindi lo consegna all’assistenza pubblica (la Casagit è un’ottima mutua).
Oppure prende atto che l’«ufficio disinformazione» messo su da tal Pio Pompa, con tanti giornalisti a libro paga (anche “democratici”), è ancora aperto. E che sta cercando di sovradeterminare l’atteggiamento politico di questa testata alla vigilia della «resa dei conti» promessa dal governo al movimento degli studenti. Mentre si apprestano a entrare in gioco metalmeccanici e pubblico impiego, con il proclamato sciopero generale di dicembre. Il 12, non a caso.

casimiro, 1 novembre 2008

# # # KOSSIKA - Alla maniera delle agenzie di rating. Dopo le recenti esternazioni, all'Emerito picconatore è stata attribuita una seconda K. Tre per chi lo pronuncia alla sarda: Kossikka!

# # # 0,33. Il coefficiente Pizzangrilli
Sto pubblicando un articolo su una importante rivista di storia contemporanea basato su documenti che ho avuto la fortuna di trovare. Lo riassumo nella speranza che vorrete pubblicare questa nota cogliendone l'attualità.


Lo sbarco dei Mille a Marsala, l'11 maggio 1860, ebbe numerosi testimoni, tra i quali: due lord inglesi, un visconte francese e un delegato della questura di Roma, tale Oreste Pizzangrilli. Il Pizzangrilli fece pervenire il suo rapporto a piazza della Cancelleria, sede avita della questura di Roma, fissando in 359,37 i garibaldini sbarcati, individuando così quel coefficiente 0,33 a cui la questura di Roma per lungo tempo si è attenuta al fine di aggiustare come conviene le grandezze della politica.
Infatti, dividendo 359,37 per il coefficiente 0,33 si avrà la effettiva cifra dei garibaldini sbarcati: 1.089.
Ma la questura di Roma, servile certamente allora, ha sempre usato poi quel coefficiente per ottenere, questa volta moltiplicando, una cifra opportunamente gradita al potere in carica. Se il capo, calvo o trapiantato che sia, convoca un'adunata di nemmeno centomila persone, con un generoso coefficiente Pizzangrilli, la massa arriva facilmente a mezzo milione. È successo.

Fin qui la storia. Il resto è cronaca. Da qualche tempo infatti, alla questura di Roma, il coefficiente viene usato con maggiore elasticità: fino a 0,10 e oltre. E comunque con una discrezionalità che certo non aiuta, non solo il lavoro degli storici, ma anche quello degli operatori dell'informazione.
In altri tempi, se il capo dell'opposizione "sparava" 2 milioni e mezzo, applicando il coefficiente Pizzangrilli, era agevole stabilire una cifra non lontana dalla realtà: 800.000, o giù di lì. E se a una manifestazione sindacale si fosse gridato: siamo un milione! Senza bisogno di foto da satellite, il pubblico avrebbe mentalmente valutato: sono quasi quattrocentomila.

Da un po' di tempo a questa parte, per lo meno da quando si deve dar conto a un jazzista docile e depresso, la terzietà dello Stato – anche a meno del coefficiente 0,33 – è diventata imperscrutabile. Un problema, per gli storici. Ma ci saranno ancora, gli storici?


Americo Giuliani, 30 ottobre 2008

 

# # # Contro il popolo non si governa
(e a fare gli stronzi, come nel caso del Pigneto, ci si può solo rimettere)


Le dichiarazioni di “Ernesto” – l’ex rapinatore ammiratore di Guevara del Pigneto che ha “rivendicato” di essere il protagonista della scorribanda contro alcuni negozianti extracomunitari dell’omonimo quartiere – rendono pubblico quel che ogni frequentatore della zona sapeva già: il problema fondamentale del Pigneto, il tumore che lo sta velocemente degradando, si chiama spaccio.
Partiamo dall’aspetto strettamente commerciale, che mette in moto dinamiche sociali ben note storicamente ai militanti politici di sinistra. Del resto parliamo di un quartiere pasoliniano, dove la contiguità tra un proletariato fatto di lavoratori dipendenti, piccoli artigiani e altrettanto piccoli commercianti, una malavita inserita nel contesto sociale (dotata perciò di regole antiche e capace di rispettare il proprio ambiente di vita), un po' di sottoproletariato "tenuto per la cavezza" (ovvero sotto controllo popolare, accettato finché "rispetta le regole e la gente che vive qui") ha dato nel corso delle generazioni vita a un "popolo" nel senso alto del termine. Un insieme sociale capace cioé di funzionare consapevolmente come "agenzia formativa", al pari della scuola.
Negli ultimi anni il Pigneto ha subito la progressiva trasformazione da quartiere popolare (in senso stretto: il nucleo fondamentale era costituito da palazzi di edilizia residenziale pubblica, poi ceduti ai residenti e attraverso la rivendita immessi sul mercato immobiliare) a “zona trendy”. Una nuova San Lorenzo, con nuovi residenti spesso politicamente schierati a sinistra, professionalmente di fascia medio-alta. La moltiplicazione dei locali ha favorito inoltre la concentrazione serale e notturna di una popolazione di visitatori “occasionali ma tendenzialmente stabili” fatta soprattutto di studenti, con qualche sostanziosa propaggine di sbandati, “tossici”, alcolizzati cronici.
Lo spaccio caratteristico del Pigneto è specializzato infatti intorno a due merci base: le sostanze stupefacenti propriamente dette e l’alcool di pessima qualità, a basso prezzo, venduto anche in orario notturno. Le due merci base si sovrappongono, in alcuni casi, per quanto riguarda i fornitori. Questo mix chiama in causa responsabilità precise di chi istituzionalmente deve gestire un territorio.
Se, infatti, la presenza di un mercato illegale (le sostanze stupefacenti) chiama in causa gli organi dello stato preposti alla repressione di questo genere di traffici (stranamente, ma non troppo, è il reato più “tollerato” dalle forze dell’ordine dopo la speculazione edilizia), quello dell’alcool va ascritto all’amministrazione (comunale o municipale) che ha largheggiato nella concessioni di licenze per la rivendita di alcolici, senza peraltro disporre il controllo sul rispetto degli orari. Neppure dopo una miriade di esposti prsentati dai residenti.
In generale, dunque, una politica del “lasciar fare” che a prima vista può sembrare estremamente “democratica”, ma che sul piano pratico (come ben sanno persino gli economisti keynesiani) è un’autentica idiozia. Nel vuoto del “lasciar fare”, infatti, si impongono “per abitudine” due fenomeni complementari: l’assenza di regole e il prepotere del più forte.
Al Pigneto questo “prepotere del più forte” può esser declinato in prevalere della speculazione edilizia (che sta progressivamente svuotando il quartiere dei residenti originari, quasi sempre a basso reddito), come anche in esplosione della forza degli spacciatori. Italiani e stranieri, ovviamente; perché non esiste alcuna “professione” che non possa esser esercitata a seconda della nazionalità.
Non è difficile vedere in trasparenza, dietro questo "lassismo" repressivo, un certo disegno economico: a lungo andare "l'invivibilità" del quartiere convincerà molti residenti ad andarsene. A quel punto sarà campo libero per la speculazione edilizia, che potrà acquistare a prezzi minori di quelli di mercato. Solo allora la repressione istituzionale "scoprirà" che lì si spaccia e si scippa. Un rapido repulisti riconsegnerà alla speculazione una zona dal valore doppio. Senza tante storie.
I due tipi di spaccio – a qualsiasi ora del giorno e della notte – fanno da catalizzatore per uno sciame di frequentatori attirati proprio dalla reperibilità delle merci e dalla possibilità di fruirne immediatamente, in loco. Questo “sciame” ha assunto con il tempo sufficiente consistenza da presentarsi in forma di gruppi di composizione casuale, ma caratterizzati dall’incapacità di avere un rapporto “rispettoso” con il luogo e i suoi abitanti. E abbastanza numerosi da poter respingere qualsiasi individuale richiamo alle regole del “buon vicinato”. Le scene raccontate in questi giorni da molti residenti decisamente "popolani" sono assolutamente incontestabili: ubriachi che cantano o suonano tamburi in piena notte, che vomitano o pisciano in mezzo alla strada o dentro i portoni, risse con lanci di bottiglie.

