In risposta a: Il Vittorioso

leopoldo [Visitatore] · http://poldo-art.blogspot.com
ciao felice,

aggiungo una annotazione, che non potevi trattare sia per complessita del articolo che per come è impostatato sulla comunicazione, cmq si accenna al argomento in diversi paragrafi ed la questione della legge elettorale. Dirai giustamente moli nè hanno parlato, ma non ho sentito nessuno trattarne la semantica politica e di potere se non come cosa assurda. Chiediamoci per chi è assurda? Bhe è assurda per chi abbia idea di ordine e dovendo fare una scelta valuta le varie possibilità di uscita della propria decisione cercando di preservare l'ordine medessimo e il proprio interesse in quel ordine. Altrimente si postula un mutamento dei rapporti di forza tra le parti sociali e politiche che va al di la dei quesiti di merito e del principio di preservazione del potere. Come dire il colpo di mano è venuto meno e la fortuna machiavelica pure. Ma cosa è stato postulato tra legge elettorale e referendum? Bhe la modifica elettorale prevede validità solo per i deputati, non per il senato, quindi si postula a priori, sendo approvata prima del referendum, la non possibilità di altra soluzione che quella indicata da chi vuole il referendum.Ma questo che significa in termini di governo o comando? Semplicemente l'unica opzine che garantisce un ordine e delle regole è quella che indico io, l'altra opzione è il caos [anche se non è proprio così, perché Mattarella e soci ciurlano nel manico per vedere con quale soluzione domano meglio i Renzi, Grillo che ultimamente scalpitano]. Il caos delle regole elettorali, prima del voto facceva parte delle minacce di cui parli, dopo il voto è un coltello che abilmente usato si ritorce contro.

un abbraccio Pold8
PermalinkPermalink 18/12/16 @ 10:53

In risposta a: Il Vittorioso

Stefano Piovanelli [Visitatore]
Approfondito ed impeccabile
PermalinkPermalink 16/12/16 @ 11:43

In risposta a: Alle origini di un'espressione

Edoardo Acotto [Visitatore] · http://edoardoacotto.blogspot.it/
io invece penso di conoscere la vera origine dell'espressione, e tra l'altro mi pare che Vittorio Emanuele non c'entri per nulla, se è vero che ha parlato di "logica geometrica".
Se volete sapere qual è la probabile origine dell'espressione contattatemi su FB :-D
PermalinkPermalink 06/05/16 @ 14:39

In risposta a: Cefalonia

Ricky [Visitatore] · http://Www.gazzetta.it/
Codesto post mi trova francamente in accordo.
In linea generale il blog http://www.odradek.it è scrittosenza dubbio
come si deve, lo seguo con passione. Bel lavoro davvero, a presto!



1 post collegato è presente a questo collegamento
PermalinkPermalink 22/12/15 @ 14:55

In risposta a: Alle origini di un'espressione

mondane [Visitatore] · http://gazzetta.it
Questo post mi trova francamente in accordo. In linea generale
il blog http://www.odradek.it è scrittorealmente in modo efficace,
lo adoro. Bel lavoro davvero, a risentirci.

vai a questo link
PermalinkPermalink 22/12/15 @ 14:48

In risposta a: Il peso della memoria

bandoneon [Visitatore] · http://www.gazzetta.it
Codesto post è francamente redatto nel migliore dei modi, come l'intero blog in generale.
Son un assiduo lettore, continuate così.

leggi questo sito
PermalinkPermalink 22/12/15 @ 14:45

In risposta a: Non l'ho letto, e non mi piace

baliato [Visitatore] · http://Www.Gazzetta.it/
Questo articolo mi trova decisamanete in accordo.
In generale il blog http://www.odradek.it è
scrittomolto in modo efficace, mi piace. Complimenti,
continuate così.

