| Perché
Emilio Colombo assunse come nome di battaglia quello di Quirico
Filopanti, a sua volta pseudonimo di Giuseppe Barilli? Notizie
tratte da Chi era costui?

Giuseppe
Barilli (Quirico Filopanti)
Budrio, Bo 1812 - Bologna 1894
Di famiglia povera, riuscì a laurearsi
in Matematica; per amore della classicità nel 1837
cambio il nome e divenne Quirico Filopanti (quest'ultimo significa
amore universale). Fece studi di astronomia e idraulica. Repubblicano,
accorse alla difesa di Roma nel 1849; costretto all'esilio,
fu più anni a New York e poi a Londra. Dopo l'Unità
insegnò Meccanica nell'ateneo bolognese, ma fu rimosso
dalla cattedra perché non volle prestare giuramento
di fedeltà al re; solo le proteste degli studenti gli
fecero in qualche modo recuperare il posto. Con Garibaldi
partecipò alla II Guerra d'Indipendenza e nel 1867
alla spedizione di Mentana. Dal 1876 fu eletto deputato nelle
file del Partito Repubblicano. Morì povero in ospedale.
* * *
Caro
Bermani
ho ricevuto il tuo "Filopanti" e, dopo averlo letto,
ho ritenuto necessario dirti quanto mi è piaciuto.
E' il risultato di un'opera metodologicamente meditata e non
priva di politica creatività. Resterà come un
modello per tanti - sempre che tanti, così moralmente
puliti e così disponibili alla ricerca storica, possano
ancora esserci nel domani che ci aspetta.
Un caro saluto, F.A. 17
aprile 2010
* * *
Felice
Accame
Il
patchwork della storia,
sta su rivista anarchica
anno 40 n. 354 giugno 2010
[...]
8. Con “Filopanti” anarchico,
ferroviere, comunista, partigiano (Odradek, Roma
2010), Cesare Bermani ci offre una doppia storia esemplare:
la storia esplicita di una vita e la storia implicita del
modo di raccontarla. Utilizza soltanto materiali dichiarati
e collocati con accuratezza filologica in un posto e in un
momento: narrazioni orali registrate – del protagonista
e di altre nove persone –, i casellari delle prefetture
con le loro cartelle di polizia, rapporti delle formazioni
partigiane, carteggi, memorie personali, verbali, giornali
dell’epoca e brevi brani di libri altrui – per
gli opportuni riscontri. E, armato di forbici e di logica
argomentativa, costruisce il suo patchwork biografico: taglia
un po’ qui e un po’ là, giustappone in
sequenza, anticipa le domande del lettore e provvede, conferisce
coerenza alla vita narrata servendosi solo di documenti –
in pratica, senza aggiungerci una parola propria. Con questo
espediente non solo riesce a infondere vitalità al
racconto, ma – è questo l’aspetto politicamente
ed eticamente più rilevante – a preservarne il
linguaggio proprio. Come se, per una volta, la storia non
ci fosse restituita nei termini di chi la scrive ma negli
stessi termini in cui si è costituita – con le
parole del suo tempo e non con quelle dei tempi successivi
che, di principio, ne rappresentano una finzione.
L'intero,
gustosissimo e teoricamente agguerrito articolo di Felice
Accame si può trovare qui.
* * *
Valerio
Evangelisti su Carmilla
Uno
dei più importanti storici del nostro paese, Cesare
Bermani, non ha mai ricevuto riconoscimenti accademici di
rilievo (almeno credo), e forse è meglio così.
Tra i fondatori dell’Istituto Ernesto De Martino, tra
gli animatori di quella straordinaria fucina di talenti che
fu la rivista Primo Maggio, a cavallo degli anni Settanta
e Ottanta, Bermani è stato il più illustre e
coerente portavoce della “storia orale” (nata
su suggestioni di Gianni Bosio, senza adeguarsi alla versione
“istituzionale” della stessa disciplina), di cui
ha anche descritto metodologia e presupposti scientifici (Introduzione
alla storia orale, 2 voll., Odadrek, 1999-2001).