Inevitabile, in queste condizioni, che gli interessi e i comportamenti quotidiani di residenti, spacciatori e frequentatori del quartiere entrino in conflitto. Ed è inevitabile anche, in qualche misura, che gli interessi di spacciatori e frequentatori “trash” siano coincidenti (un po' come accade tra industriali e "consumatori", insomma). Non ci sono infatti, a Roma, molte altre “isole senza regole e orario” come il Pigneto.
A questo punto va fatta una valutazione di merito: gli interessi dei residenti sono legittimi, quelli degli spacciatori naturalmente no, quelli dei frequentatori trash neppure.
Negli anni ’70, quando cominciò ad affermarsi l’uso di massa delle droghe, la rete degli spacciatori – sicuramente “italianissimi”, spesso vicini all’estrema destra, sempre coperti dalla polizia e dai carabinieri, che ne sfruttavano “l’inserimento” nelle fasce deboli per implementare le schedature sui militanti della sinistra extraparlamentare – venne con successo contrastata finché il movimento (i gruppi organizzati) fu in grado di alimentare la “repressione militante”. E a nessuno venne mai in mente – neppure ai media più interni all'establishment – di definire "di destra" due mazzate a uno spacciatore. Qualcosa di molto simile, nelle intenzioni, alla reazione spontanea di “Ernesto”, che quel mondo ha probabilmente conosciuto, condividendone i valori; ma sottovalutando la concrezione di interessi sporchi e ideologia (in senso marxiano: "falsa coscienza") che gravava su un'azione mirata contro spacciatori però di colore.
Trent'anni fa, come raccontano le cronache, si erano manifestate pratiche assai più radicali, viste le capacità organizzative e “militari” della sinistra rivoluzionaria di allora.
Poi – a movimento sconfitto – il fenomeno dilagò, desertificando i luoghi di aggregazione e “togliendo l’acqua” al radicamento sociale della sinistra politica.
Nelle prese di posizione della sinistra (a questo punto forzatamente extraparlamentare) a proposito dei fatti del Pigneto è facile vedere in filigrana la compresenza di diversi fattori negativi:
• la non conoscenza delle dinamiche specifiche e delle contraddizioni presenti in un territorio che pure "abita", ma che evidentemente "non vive";
• il prevalere di un atteggiamento astratto-ideologico (basato su stereotipi “comunicativi”, invece che politico-esperienziali); ovvero l’incapacità di distinguere tra colore della pelle e pratiche sociali reali; ovvero, di capire che gli spacciatori non hanno colore;
• una sacralizzazione della "non violenza", degradata da consapevole scelta di linea politica ad unico criterio di giudizio etico-politico;
• il ruolo egemone della “cattiva coscienza”; i comportamenti sociali considerati ammissibili in una certa sinistra sono in buona parte coincidenti con quelli dei “frequentatori trash”; in altri termini, la “cultura dello sballo” fa velo alla possibilità di interloquire con il “popolo reale” (che non è certo esente dalla “pratica dello sballo”, ma che condivide le regole entro cui va esercitato; in parole povere, “fatti di quello che ti pare con chi ti pare, ma senza rompere i coglioni a tutti”);
• la perdita di senso (non esiste né una cultura, né un progetto politico, né una visione dei processi che aspiri ad essere condivisa dai soggetti sociali di riferimento; anzi, non si hanno più soggetti sociali chiaramente o consapevolmente definiti con cui interloquire).
Da ciò, quasi per conseguenza lineare, è discesa una reazione fondata su una interpretazione falsaria dei fatti e delle dinamiche sociali in atto.
“La verità è rivoluzionaria”, ricorda l’ex rapinatore “Ernesto”, attribuendola all’amato “Che” anziché a Lenin. Sbaglia la citazione, ma ne ha capito perfettamente il senso politico. E in tutta questa storia è l’unico ad avere una qualche ragione. Il resto è merda, menzogna, inabilità a governare il territorio e finanche a comprendere le dinamiche sociali, collusione con la “spazzatura” e l'intrallazzo, mascherata magari come "capacità di mediazione".
I sostenitori di questa falsificazione furbetta – come l'ex estremista Daniele Pifano (che pure di mazzate, spacciatori e cultura popolare dovrebbe aver conservato memoria) o altri più tranquilli "nuovisti" arcobaleno – si trincerano dietro la condanna dei "metodi" poco ortodossi dei ragazzi di "Ernesto"; arrivando, per somma vergogna, a qualificare come "comunque fascista" la reazione contro il degrado. In questo modo pietrificano due errori con una sola mossa: consegnano alla destra un sentimento popolare di rifiuto dell'imbarbarimento della quotidianità sociale (che verrà ovviamente declinato in termini di maggiore "sicurezza" delegata all'esecutivo e alle forze repressive istituzionali) e si fanno individuare dal proprio classico soggetto sociale di riferimento ("Siamo tutta gente che lavora. Che lavora con le mani. Il sabato sera con la donna o con la famiglia e, molti, la domenica allo stadio. Roma, Lazio. Ma niente ultras", rivendicano quei ragazzi) come i complici del degrado, dello spaccio, del sottoproletariato sempre un po' fetente. E in definitiva della speculazione in attesa come un avvoltoio.
Un vero capolavoro, per dei perbenisti che vorrebero presentarsi come "liberal", abituati a pensare che "la comunicazione" sia tutto e i problemi concreti nulla. E poi si meravigliano del risultato elettorale.
Anche qui, c’è solo da attendere, gli errori di una pseudo-sinistra imbecille verranno utilizzati al meglio da una destra che ha già iniziato a sguinzagliare i suoi dogs of war. A Verona, alla Sapienza, forse persino contro il ballerino Kledi. Ma non al Pigneto. Che invece, dotato di una sua cultura popolare antica, seppure disperatamente e in forme un po' retro, resiste e aspira a un mondo migliore. A cominciare da quello sotto casa.


casimiro, 29 maggio 2008

 

 

# # # La Storia nella Rete, Due

Per puro caso mi sono sintonizzato [il 24.10] sul TG2, il peggiore telegiornale della storia. Quello che dà 5 minuti di notizie e 20 minuti di cazzate, salvo fatti di sangue sui quali sbavare per più giorni.
Sta andando in onda l'edizione delle 20,30 e il servizio parla dell’anniversario della rivoluzione d’Ottobre. Mi aspettavo certo un documento critico (ormai, chi non lo è su quel periodo? Persino i compagni non sono più tali).
Ma quello che ho visto e, soprattutto, sentito, grida davvero vendetta! Se un qualunque studente di storia avesse dato quella interpretazione della rivoluzione bolscevica sarebbe stato gettato fuori a calci persino dal professore più destrorso. Qui non è questione di schieramenti politici, qui è questione di raccontare panzane e venderle come notizie.
In pochi minuti di servizio si è affermato quanto segue (più o meno con queste testuali parole)

1) la Rivoluzione d’Ottobre fu messa in atto da una setta chiamata Bolscevica e si trattò di un semplice colpo di Stato che instaurò (nel ’17?) una casta esattamente come quella zarista. Già, la parola casta va di moda: studiare la storia un po’ meno. Qui viene da piangere: decenni di dibattito storico cancellati con una frase. Ovviamente i “purtroppo” si sprecano.
2) Il regime sanguinario che si instaurò fece sì che, per paura e reazione, in Italia si affermò il fascismo. Bella tesi. E, anzi sarebbe quella di Nolte, ma venduta come assodata! Ora, chiunque abbia letto qualcosa, sa che questa è una teoria del tutto arbitraria e che è stata fortemente criticata anche da storici liberali. E’ un’applicazione della filosofia della storia di chi fa storia senza nemmeno passare per un archivio. Però in questa visione il fascismo ci passa bene (e guarda caso la rete due è in quota AN);
3) I regimi totalitari vennero per fortuna sconfitti dalla guerra, ma, purtroppo quello sovietico resistette!!!! Capito? Non è stato detto che la guerra fu fatta dalle democrazie alleandosi con il (forse non tanto) vituperato regime sovietico contro i fascismi e che questi ultimi furono sconfitti. Si dice che i “regimi totalitari” furono sconfitti!!! Forse agli autori del servizio non l’hanno detto, ma nella seconda guerra mondiale i loro nonni erano dalla parte dei fascisti, quindi di quelli che la guerra la persero. Ovvero dalla parte dei cattivi, per usare il loro linguaggio!!!
4) Ovviamente la lotta dei partigiani non è manco citata. Sarà mica perché molti erano comunisti???
5) Il servizio prosegue sostenendo che il comunismo, sopravvivendo (ovviamente “purtroppo”!) divenne la più grande truffa del XX secolo perché mascherò un'ideologia atea e sanguinaria per una speranza di liberazione e libertà!!!! Purtroppo tante menti perbene (non sarà mica un accenno a Napolitano?) caddero nel vortice di questa odiosa ideologia.

Anche per essere anticomunisti bisogna usare il cervello!!! Non si possono vendere per verità storiche quelle che sono le più becere interpretazioni della storia che nel corso del ‘900 hanno dato i fascisti meno colti. Guardate, Pisanò era fascista, ma cazzo, qualche libro l’aveva letto!
Ma per citare Al Pacino: “Che (te) lo dico a fare?”