leggi questo articolo
PermalinkPermalink 22/12/15 @ 14:43

In risposta a: Il capitalismo è morto, il capitale è vivo e vegeto

leopoldo [Visitatore] · http://poldonet.blogspot.it/
sospetti che il nocchiero restera solo? che brutta fine per i vasalli )-:
PermalinkPermalink 30/10/14 @ 17:56

In risposta a: Per una storia dell'effimero

admin [Membro]
Sulla stessa lunghezza d'onda:
http://www.odradek.it/blogs/index.php/2011/03/09/tutto-in-primo-piano-e-lo-sfondo
PermalinkPermalink 13/09/14 @ 17:15

In risposta a: Il gruppo 63: il morto non è sepolto abbastanza.

admin [Membro]
Federica Santini su

Francesco Muzzioli
IL GRUPPO 63. ISTRUZIONI PER LA LETTURA
Odradek, Roma 2013


Nel bel saggio Sviluppi e direzioni dello sperimentalismo letterario, pubblicato a metà degli anni ottanta, Francesco Muzzioli parlava, con la chiarezza che sempre ne contraddistingue i modi espressivi, di letteratura sperimentale nei seguenti termini:

Una letteratura di ricerca o sperimentale comincia innanzitutto col mettere in dubbio e rendere problematico il suo stesso statuto e ruolo sociale. La complicazione, quindi, non deriva da un gusto perverso per la difficoltà, ma piuttosto da una esigenza di ripensamento radicale di ogni elemento del te-sto. Niente deve essere lasciato all’assopimento dell’abitudine. Gli aspetti e i livelli testuali entrano tutti in attività, e la riflessione progettante ne elabora i rapporti in base ad idee strettamente connesse al fare.1

Una tale letteratura “di ricerca” (e Muzzioli usava una “categoria aperta”, intelligentemente evitando di usare definizioni cate¬gorizzanti quali “neoavanguardia”, “opposizione” e simili) sembra doversi necessariamente distaccare, per essere operativa, dai pro¬grammi precostituiti; come potrebbe, altrimenti, mettere in dubbio il proprio ruolo sociale a partire dall’adesione predeterminata a un certo statuto?
Con Il Gruppo 63. Istruzioni per la lettura (Odradek, 2013), Muzzioli riprende quest’idea ampia e articolata di letteratura sperimentale e torna a parlare, dopo oltre trent’anni dall’uscita del suo fondamentale saggio Teoria e critica della letteratura nelle avanguardie italiane degli anni sessanta, che ancora costituisce la base teorica più solida per chi voglia avvicinarsi allo studio della letteratura neoavanguardistica, di neoavanguardia e Gruppo 63. Nel volume presente come nel precedente, invece di perdersi nell’identificazione di grup¬pi e sottogruppi, di chi stava contro e di chi stava fuori, Muzzioli non si sofferma troppo sulle varie dichiarazioni programmatiche e, seb¬bene il primo dei quattro grandi segmenti del volume presenti una ricapitolazione molto chiara di quelli che furono i punti e momenti centrali della teoria letteraria neoavanguardistica, e in appendice sia presente una breve ma articolata cronologia del Gruppo 63, queste Istruzioni per la lettura si pongono soprattutto dalla parte dei testi, che mettono in luce con analisi chiare quanto accurate. «Ma, poi, cosa servono tante argomentazioni arzigogolate?», si chiede l’autore alla fine del primo capitolo, denso dei riferimenti teorici che sono alla base della teoria neoavanguardistica, da Bürger a Benjamin, da Greimas ad Adorno, e conclude: «Basti questo: l’avanguardia è un valore, se non altro perché è l’unica cosa che i cinesi non sono riusciti a rifare!» (p. 29).
Fin dalla prima riga del testo, d’altronde, l’autore si propone di «ragionare in modo non pregiudicato sulla nozione di avanguar¬dia» (p. 7). Per fare ciò, Muzzioli sceglie una strada che è stata battuta molto raramente: nelle due macrosezioni che costituiscono il vero fulcro del libro (si tratta dei capitoli 4-11, raccolti sotto le diciture “Poesia” e “Narrativa”), il critico parte dai testi e ne rilegge molti, analizzandoli da vicino e mettendo in luce, così fa¬cendo, la gamma vastissima di differenze, stilistiche e di intenti, in cui si articolano gli scritti degli autori che costituirono il nucleo del Gruppo 63. E particolarmente rilevante, a questo proposito, il quarto capitolo del volume, che presenta una serie di brevissime analisi, un testo poetico ciascuna, di undici autori molto eteroge¬nei, da Nanni Balestrini ad Adriano Spatola (e anche la scelta, qui, di mettere gli autori in ordine alfabetico indica una volontà precisa di non opporre, di non tornare a disquisire su appartenenze e de¬fezioni, ma semplicemente di far parlare i testi).
Un esempio di questa grande apertura (d’altronde già Giuliani parlava, in riferimento alla poesia novissima, di «opening») alla sperimentazione non categorizzabile Muzzioli lo fornisce chiaramente nel paragrafo che apre il bel capitolo dedicato a Pagliarani, capitolo il cui primissimo nucleo era stato presentato in un simposio particolarmente tumultuoso tenutosi a Los Angeles all’inizio degli anni 2000:
C’è una logica corrente che considera l’avanguardia come una lotta della for¬ma contro il contenuto, e su questa base, cerca di strappare all’ambito avan¬guardistico quegli autori nei quali è riscontrabile e riconoscibile un trattamen¬to dei contenuti. Ma se s’intende l’avanguardia, come ho indicato nel pri¬mo capitolo, come lotta doppia nelle forme e nei contenuti, quella operazione di elisione viene a cadere e si tratta piuttosto di considerare dove e quanto il “senso comune” (formale e contenutistico insieme) venga attaccato e de¬formato. È quello che mi propongo di accertare riflettendo sul senso di una tecnica come quella del “montaggio”, che mi pare essenziale a caratterizzare il versante della modernità radicale, nozione ampia e alternativa al postmoderno, che corrisponde per molti versi a quella di avanguardia (p. 105).