Grazie a Bermani, e quasi solo a lui, oggi conosciamo in dettaglio
pagine oscure o trascurate della storia del movimento operaio
italiano: dalla Volante Rossa (La volante rossa, Colibrì,
2009) alla “battaglia di Novara” del 1922 (La
battaglia di Novara, Derive Approdi, 2010). Altrettante bibbie
per ogni antifascista.
Questo Filopanti. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano,
è tra i migliori risultati della ricerca di Bermani.
La biografia di un personaggio caduto nell’oblio ci
è restituita senza una riga di commento, bensì
attraverso brani di intervista, documenti, frammenti di testimonianze
– passati attraverso vagli ripetuti, fino a solidificare
una verità quasi indiscutibile. L’esito è
impressionante. Un’identità dimenticata risorge
in ogni sua dimensione, da quella politica a quella umana,
e diventa specchio di un’epoca in cui si riflettono
tante esperienze similari. Senza che l’autore dell’assemblaggio
intervenga a suggerircene il profilo.
Chi era “Oreste Filopanti” (vero nome Emilio Colombo)?
Un ferroviere nato a Milano nel 1886, morto nel 1966. Uomo
comune? No, per niente. Entrato nelle ferrovie diventa un
agitatore dell’Unione Sindacale Italiana, di ispirazione
anarcosindacalista. Per la sua attività, legata all’ala
sinistra del sindacato (che ne ha anche una di destra, affascinata
dal nazionalismo), subisce rappresaglie e continui trasferimenti.
Tiene duro, riesce finché possibile a mantenere coesa
la sua famiglia, e in qualche modo a nutrirla. Arriva il fascismo,
e per lui è il licenziamento, il carcere (ha picchiato
un crumiro), una serie di angherie. Impossibile ormai trovare
un lavoro stabile: deve arrangiarsi come può, spostarsi
qui e là.
Lo ritroviamo partigiano, partecipe di battaglie campali contro
i nazifascisti. Ora è comunista: è transitato
dall’anarchismo al PCI senza passare per i socialisti,
che lo hanno sempre esasperato per la loro remissività
di fondo, anche quando ammantata da retorica rivoluzionaria.
Partecipa alla breve esperienza della Repubblica dell’Ossola,
con funzioni di capo della polizia (in una compagine politica
che vedeva i comunisti minoritari) e di addetto all’epurazione.
Diverrà noto per abbaiare molto ma poi cedere facilmente
alle suppliche.
Nel dopoguerra Filopanti svolge modeste attività di
partito, si batte per i braccianti del novarese colpiti dalla
repressione, si prodiga per chiunque gli chieda aiuto. Mantiene
il suo caratteristico temperamento focoso e la bonarietà
di fondo. Muore povero a Torino nel 1966.
Di Filopanti / Emilio Colombo oggi sapremmo poco o nulla,
se Bermani non avesse registrato i ricordi della sua vita,
per poi confrontarli con la restante documentazione accessibile.
Cesare Bermani è l’alternativa – forse
la sola efficace – al dilagare dei Pansa e degli altri
revisionisti più o meno cialtroni. Cosa fu effettivamente
il fascismo? Un blando regime paternalista, colpevole solo
della guerra e delle leggi razziali, oppure uno spietato meccanismo
teso a sradicare la malapianta degli umili in cerca di riscatto?
I tomi indigeribili di De Felice inducono alla prima conclusione.
La storia elementare di un ferroviere coraggioso sposta l’ago
della bilancia verso la seconda. Con un accento straordinario
di verità, anche perché affidato senza filtri
– a parte quello ovvio della scelta dei valori di fondo
– alle parole di chi visse l’esperienza sulla
propria pelle.
Una bibbia per antifascisti, ripeto. E nessuno provi a dirmi
che “fascismo” e “antifascismo” sono
termini superati. La vita del ferroviere Filopanti dimostra
dove stia il discrimine.
|