Andrea Bellucci

 

# # # Passano gli anni, un solo piano
Il 21 settembre del 2007 esce nelle sale cinematografiche Piano, solo di Riccardo Milani. Fra gli interpreti, nella parte del padre di un musicista morto suicida nel 1995, c’è Michele Placido.
Il film è tratto da un romanzo di Walter Veltroni.
Il 19 settembre i giornali hanno annunciato che, fra i consiglieri del futuro segretario del Partito Democratico, ci sarà Michele Placido.
La sera del 20 settembre, ospite di Miss Italia, sul primo canale della Rai, in diretta da Salsomaggiore Terme, c’è Michele Placido. Che parla del film e lo cita come Solo piano. Per non citare esattamente il titolo un motivo ci sarebbe.
Non fidandosi delle facoltà percettive urbi et orbi della virgola, infatti, Piano, solo potrebbe essere percepito come Piano solo e rammentare, dunque, il Piano Solo, che nel 1964 era il nome del progetto segreto affidato alla direzione del generale De Lorenzo: colpo di stato militare in Italia, cattura e reclusione degli intellettuali di sinistra in un campo di concentramento già predisposto in Sardegna.
Meglio dunque sbagliare titolo piuttosto che porre in rapporto Veltroni con qualcosa che romanzo non è ma che è più imbarazzante ancora dei suoi romanzi.
Felice Accame

 

# # # Se qualcuno pensava di rifarsi una vita...

26 lug 11:55 Second Life: gesuiti pronti a inviare missionari
CITTA' DEL VATICANO - "La terra digitale e', a suo modo, anch'essa terra di missione''. Ne sono convinti i gesuiti di 'Civilta' Cattolica' che propongono alla Chiesa di Roma di esercitare la propria opera anche su 'Second Life'. In un articolo della rivista, notano come anche la realta' virtuale si stia arricchendo di luoghi di preghiera e che dietro agli avatar, sempre piu' desiderosi di meditare e ritrovare Dio, ci siano persone reali. Ed e' per questo che "ogni iniziativa capace di animare positivamente questo luogo (web) e' da considerare opportuna''. (Agr)

# # # Nomen omen - A Veltronia ci si attende che l'arrivo del Veltro liberera' dalla lupa-cupidigia che regna fra gli uomini.
E cosa dobbiamo attenderci da un capo della polizia di nome Manganelli?

M.C.

# # # Non c'è che dire Gianni Riotta è un gran pezzo di giornalista

«Capisco che è ironico – voglio ben sperare – ma che significa?», ci chiede un lettore. Avevamo confidato che lo scambio di battute tra Gianni Riotta, direttore del TG1 e Antonio Ferrentino, presidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa, avvenuto durante la trasmissione TV7 di domenica 17 giugno, venisse ripreso dalla stampa. Sono soliti enfatizzare – i giornalisti – ogni screzio, qualsiasi scazzo, ma su quello hanno calato un velo. E allora ci tocca, quanto meno, giustificare la nostra altrimenti opaca battuta. Ordunque, l'ottimo Ferrentino, parlando butta là un inciso del tipo «perché, vede giornalista...», una chiara brachilogia, o forse non gli sovveniva il nome; fatto sta che il Riotta si adonta e lo interrompe, molto imbarazzato, per chiedere ragione dell'epiteto, così lo chiama, e lo interrompe ancora, con l'occhio vindice, per avanzare il sospetto che si fosse trattato di un insulto. Non osiamo pensare che cosa sarebbe accaduto se gli avesse dato del Riotta.

# # # Doina e Vanessa La notizia del giorno sono le tracce di metadone trovate dall'esame tossicologico operato sul corpo della ventitreenne Vanessa Russo, la ragazza romana della borgata Fidene uccisa qualche settimana fa da una giovane romena, Doina Matei. Il clamore e le reazioni xenofobe delle ore successive a quell'omicidio (che il pm ha stabilito come "volontario") scompaiono di fronte alla realtà, ben più banale ma non per questo meno tragica. Se la xenofobia era già di per sé termometro drammatico di una guerra tra poveri, il fatto che una prostituta da poco comunitaria abbia ucciso una ex tossicodipendente in cura da tempo nel centro di Villa Maraini riporta l'avvenimento all'interno di una scala maggiormente definibile. Nel "laboratorio Italia" si sono incontrati, hanno duellato e rovinato la propria vita due scarti della società, due giovani donne invisibili che la competitiva corsa alla succesiva posizione nella ripida scala sociale aveva già relegato tra i perdenti. E' azzardato affermare che la mancanza di coscienza di classe abbia indotto i familiari e gli amici della Russo a tacere del suo stato per scagliarsi, invece, contro chi ritenevano ancora meno adatto di loro a questa guerra civile globale? L'incapacità di chiudersi nel dolore, la volontà di chiedere - di ostentare la richiesta di - una "giustizia giusta" e una pena esemplare indicano che un altro capitolo si è chiuso e che si naviga abbastanza spediti. Verso la notte.
MC
, maggio 2007

 

# # # Paolo Valentino: per una nuova critica dell'ideologia

Come parli, frate?
Consumiamo le parole più in fretta dei calzini. Ci facciamo travolgere dal senso comune e utilizziamo un certo termine in quel certo modo per essere sicuri che chi ci ascolta o legge capisca esattamente da quale parte deve mettersi. Naturalmente, nel farlo, "noi" che usiamo con sapienza quel termine ci siamo già posizionati. Senza dirlo.
Un esempio, presto, sennò non ci facciamo capire.
Eccolo. L'ottimo corrispondente dalla Germania per il "Corriere della sera", Paolo Valentino, il 6 marzo 2007, ci racconta una storia molto "yankee", anche se si svolge appena al di là delle Alpi. L'Us Army di stanza laggiù mette un annuncio sui giornali: «arabi cercasi per
comparsata». Cachet moderatamente allettante, per gli standard teutonici: 90 euro al giorno. Per un arabo in terra ariana, però, possono essere anche tanti.
Lavoro: fare "da spalla" ai soldatini Usa che dovranno poi ripetere "sul serio" certe scene una volta trasvolati in Irak o in Afghanistan.
Location: 10 finti villaggi "etnici" costruiti per l'occasione dalle parti di Norimberga (quantomeno imbarazzante).
Centinaia di arabi ambosessi si presentano per il "casting" (fa tanto Hollywood) e scoprono, lì sul posto, che dovranno interpretare la parte di "civili" o "terroristi" in una battaglia casa per casa, con i soldati Usa ovviamente trionfatori.
Valentino ci spiega che, nonostante la lauta offerta, solo 4 accettano il lavoro. Quando però deve spiegare i motivi per cui tutti gli altri hanno rinunciato gli scappa detto: «Qualche rifiuto ideologico: "Io non aiuterò gli americani a far male ai miei fratelli"».
"Rifiuto ideologico"? Il buon Valentino aggiunge che si tratta della risposta di «un'aspirante comparsa marocchina». Insomma: gli americani non hanno (ancora) invaso il Marocco e quindi perché mai, se non per "ideologia", ci si può rifiutare di collaborare con loro?
Inutile qui fare un excursus - da autodidatta, probabilmente - sul fatto che gli arabi, così come i latinoamericani di lingua spagnola, si sentono tra loro un po' più fratelli (e imparentati) di quanto non ci sentiamo noi con i francesi o gli spagnoli. Inutile lanciarsi in distinzioni filosofiche sulla differenza tra "ideologia" e "weltanschauung". L'etimo e la conoscenza storica non ci possono più soccorrere.
Il nodo sta in una parola - «ideologico» - che nel senso comune ha ormai i connotati iconici di uno stigma. Privo di contenuto preciso, ma da evitare come la peste, pena l'emarginazione sociale - o quantomeno dalla chiacchierata contingente. "Sei ideologico!", si usa dire a chiunque trovi poco "appropriato" accettare di fare qualsiasi cosa per soldi o una promozione. Come se il fissare un confine invalicabile che distingue ciò che è accettabile o meno fare, il possedere una "norma morale" interiore, sia una malattia da estirpare.
Chiedo scusa: capisco solo ora che un significato c'è.
Al limite.

Francesco Piccioni

Per altri motivati dissensi, cfr: http://allimite.blog.espresso.repubblica.it/

### Secondo il calendario cinese siamo entrati nell'anno del maiale

Che ti sia lieve, govelno Plodi! L.I.P.

(postato il 17 febbraio)

* * *

Quattro giorni dopo: Oops!!

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L'Italia è spaccata in due, si dice. Sì, tra chi aborre la guerra e chi, al contrario, ci vede favolose opportunità di profitto.

O.

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«Quel disgraziato di Franco Turigliatto ha fatto cadere il governo! Va espulso dal partito!»
Eppure gli stessi, tutti, giurano che Franco Turigliatto è una persona onesta e perbene.
Si vede che il Parlamento non è più luogo per gente così.
Casimiro, 22 febbraio

Già, Rossi e Turigliatto, i quali, come eletti dal popolo, hanno voluto essere in sintonia con il proprio elettorato - e addirittura con la maggioranza degli italiani i quali, secondo il più recente sondaggio, vogliono che si venga via dall'Afghanistan. Ma allora, il senatore Andreotti e il vicepresidente di Confindustria - senatori a vita - con chi sono in sintonia, a chi hanno voluto rispondere?

O., 22 febbraio

* * *

Alla famosa teoria del “tanto peggio tanto meglio” oggi possiamo sostituire quella del “tanto peggio tanto è uguale”. Nella sinistra va molto il seguente argomento: non bisogna consegnare il Paese alla destra.
Così, se non vado errato, la sinistra si impegna a fare:
il traforo del Brennero
la tav
le centrali nucleari
le spedizioni militari
le basi americane
gli interessi del Vaticano
gli interessi di Confindustria
una dura repressione di chi si ribella.