È così che il libro delinea, senza pretese di sistematicità, una galleria affascinante di autori, dal Malerba «affiliato o affrancato» allo Spatola «resistente», passando per un Arbasino «in vena», un’Amelia Rosselli sperimentatrice tangenziale alla neoavanguar¬dia, un Germano Lombardi «anomalo»: il gran pregio del volume è, allora, quello di dare l’opportunità di rileggere, o di leggere per la prima volta, un gran numero di testi eterogenei, e, grazie alle analisi testuali ravvicinate, di capirli e capire perché e come, no¬nostante la loro grande diversità, tutti questi testi facciano parte dell’orizzonte avanguardistico.

FEDERICA SANTINI

1 F. Muzzioli, Sviluppi e direzioni dello sperimentalismo letterario, in Letteratura degli anni Ottanta, a cura di F. Bettini, M. Lunetta, F. Muzzioli, Bastogi, Foggia 1985, pp. 25-32


La recensione si trova in “Autografo” 50 (2013) dedicato a Novissimi (e dintorni) tra due sponde.
PermalinkPermalink 27/03/14 @ 10:45

In risposta a: Il gruppo 63: il morto non è sepolto abbastanza.

dario agazzi [Visitatore] · http://www.darioagazzi.it
a. BASTA CON I RIPIEGAMENTI
per fortuna felice accame menziona della letteratura odierna, quale il libro di massimiliano monaco, che ho avuta la fortuna di leggere essendomi stato donato da monaco stesso, perché di ripiegamenti sul passato siamo stufi. negli anni 2010, 2011 e 2012 sono apparsi - giusto per fare degli esempi concreti - i seguenti libri del regista e scrittore luca ferri: ODE ALLE QUAGLIE (per cicorivolta editore); FIORI DI BROCA (medesima casa editrice); SCACCIAGATTI, O ELEZIONE DEL GRAN SATRAPO [O EPIFANIA DEL BARBAGIANNI] (edizioni joker) che, seppur nell'angusto spiraglio di un'epoca la quale proclama, gaudente: "bentornato realismo!" (cfr. in proposito l'acuta critica del già menzionato accame sul sito di methodologia.it), esistono egualmente.