Mi fermo qui, ma potrei essere più lungo e più dettagliante.
Viene il sospetto che la destra a fare tutte queste cose non ce la farebbe.
Felice Accame, 26 febbraio

Viene il sospetto che alle prossime elezioni, per pararsi il culo, convenga votare scheda nulla. Cominciamo a pensarci!

O., 26 febbraio

### Quando dell’opinione si fa scienza, la scienza viene trattata da opinione.
Il postmodernismo ha occupato questo snodo, e imperversa.
E così, quando i corsi di laurea in scienza della comunicazione sono ormai diventati una sessantina, le facoltà scientifiche vedono diminuire i loro iscritti; pare siano solo tre a Matematica quest’anno. Prosit.

cdb, 22 dicembre

 

### Fluidificazione dei linguaggi
«Chi scrive ha vissuto, in Lombardia, l'esperienza dell'elaborazione di un progetto regionale sul reddito in cui si sono riconosciute tutte le culture della sinistra radilcale (dalla Fiom ai centri sociali), rappresentando un punto di fluidificazione dei linguaggi che, purtroppo, non sembra generalizzabile».
Così esordisce Tajani, Il vizio della mancanza di proposte, 11 luglio (sta in Segnalazioni). Purtroppo, non è dato modificare le cose – classi sociali, grandezze econo
miche, rapporti di produzione – manipolando le parole che le rappresentano, accomodandole, stiracchiandone il significato. Però Tajani ci prova. Si sta parlando di mercato del lavoro, di occupazione, disoccupazione e sottooccupazione. Ma con uno slittamento e qualche fluidificazione, la disoccupazione giovanile è diventata il «ringiovanimento dei poveri", e così ci si ritrova a parlare di povertà e di "strumenti universalistici (svincolati da appartenenze categoriali) di contrasto alla povertà».
Fluidificando i linguaggi, come intersezione di salario e reddito, troviamo il basic income. Abbiamo già perso.
Di erga omnes conosciamo soltanto leggi e diritti. Le prime, in genere, ci vengono imposte. I secondi, per quel che n’è rimasto, ce li siamo conquistati. E tocca pure difenderli giorno dopo giorno.
Tra questi, per quanto possa sembrare strano, ci sono anche i contratti di lavoro. Non sono "universalistici", ma la loro carica egualitaria è indubitabile. Forse anche l’"assistenza" può diventarlo, ma solo al ribasso.
Quando si sente parlare di poveri, ci si dovrebbe allarmare, e molto. Vuol dire che è pronta una legislazione di emergenza. Vuol dire che non si vede come tirarli fuori da quella condizione, vuol dire che non rimane che assisterli.
A questo si arriva, con la consulenza di qualche sociologo fluidificante, mettendo al centro dell’analisi la figura del precario. Come? Basta cominciare a considerare il lavoro contrattualizzato, a tempo indeterminato, come "troppo rigido", ossificato, desueto e non al passo con la post-modernità. Basta fluidificare ulteriormente il linguaggio che già usano gli Ichino o i Giavazzi, trasformando in "pregio" quella che è una maledizione (la mancanza di un salario – che è pur sempre un reddito, ohibò! – certo, a scadenza e importo fisso e migliorabile).
Una sola domanda: stante il vizio universale della lotta di classe – ogni classe di "percettori di reddito" compete in effetti ferocemente per mantenere o aumentare il proprio potere d’acquisto – a spese di chi viene costituito il reddito d’esistenza? Suvvia, stringetevi un po’, conclude Tajani. Un po’ di deontologia, direbbe Morini. Un po’ di compassione! Compassione e amministrazione: a chi presenta il certificato di esistenza in vita si fornisce, a vista, il certificato di povertà.

cdb, 3 ottobre

 

### Come parli, frate?


Si fa presto a dire dibattito. Per parteciparvi occorrerebbe che la gran parte dei termini usati avessero un significato condiviso e che, comunque e per lo meno, mantenessero lo stesso significato soprattutto da parte di chi li usa. Non sarebbe male, inoltre, che ci si astenesse dall’uso di espedienti retorici, gli ossimori, tanto per dirne uno. Insomma, quando si partecipa a un dibattito, gli esercizi di scrittura creativa andrebbero evitati: le parole in libertà di stampo futurista. Osservare le regole della sintassi e della grammatica, in ogni caso, non guasta. Morini nel suo intervento del 5 luglio (Reddito d'esistenza e nuovi soggetti sociali, sta in Segnalazioni) «attraversa gli stessi percorsi dei lavoratori immateriali», venendo così accompagnata da «diciture»; fa esperienza dell’«imprendibilità della sostanza», di un’«immagine letterale di incorporeità», pervenendo a «un'inutilità degna di una specie di inspiegabile ironia» che non le impedisce tuttavia di cogliere che «elementi immateriali vanno sempre più innervando l'attività lavorativa». Questo modo di comunicare indebolisce fortemente le ragioni che pure si vogliono sostenere. Sarà per questo che sul finire del suo intervento Morini, contro gli arcigni salaristi, commette fallo; non fa neppure appello a un qualsiasi principio di autorità. No, scomoda direttamente la morale, e così conclude: «esistono profonde ragioni deontologiche in difesa del reddito di esistenza». Ah, beh, allora! Non pare ci sia gran differenza con il “liberismo compassionevole”. E comunque una domanda viene da farla: le “ragioni deontologiche” invocate appartengono a quale categoria professionale? Avvocati, medici, giornalisti, commercialisti... un “codice deontologico” – con relative “ragioni” – non si nega a nessuno. Basta dire di quale si parla. A meno che non si sia usata una parola (“deontologico”) al posto di un’altra. Succede che, a forza di “fluidificare i linguaggi”, si riesca a non farsi capire. Oppure a parlare senza dire niente. O anche a far finta di avere delle cose “profondissime” da dire. Il commento potrebbe finire qui, dopo aver insistito sulla circostanza che gli appunti mossi non sono soltanto formali. Ma siccome l’intervento centra due temi cruciali, conviene aggiungere due chiose.
1. «I knowledge workers [che poi sarebbero “giornalisti, invisibili, al desk dei settimanali e dei quotidiani. Ricercatori universitari da tre per due e dal futuro incerto. Designer, lavoratori del web, impiegati e consulenti nell'industria dei brand, delle mode, degli stili di vita, tutti precari ai tempi delle vite precarie”] sono infatti contemporaneamente, non casualmente, estremamente "aperti" alla precarietà, a una precarietà che, nella modernità, si sostanzia, sopra ogni altra cosa, di immaginari, di miti». Viene da commentare: “Reagiscano con l’immaginario, dotati come sono! I metalmeccanici tiravano i bulloni, e loro scaglino miti proprio nel bel mezzo dell’immaginario. Che spettacolo!”.
Tuttavia, questo accidentato brano, vero e proprio inno alla precarietà di una vita senza costrizioni (ah, se solo ci dessero una paghetta!...), porta dentro al dibattito l’ingenua testimonianza della soggettività ultimo-generazionale, unilaterale e inconsapevole che, proprio perché stenta a imporsi come categoria, nuoce non poco alla discussione. Lo abbiamo visto: i precari oltre i trent’anni vogliono salario, su cui costruire la riproduzione della propria vita. E non la paghetta. Non vogliono il contrasto alla povertà, ma il riconoscimento di un diritto.
2. «Alla tradizionale divisione del lavoro per mansioni e specializzazione se ne aggiunge una nuova, fondata sulla conoscenza, sui saperi, sulle singole capacità (relazionali, emotive)». Affiora un pregiudizio tanto stupido quanto indecente. L’idea di Morini è che il lavoro salariato, in quanto manuale, ha escluso, fino all’avvento dei suoi amichetti del brand, l’utilizzo del cervello.
Da un punto di vista teorico, qualcuno dovrebbe spiegare a Morini il concetto di cooperazione: impresa titanica, temo. Sennò, gli si potrebbero fare degli esempi pratici, a partire dall’interazione di un manovale con un muratore, dalla quale si evince che ogni lavoro è conoscenza. Anzi: che solo lavorando, in senso stretto “si conosce”. Perfino quell’"altro"che lavora con me. E con una mansione diversa, addirittura.

cdb, 2 ottobre

### Bisex della politica
In un film di Verdone un personaggio vantava “avventure con donne, con uomini”
e Verdone se lo guardava ammirato.
Sono in molti ormai a riconoscere che una forte e determinata identità – anche sessuale – limiti molto le possibilità che offre la vita moderna. Ecco allora che Bertinotti accetta l’invito dei giovani di AN a discutere con Fini su questo tema di grande attualità, istituendo un “processo all’identità”. Non a caso, il Fini ha dichiarato che il suo romanzo preferito è “Uno nessuno centomila” di Luigi Pirandello.
Da questo punto di vista non esiste soluzione di continuità tra fascisti e postfascisti. La versatilità, la capacità di sostenere molte parti in commedia; la qualità raffinata di poter sempre offrire un servizio à la carte, non è esclusiva del partito di Fini – un partito veramente moderno: plastico, duttile e malleabile. Viene da lontano.
Riguardo al problema istituzionale: prima repubblicani, poi monarchici, poi ritorno alle origini con la repubblica di Salò, poi, dopo qualche rancore coi Savoia, ancora monarchici.
Riguardo al rapporto tra le classi: dapprima socialisti, poi corporativisti e dirigisti, poi la socializzazione delle imprese (tanto per dire; ne fu socializzata solo una!), poi ancora corporativisti, infine decisamente liberisti, anzi, neoliberisti.
Riguardo alla politica internazionale: antiamericani, antiisraeliani e un po' filoislamici; ma poi filoamericani, ora filoisraeliani e visceralmente antiislamici.
Il fascismo delle origini era fortemente anticlericale, ma dopo i Patti lateranensi, si deve riconoscere, non hanno avuto più ripensamenti.
Nemmeno Mussolini si salva. In un’intervista a “La Stampa” del 2000 Fini dichiarava che il Duce era stato "il più grande statista del secolo": l’anno scorso il fascismo diventava il “male assoluto”.
L’identità si rafforza (?) anche con l’appropriazione dei simboli altrui: Giovane Italia, Fronte della gioventù, Ordine nuovo. Poteva sembrare simulazione e depistaggio, ora sappiamo che si trattava di un’anticipazione della “personalità multipla”, della bisessualità politica.

cdb, 20 settembre

### La pantera. Caro Bachemaster, chiudi pure la polemica ma a me rimane una domanda: quando è cominciata l'inversione di tendenza? Quando il rosso è virato in marrone? Con un movimento che nessuno chiamerà mai glorioso.
Lo dico? Lo dico: il movimento della Pantera, inizio anni novanta. Le carceri erano piene di prigionieri. Fu allora che una nuova leva di "rivoluzionari", appena ventenni, ma molto vispi, sottoscrisse un tacito patto: facciamo politica, ma senza rischi. Nessuna organizzazione, per carità. Nessun capo, al massimo un portavoce irresponsabile. Sostituiamo l’azione diretta con l’azione simbolica. Basta con la dissimulazione, avanti con la simulazione concordata, con la polizia. La realtà non ci piace, tanto meno studiarla. Meglio inventarsela, costruirsela, sceneggiarla, la realtà. Giungeva a proposito il postmodernismo, parente povero dello scetticismo, con nuovi maestri. I maestri, basta sceglierseli. Foucault, Deleuze, mais oui! E anche un po’ di ermeneutica. Fa fino, e non è pericolosa...

M.S., 15 settembre

 

### Polemica chiusa - quella a partire dal manifesto del 25 aprile - con le conclusioni di S. (vedi sotto, 7 maggio).
COORTI e COOPERATIVE. A Roma, il lungo processo durato oltre un secolo e mezzo, diciamo dalla Repubblica Romana, e che ha visto la plebe, i sudditi del Papa re, trasformarsi lentamente in classe educando un proprio, originale antagonismo con alcuni momenti cospicui - 1892, a Campo de' Fiori, all'inaugurazione del monumento a Giordano Bruno, confluiscono, assieme alla borghesia anticlericale, gli studenti di sant'Ivo alla Sapienza e gli edili in sciopero; 6 luglio 1921, all'Orto Botanico sfilano duemila Arditi del popolo, armati; 1943-'44, otto mesi di resistenza popolare antifascista; luglio 1960, porta san Paolo; 1962, piazza santi apostoli; 1977 - quel lungo processo si è interrotto. Bene, ora, tornato plebe, il proletariato giovanile sta in file ordinate davanti al municipio di appartenenza; stretti in coorti? - come amano ora cantare a squarciagola sventolando tricolori - no, in cooperative e chiedono elargizioni, per eventi culturali, manco a dirlo; un pugno di rupie, su cui gettarsi. Rupie, ma in forma di reddito. Che diamine. Non parleremo più, in questa bacheca, di figure sociali estinte, e dei comportamenti indecenti dei loro eredi, ma cercheremo di cogliere la logica, chiamiamola così, di coloro che ambiscono a rappresentare questi nuovi comportamenti e indicarli come progressivi. Vertova, Halevi, Bellofiore, Sacchetto, Tomba [vedi in Segnalazioni] dicono che non è così; Gambino fa il pesce in barile, ma Fumagalli, Lucarelli, Morini e Tajani insistono. Di questo ci occuperemo nei prossimi giorni.
Bachemaster, 16 luglio
Casimiro ci fa pervenire questa nota su Fumagalli-Lucarelli-Morini.

Come cazzo parli (per una terapia del linguaggio)

Partiamo dall’assunto di essere ignoranti, letteralmente di “non sapere”. Quando incontriamo parole che non capiamo, o che ci confondono le idee, ci fermiamo e chiediamo spiegazioni. Ok?
Prima che ci accusiate, lo ammettiamo volentieri: facciamo i furbi. Capiamo benissimo di cosa si parla, ma pretendiamo che i nostri interlocutori – reticenti – siano espliciti, la “dicano tutta”, in una lingua comprensibile per esempio da chi si affacci su queste pagine.
Detto fra noi: non ci sembra poi una così grande pretesa.

Lavoro immateriale
Chi scrive queste note fa un lavoro che facilmente potrebbe essere inscritto in questa categoria: infatti scrivo per mestiere. Da tempo immemore (oltre 20 anni, vi basta?). Nel mio piccolo ho avuto milioni di avidi lettori. Lo so per certo. Ma erano altri tempi, o ce n’é voluto, del tempo.
Eppure, “lavoro immateriale” non capisco cosa vuol dire. Ho fatto il programmatore software, il giornalista, il novelliere (il poeta no, conosco i miei limiti); ho vissuto dentro fuori e contro le cooperative sociali. Ho conosciuto leccapiedi, portaborse, ciucciacazzi (citazione colta: sta in “Frances”; se non sapete cos’è informatevi, guardatelo e poi ne parliamo), poveracci, occupanti di case e occupanti di poltrone (i primi li apprezzo, anche se antropologicamente mi sono molto lontani; i secondi no, anche se li conosco spesso uno per uno).
Lavoro immateriale. Immagino sia quello in cui non ti sporchi le mani, se non di inchiostro invece che di grasso e fuliggine. Sono vecchio, ve l’ho detto. Ai miei tempi si chiamava “lavoro intellettuale” e lottavamo perché non si separasse, neppure per un momento, da quello “manuale”. Mica per ideologia, solo per non darla vinta troppo facilmente al padrone. Che è lo stesso, in genere, e che ti paga per produrre “merce”. Se poi questa merce ha delle dimensioni fisiche (larghezza per altezza per profondità) oppure culturali (profondità per altezza per larghezza di vedute), beh, per lui è decisamente indifferente: basta che produca profitto.
Se è di questo che si parla, non vedo la novità. Nella pratica quotidiana si tratta di tutte quelle mansioni del processo produttivo il cui risultato è una merce di sfuggente definizione col metro dei pesi e delle misure. Ma neppure troppo. Un articolo te lo commissionano comunque a metro (“tot battute Word”), e il cervello deve tener dietro alle mani. O davanti, non c’è differenza sostanziale.
Quindi. Perché taluni si affannano tanto a cercare di separare così nettamente il lavoro sporco, brutto e cattivo (“materiale”) da quello pulito, bello e buono (“intellettuale”)? L’unico motivo che mi viene in mente ha a che fare con le “classi”, i loro meccanismi di riproduzione, le culture e le possibilità che le caratterizzano: in effetti è difficile vedere un “lavoratore manuale” assurgere alle vette della società cui appartiene. Non impossibile (Lula, Chavez, Evo Morales), ma certamente meno probabile. Quindi, mi vien da pensare che chi si iscrive sua sponte alla categoria degli “immateriali” in realtà spera di far carriera prima e meglio.
E’ possibile, lo comprendo. Ma non certo. E comunque non mi sembra un buon modo di procedere (sapete, sono vecchio, sono rimasto legato al mito egualitario, per cui tra noi scegliamo il più adatto e serio a rappresentarci, senza tanto guardare allo sporco delle sue mani).
E poi. Come distinguiamo chi fa un lavoro immateriale da chi non lo fa? Un addetto ai call center cos’è? Non si sporca le mani, al massimo la voce e le cellule nervose. Ma ha una qualche autonomia? Certamente no. “Apprende” nel corso del suo lavoro qualcosa che ne aumenti “la professionalità” o la “creatività”? Lasciamo perdere.
Mi torna alla mente una distinzione in voga in altri tempi, quella tra lavoro “produttivo” e “improduttivo”. (Distinzione teoricamente ineccepibile, ma che fu lasciata cadere proprio perché finiva col dividere i lavoratori.) Improvvisamente l’addetto del call center trova una sua collocazione: certamente produce profitto. Mentre il “servo” non produce nulla, solo una “comodità” per qualcun altro. “Non produce” nulla neppure se fa il portavoce del presidente della repubblica, di qualche deputato o “del movimento”.
La domanda, insomma, non è “quanto usi le mani o altro sul lavoro”. Ma una ben più profonda: il tuo lavoro “produce” qualcosa che prima non c’era e la rende disponibile a tutti (sul mercato) tramite il “padrone” e la vendita, o è solo una funzione (“servile”, che è parecchio differente da “servizio”) utile a qualcuno? Poi questo lavoro può richiedere tanta fatica o tanta conoscenza, o un inestricabile mix tra le due cose (è l’evenienza più probabile). Ma tutto deriva dal rapporto tra te che lavori e “il capitale” (il “padrone”, se ti spaventano le categorie astratte). Il resto sono seghe di chi sogna una (più) facile arrampicata sociale.
Mi dispiace per Cristina Morini, che ha evidentemente avuto pessimi maestri. Ma non è per niente vero che «Il sistema di accumulazione flessibile alla creazione di valore tramite la produzione materiale ha aggiunto la creazione di valore tramite la produzione di conoscenza». Non sarebbe mai stata possibile alcuna “accumulazione di valore”, né in modo ferreo né “flessibile”, se l’organizzazione complessiva della produzione non fosse stata in grado – fin dalla nascita del capitalismo – di “dosare esattamente” le parti indispensabili di lavoro “bruto” (manuale, se non vi piacciono le parolacce) e di lavoro “fighetto” (intellettuale o immateriale che dir si voglia).
Sono cambiate le proporzioni tra i due tipi di lavoro? E’ possibile, ma è difficile dirlo, su scala mondiale (viviamo in “un sistema”, lo stesso in tutto il mondo, ed è il mercato globale; perciò ogni considerazione di carattere generale sulle “trasformazioni” avvenute nel processo di accumulazione deve essere dimensionata su questa scala). E nessuno ha prodotto finora delle “misurazioni” attendibili del fenomeno.
Per questo in tanti si affidano all’istinto e cercano la scorciatoia (concettuale) meno faticosa. Qui da noi – occidente, europa, italia – sembra che ci siano meno operai e più spremimeningi. E si tira la conclusione dell’imbecille: “diventa più importante il lavoro immateriale”.
Scusate: ma non vivevamo nell’era della globalizzazione? E se, sul piano globale, in una certa zona del mondo (la nostra, poniamo) i “lavoratori materiali” calano di un decina o venti milioni di unità, mentre tra Cina e India mettono all’opera tra i duecento e i trecento milioni di nuovi operai… i lavoratori “materiali” sono aumentati o diminuiti? Vi serve una calcolatrice? Oppure i “gialli” e i “neri”, in fondo, “non contano”?
Dice la Morini che bisogna «guardare al lavoro creativo alienato, ridotto - in alcuni casi, nella grande maggioranza dei casi - a ripetizione, esecuzione». Va bene, guardiamo. Quanta gente coinvolge? La risposta della Morini è un piccolo guazzabuglio indicatore della confusione concettuale («giornalisti, invisibili al desk dei settimanali e dei quotidiani, ricercatori universitari da tre per due e dal futuro incerto, designer, lavoratori del web, impiegati e consulenti nell'industria dei brand, delle mode, degli stili di vita, tutti precari ai tempi delle vite precarie»).
Fino a un certo punto, infatti, Cristina elenca dei “mestieri” individuabili (giornalisti, ricercatori, designer, consulenti, ecc); poi, sembrandole in fondo un assembramento poco numeroso, si allarga a tutta la platea dei “precari dalle vite precarie”.
Ma la precarietà è una condizione contrattuale, che non ha niente a che vedere con il tipo di lavoro concreto. Forse che un avvitatore di sedili alla Fiat, solo per il fatto di avere un contratto a termine o “a progetto”, diventa un knowledge worker?
Eppure è certamente vero che “il lavoro creativo alienato viene ridotto nella grande maggioranza dei casi a ripetizione, esecuzione”. Anche qui, infatti, il “progresso” del capitale spezzetta le funzioni produttive (persino quelle della “creatività”, che forse andrebbe a questo punto ri-definita concettualmente); specializza e fissa competenze sempre meno vaste in “mestieri” sempre più serializzati (si pensi a quei programmatori software che passano una decina di anni a lavorare su un solo “bottone” o su un singolo “menu” per diverse release dello stesso programma), per cui occorre una “formazione” sempre più limitata quanto a patrimonio di conoscenza e sempre più frequente quanto a periodi di ri-addestramento.
Ma tutto ciò ha un nome, è stato concettualmente compreso e definito come categoria da almeno un paio di secoli o quasi, perché indica un fenomeno in perenne trasformazione ma che ha caratteristiche generali chiare fin dagli albori del capitale (esattamente come un essere umano, che nasce, cresce, matura, decade e infine muore ma è – in ogni istante della sua vita – sempre la stessa persona), quando i primi fattori che si trasformavano in farmers hanno cominciato ad assumere qualcuno che gli tenesse la contabilità.
E’ l’organizzazione scientifica della produzione che espropria (anche) l’“artigiano intellettuale” – creativo, versatile, transettoriale – ne atomizza le competenze e le colloca a un certo gradino del processo produttivo (moltiplicando i gradini, il fenomeno si complica, ma non cambia di segno; anzi, lo conferma). Un processo che ancora non coinvolge “tutto” il lavoro intellettuale, perché resta un piccolo margine di “autonomia” per la genialità creativa, quella che dispone delle caratteristiche uniche che consentono di spuntare un “prezzo di mercato” assolutamente individuale. Spielberg può chiedere quello che vuole, o addirittura produrre un film con i propri soldi (e quindi diventa “imprenditore” a tutti gli effetti), mentre l’aiuto regista che sopravvive collaborando a spot pubblicitari già si avvicina alla tariffa minima. Non parliamo poi dell’attore/attrice che cerca di farsi strada, perché lì ti aspettano i Salvo Sottile – dice la magistratura! – che pretendono di farti un rapidissimo “corso di formazione” sul divano.
Idem per i giornalisti, gli architetti, i pubblicitari e via enumerando.
In ogni mestiere si può isolare un gruppo numericamente sempre più ristretto di “geni” (o sopravvalutati) che impongono il proprio prezzo e una massa crescente di “impiegati di concetto” costretti ad accettare quello che ti danno.
Si chiama, con un linguaggio certamente poco bello, ma in qualche modo corrispondente all’orrore che suscita in chi vi è coinvolto, “proletarizzazione dei ceti medi”. Un fenomeno analizzato in centinaia di libri, documenti, analisi, articoli scientifici, ecc, già negli anni ’60. Tant’è vero che proprio nel ’68 e dintorni cominciarono le prime lotte che vedevano insieme operai, impiegati e tecnici, due categorie fin lì “coccolate” dal padrone.
E perciò: benvenuti nell’inferno del lavoro salariato. L’unica differenza tra lavoratori materiali e immateriali è davvero, ora, il tipo di sporco che ti rimane sulle mani o su altri organi. Basterà questo a distinguervi? E quanto, all’atto pratico del contrattare un salario?

La dicotomia teorica
Sono debitore a Fumagalli e Lucarelli di una delle serate più divertenti della mia lunga vita. Mi hanno infatti costretto a leggere che quella tra salario e reddito è, secondo la loro definizione, una “dicotomia teorica”.
Le dicotomie – in filosofia, perché il termine viene da questa disciplina – sono “figure” concettuali, coppie oppositive che permettono di distinguere, nella realtà empirica, ciò che sembra tutto sommato appartenere allo stesso ordine o genere. “Uomo” e “donna”, per dirne una. Anche quando ci troviamo di fronte a un/a transgender e va stabilito, quantomeno, da dove viene a dove va. Così, tanto per potersi regolare.
C’è poi un’accezione volgare, propria dell’uso quotidiano del termine “teorico”, che significa invece “in apparenza”. “In teoria” potrei vivere come un ricco, ma “in realtà” non me lo posso permettere. Ma Fumagalli e Lucarelli sono due ragazzi che stanno facendo carriera nell’”accademia”, nelle istituzioni universitarie, “formando” ogni anno gruppi di studenti. Non posso credere che usino le categorie nel loro senso “volgare”. O invece devo?

Lavoro e reddito
Passiamo al merito. Fumagalli e Lucarelli ci dicono che «Reddito e salario non sono mai stati sinonimi, ma nel contesto attuale le differenze si fanno più sfumate». Nonostante la terziarizzazione dell’economia, non mi risulta chiaro come possa accadere. Perciò temo che la “sfumatura” dipenda da come si definiscono i due concetti. Meno rigorose sono le definizioni, più facile diventa sovrapporle.
E giustamente i nostri ci dànno la loro definizione: «il salario è la remunerazione del lavoro e il reddito è la somma di tutti gli introiti che derivano dal vivere e dalle relazioni in un territorio e che determinano lo standard di vita».
Questa definizione di salario è certamente un po’ “povera”, forse perché lo si dà per residuale e dunque ininteressante; mentre ci si dilunga di più – a spese della precisione – sulla definizione di reddito: «la somma di tutti gli introiti che derivano dal vivere e dalle relazioni in un territorio e che determinano lo standard di vita». In un vecchissimo film di Nanni Moretti si poteva vedere una ragazza che, a precisa domanda («come campi?»), rispondeva in modo rimasto proverbiale («giro, vedo gente, faccio cose»). E in effetti l’Italia è forse l’unico paese del mondo, specie da Roma in giù, dove un certo – non immenso – numero di persone riesce a sopravvivere “grattando” reddito da ogni relazione personale. Franco Piperno ne ha cantato le lodi in Elogio dello spirito pubblico meridionale. Nella letteratura giornalistica, ma anche scientifica, si identifica il fenomeno come ricaduta tipica dei “sistemi clientelari”. Se ci sei inserito, qualcosa acchiappi. Basta non farsi domande sul da dove provenga – a chi sia stato sottratto – quel denaro o quei beni.
Anche qui esistono dei livelli, per modo di dire, “di eccellenza” (titolari di subappalto, pubblici amministratori, “facilitatori” della connessione tra commesse pubbliche e finto lavoro privato, ecc); mentre la massa della plebe viene nutrita con le rimanenze (finte cooperative, finti lavori, “consulenze” fantasiose, assegni pro tempore, invalidità civili fasulle, elargizioni occasionali, elemosine vere e proprie). In generale è un demi-monde ultraconservatore, un’escrescenza tumorale stabilizzatasi ai tempi della “guerra fredda” e motivata dalla necessità – per il capitale – di garantirsi un consenso politico di massa sufficientemente ampio da contrastare il peso del movimento operaio organizzato (sindacato, sinistra parlamentare, ricorrenti movimenti più o meno “rivoluzionari”). All’interno di questo mondo, negli ultimi venti anni, anche la “sinistra antagonista”, o come si chiama ora – ben dopo le “amministrazioni di sinistra” e alla coda di quest’ultime – ha scoperto e ritagliato una sua piccola sacca. Rivalutando concettualmente il fenomeno (come si usa fare nella normale sinistra italiana: sei intenzionato od obbligato a fare una cosa prima disdicevole? spiega che “prima era tutto diverso, ora siamo in una nuova condizione”; usa nuove formule verbali, chessò, “guerra umanitaria”, per esempio).
E’ un mondo ormai aggredito dalla necessità del “risanamento dei conti pubblici” e svuotato di necessità politica (il bau-bau “comunista” non fa più paura). Ma che resiste e, anzi, chiede più spazio (più “reddito”?).
Ci sono poi molti altri esempi di “reddito” generato dalla “somma di tutti gli introiti che derivano dal vivere e dalle relazioni in un territorio e che determinano lo standard di vita”. A volte si vede gente che scambia bustine contro soldi, prestazioni sessuali contro soldi o avanzamenti di carriera (o apparizioni televisive, naturalmente; mica vorremo dimenticare questa essenziale forma di “lavoro immateriale”!). Avviene nelle strade, nelle anticamere, sui luoghi di lavoro, sugli autobus o in metropolitana. In nessun caso, però, vediamo scambiare “reddito” (prosaicamente: “denaro liquido”) contro nessuna prestazione o oggetto d’uso.
E qui siamo al punto. L’elemento centrale della riproduzione capitalistica è per l’appunto lo scambio. E’ la posizione – il ruolo – che si agisce nello scambio che permette di distinguere che tipo di reddito, alla fine della fiera, ti metti in tasca.
Perché – diciamo le cose come stanno – reddito è un concetto generale, che la scienza economica (sia quella “classica” che la “critica dell’economia politica”, sia di ascendenze keynesiane che liberiste o addirittura marxiste) usa distinguere a sua volta in tre categorie: profitto, salario, rendita.
Il profitto è la quota di valore che va all’imprenditore che ha investito capitale in una attività produttiva qualsiasi; il salario è la remunerazione del lavoro; la rendita è la quota di valore che va ai proprietari di beni e risorse – in genere non riproducibili capitalisticamente –, che vengono usati nel processo produttivo. E’ rendita, per intenderci, quella che viene pagata al proprietario di un giacimento petrolifero dalla compagnia che materialmente estrae il greggio; è rendita l’affitto che viene pagato al proprietario di un terreno o di un appartamento; sono rendita gli interessi sui titoli di stato. E così via. Niente è gratis.
Dov’è, perciò, che la differenza tra salario e reddito “va sfumando”?
E’ l’abc che apprende ogni matricola iscritta a economia e commercio, se per caso non l’ha imparato prima, magari all’istituto tecnico per ragionieri.
Ma che materia insegnano, all’università, Fumagalli e Lucarelli?

Casimiro, 26 luglio

 
### S. è un giovane compagno. Uno studente universitario, cresciuto dunque tra routine di facoltà e frequentazioni abituali nel quartiere di San Lorenzo, "culla" de La Sapienza. La sua è dunque una voce "da dentro" questa generazione di inizio millennio. E mostra di averne capito, forse meglio di noi, ma con un impianto simile, ragioni, dinamiche, commistioni.
Perchè i manga?, si chiede Odradek. Dovrebbe domandarsi perché l'antifascismo a Roma si rappresenti così. Qual è il meccanismo socio-culturale che ha portato a tutto ciò.
Provo a dirlo? Grazie al veltronismo imperante l'antifascismo è stato confinato nella gabbia della soggettività comunitaria. Non più valore fondativo ma istanza sub-culturale. In quest'ottica forse non ci sarebbe da meravigliarsi troppo se la sub-cultura antifascista si va a intersecare con un’altra sub-cultura, quella fumettara.
I confini la banda Veltroni li ha stabiliti e, a mio avviso, sono ben saldi, non c'è via d'uscita. Una targa a Valerio Verbano nel Parco delle Valli, e una a Paolo Di Nella a Villa Chigi, entrambi "vittime della violenza". Per la serie, quando il revisionismo storico si fa Istituzione. Se poi un gruppazzo di ex compagni di scuola di Verbano insieme a qualche altro gruppazzo di giovinastri di Montesacro-Talenti si mettono in testa di ricordare colui che era uno dei più coraggiosi militanti dell' autonomia operaia anni '80 in altro modo, quindi valicando il confine tracciato, cazzi loro. Nell'ultimo anniversario dell'uccisione gli fu dedicato un murale a viale Ionio, che venne sfregiato con svastiche due giorni dopo, o addirittura la sera stessa, non ricordo. Non contenti di ciò, i fasci si sono presi la briga di assaltare il CSOA La Torre nel corso di un'iniziativa. L'istituzione se ne è lavata le mani , "Che vi avevamo detto?", gli mandò a dire paternalisticamente il Walter.
Casa Pound e le altre occupazioni "non conformi" hanno pari diritto di esistenza delle altre, fanno capire poi dal Campidoglio, e allora perchè accanirsi contro l'ex carabiniere patron di una piccola casa editrice di tendenza come Castelvecchi? Ma un tempo non si diceva non sparate sui pagliacci?
Sempre per rimanere nell'ambito dell' editoria, come non menzionare il best-seller Cuori Neri di Luca Telese, altro tentativo, a quanto pare commercialmente riuscito, di dare forma e dignità all' immaginario dell'altra parte.

Le direttive calate dall'alto son queste, ma per quel che riguarda il comportamento della "base", o meglio di una parte assai consistente di essa, non c'è proprio da sperare: tra chi si richiama all'antifascismo militante e chi al fascismo squadrista la pacifica coesistenza è possibile!
E' possibile allo stadio come nei quartieri. San Lorenzo è un caso emblematico, pare che stia facendo scuola non solo a Roma. I "compagni" del posto dialogano e si spartiscono il territorio con i naziBoys della Roma da almeno un decennio, facendo cordone su una "complicità delle logiche di strada", alquanto sbilanciata però. Il caso Zappavigna è esemplificativo.
Paolo Zappavigna, un'adolescenza passata tra crimine più o meno organizzato e i Nar, di cui il fratello era un leader di spicco; asceso negli anni '80 a capo indiscusso dei Boys Roma. Non dei semplici supporters di una squadra di calcio, ma crocevia di estremismo di destra, spaccio di droga e business calcistico steccato con la stessa società sportiva. Il nostro però non era solito frequentare forza nuova o la fiamma tricolore, ma uomini politici della cosiddetta sinistra radicale. Con Paolo Cento scrisse una proposta di legge contro la repressione nelle curve, e in occasione di feste e ricorrenze rionali offriva il suo contributo e quello della sua teppa di concerto con i consiglieri di area disobbediente del III municipio. Quando morì a seguito di un incidente stradale Alessandro Mantovani e Andrea Colombo sul Manifesto gli dedicarono un necrologio che in altri tempi si riservava a militanti caduti in battaglia. Ora un murale a lui dedicato campeggia a via degli Equi, e a nessuno verrà in mente di imbrattarlo.

Bene, su queste basi, che senso ha scendere in piazza per il 25 aprile sotto i gonfaloni dell'Urbe tutti assieme appassionatamente? C'è una memoria e una conseguente prassi condivisa da ribadire? Mi pare di No, quindi la ricorrenza perde di senso e di significato, diviene un evento intriso di velleitarismo, un'ammucchiata decisamente caricaturale. Così tra foto sbiadite e discorsi di commiato triti e ritriti, spuntano anche i manifesti con i manga.

S., 7 maggio 2006
 
### F.M., uno dei nostri autori, da noi molto apprezzato, ci invia una lettera interlocutoria sul dibattito relativo al manifesto del 25 aprile. Interlocutoria perché spezza la plumbea atmosfera con cui abbiamo trattato la discussione impostandola fin dall’inizio come feroce contrapposizione. Eccola:
Non generazionalizzare.

Per quanto riguarda il dibattito con i giovani non ho idee molto chiare.
Non sarei propenso a "generazionalizzare" troppo la questione dell’impoverimento culturale; e salverei il genere della parodia e, in parte, perfino Paperino. Certo, il dibattito è un dialogo tra sordi, e questo, va bene, è inevitabile: fa il paio con la mia formula del "parlare ai muri". Che si deve specificare, però, perché c’è muro e muro. Così, in questo caso, c’è sordità e sordità. In cosa consiste questa specifica sordità? A me pare che consista nella rimozione della forma. Del valore della forma. Qual è in fondo il motivo del contendere? C’è un anniversario e viene commissionato il disegno per un manifesto. Il disegnatore assume il tema (la Liberazione) e lo tratta con il suo stile (fumettistico, americano o nipponico che sia, questo è meno importante definirlo). Per lui non ci sono problemi; il contenuto è dato, la forma pure (è il modo - forse, l’unico modo - in cui sa disegnare). Ecco il punto: e se il contenuto e la forma non fossero "dati" manco per niente? Se si trattasse di ragionare su entrambi? Da un parte riflettere su cosa ci importa oggi della Liberazione, perché la ricordiamo, perché non la vogliamo perdere, ecc. ecc.; dall’altra parte: qual è lo stile che serve a reinterpretare oggi la Liberazione nel modo migliore (strategicamente) per noi? Alla luce di queste domande, lo stile non può essere il primo che càpita; bisogna interrogarsi prima di tutto sulla "ideologia della forma", sulla sua provenienza e sulle implicazioni culturali dei suoi segni, e sul suo rapporto con lo specifico contenuto. Infatti, è stato giustamente notato che quella forma tradisce, o quanto meno distorce quel contenuto. Ma la rimozione della forma è un fenomeno decisamente diffuso, non nasce oggi, si inserisce nella perdita di strumenti critici del nostro panorama culturale. Le nuove generazioni sono come il mercato della nostra generazione le ha prodotte per essere consumatori. Glielo imputeremo come colpa?
Per non avere idee ho risposto pure troppo. Basta così.
A presto, cari saluti,

F.M., 2 giugno 2006
 
### La filosofia del giorno prima
Su il manifesto di oggi, primo giugno, Benedetto Vecchi "scopre" che i "lavoratori della conoscenza", lungi dall’essere e dal sentirsi il "nuovo soggetto sociale" che scardina certezze e modi d’essere del fordismo, si lamentano di una condizione professionale ed esistenziale invivibile. "Ci dicono – spiega Cristina Morini, giornalista Rcs – che dobbiamo essere più creativi, e molti di noi provano ad esserlo, mentre diminuiscono i nostri diritti di lavoratori e lavoratrici". Precari, insomma.
Bene. Potrebbe diventare lo spunto per mettere definitivamente in soffitta tutto lo sciocchezzaio negriano (la distinzione "valoriale" tra i "lavori materiali" e quelli "immateriali", per dirne solo una), riconoscendo che il "lavoro" è "umano". Ossia che è applicazione dello sforzo individuale (fisico e/o concettuale). E che la natura fisica del prodotto di questo sforzo è assolutamente indifferente per colui che se ne appropria (il "padrone").
Ma insomma: siamo nell’epoca della globalizzazione, pieni di padroni (in genere multinazionali) che fanno profitti contemporaneamente con le automobili, i giornali, la tv, l’acqua minerale e le scarpe da ginnastica... e ancora stiamo lì a cercare di individuare quel poco che resta a dividere il "lavoratore intellettuale" (definizione di Marx, lo ammetto, ma che grosso modo ancora significa "della conoscenza") dal "lavoratore manuale"? Ancora lì a dare una mano ai padroni di cui sopra nel dividere lavoratore da lavoratore, e lavoratore "garantito" da lavoratore "precario", e lavoratore "muscolare" da lavoratore "cognitivo", ecc, invece di individuare i terreni che li uniscono di fatto? Vado a naso: i contratti, magari, tipici o atipici che siano.
Il negriano B.V., nell’articolo, si accorge dell’insostenibilità "teorica" della contrapposizione che pure continua a sponsorizzare – non deve fare troppi sforzi, c’era un intero convegno a mostrargliela. Da buon negriano, perciò, improvvisa la consueta via di fuga. "Il passo da compiere è dunque una conoscenza attorno a una realtà produttiva fortemente modificata e che mette in discussione anche [corsivo nel testo, come a dire: che sorpresa!] le pur innovative analisi sul postfordismo. Non tanto perché sbagliate, ma perché è di nuovo cambiato il panorama produttivo sociale".
Diamogliene atto: era arrivato a un passo dall’ammettere che erano analisi sbagliate. Ma lì, sull’orlo dell’abisso, non gli ha retto la pompa. Retromarsch.
Neppure un dubbio (epistemologico, almeno), sul fatto che le "analisi pur innovative", se non sono state capaci di prevedere l’ennesimo "cambiamento", possano valere quanto una descrizione empirica buttata giù da un sociologo senza laurea.
Neppure un dubbio, perché altrimenti bisognerebbe mettere in discussione un impianto teorico che consente la sopravvivenza di un piccolo circolo intellettuale (gli orfani di Pot.Op.) che ha fatto del galleggiamento la sua unica arte.
Neppure un dubbio, perché altrimenti si perderebbe quell’aura così "post-moderna" che di fronte al sole che sorge si limita a dire: "E’ un nuovo giorno, ieri era tutto diverso". Pronto, domani, a ripetersi dando però l’impressione di dire una cosa profondamente "nuova".
Chissà come mai un giorno viene dopo un altro?

Casimiro, 1° giugno
 
### Irruzioni - Qualche giorno fa un oscuro gruppo di "antifascisti" sarebbe entrato nella sede della casa editrice Castelvecchi, occupandola simbolicamente per qualche minuto intendendo così significare la propria contrarietà alla pubblicazione di un libro, di destra, sui centri sociali di destra, alternativa.
Il condizionale è d’obbligo perché non si ha notizia di interventi della polizia, né gli organi di stampa se ne sono occupati (a parte il Corriere della sera, ma due giorni dopo, con la prima pagina della sezione cultura dedicata all’"editore censurato" per osannarne il tasso di liberalismo, spiegare come solo dai "leoncavallini di destra" ci si possa attendere qualche novità culturale e, infine, condannare ancora una volta "i comunisti").
Il "comunicato" di rivendicazione è ahinoi privo di firma e non permette un’identificazione almeno politica dei promotori. Difetto alquanto grave, quando si pretende -– con un gesto – di "innescare una riflessione sul problema del neofascismo oggi"
Il testo del comunicato è dal canto suo ancora più oscuro. Mostra deferenza e subordinazione culturale nei confronti del signor Castelvecchi ("rifiutiamo in maniera categorica che una nota casa editrice di rilievo nazionale possa promuovere le idee…"), e non ne mette in discussione neppure per un attimo la collocazione politica, nonostante in rete circolino circostanziati dubbi: vedi per es., http://italy.indymedia.org/news/2006/05/1077943.php
Il tono è insomma quello del "proprio Lei, che ci ha insegnato tutto quello che sappiamo…".
Le due foto allegate su Indymedia ci dicono altrettanto poco. Uno striscione poggiato sulla (signorile) cancellata d’ingresso della casa editrice, anch’esso senza firma, e una foto del deliziato Alberto Castelvecchi che regge un cartellino con su scritto "libere tutti".
Uno spot di autore ignoto, insomma, che ha attirato l’attenzione del Corrierone. Bella promozione, non c’è che dire. Anche se Castelvecchi l’avesse pagata di tasca propria sarebbe costata due lire. E il "ritorno" è stato davvero niente male.
Come diceva il divo Giulio quand’era all’apice della forma, "a pensar male si fa peccato …".
P.S. E se fosse stato davvero un gruppo di "antifascisti romani"? Beh, ci sembra l’ipotesi peggiore. Tutta quella "deferenza" nei confronti di un "editore nazionale" e l’assenza di qualsiasi argomentazione sarebbero davvero il segno che la politica culturale dei Castelvecchi ha fatto breccia e domina anche i cervelli di chi immagina di "essere contro". Lasciateci un briciolo di speranza…
Bachemaster, 26 maggio

 

 

>>Bacheca (pagina 2)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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