b. DOPO LA HALBBILDUNG
che oggi di "avanguardia" (parola dai significati ambigui alla quale si dovrebbe sostituire un altro termine, ma "sperimentalismo" mi suscita il disgusto del vivisezionatore improvvisato posto dinanzi alla ranocchia squartata) non vi sia l'ombra e che, soprattutto, "la specificità" non sia considerata un pregio non costituiscono un problema a meno che, appunto, ci si voglia rivolgere ai "tuttologi". sia chiaro che il "pubblico" (spesso il filisteo seduto in prima filma moltiplicato per "n") rifiuta la pedata intellettuale che lo scagli fuori dalla via tracciata dal luogo comune. oggi alla "halbbildung", parola tedesca difficilmente traducibile che giunge da t.w.adorno, e che significa più o meno "semi-formazione culturale" in senso profondamente dispregiativo, si è sostituito il grado zero della "bildung", ossia il grado zero della formazione. date queste premesse, si deve semplicemente sapere a chi ci si rivolga. fatta la debita scelta, vale a dire il pubblico selezionato che si conta sulle dita di una mano monca, il resto è querula lamentela.

c. POSTMODERNO: MORTO E SEPOLTO
nel pregevole saggio di muzzioli sul gruppo '63, pure non vengono messi in luce certi aspetti. e non mi riferisco all'anticipazione della nozione di "postmoderno" letterario cui si riferisce, invece, renato barilli nel suo articolo inerente il saggio di muzzioli, ma ad aspetti più insiti nella letteratura prodotta dal gruppo'63. parlando dell'anticipazione del "postmoderno", barilli sembra ancora una volta parlare di qualcosa di "attuale". ed in effetti vi sono ancora persone - ben più giovani, talora, di barilli - che affermano la nostra essere un'epoca "postmoderna". il filosofo a.kirby ha pubblicato già nel 2006 un saggio intitolato: LA MORTE DEL POSTMODERNO E DINTORNI cui rimando tramite link (il saggio è agevolmente leggibile in lingua inglese):

http://philosophynow.org/issues/58/The_Death_of_Postmodernism_And_Beyond

kirby ci dice che il postmoderno è morto e tumulato. a partire da questo, andrebbero rilevati difetti più insiti nella letteratura del gruppo '63: il fatto, ad esempio, che furono spesso prodotti ottimi risultati di illeggibilità ma di pessima letteratura.

d. NON ESISTONO CONCLUSIONI
implicitamente, nell'intervista rilasciata da muzzioli ("affonderemo per forza, quindi tanto vale affondare senza rendersene conto. doparsi di fiction per non pensare. la cultura del basso capitalismo è questa semiosfera tendente a costituire un “apparato mitico sognante”, una anestesia del condannato.") sembra prevalere un'interpretazione ancora lineare della storia, di nuovo un'interpretazione di progressività (in questo caso, di remissività nei confronti dell'ineluttabile catastrofe). è invece il caso di accorgersi che anche queste idee di FINE e di CONCLUSIONE sono consolatorie nonché - a guardarle bene con la lente dello scienziato autorevole per lunghezza di barba e di camice - romantiche. la catastrofe è qualcosa di perennemente presente, una condizione tale per cui qualcosa accade continuamente, pur non accadendo mai. qualcosa non è accaduto, non accade, non accadrà. o viceversa.
PermalinkPermalink 29/09/13 @ 10:32

In risposta a: Cefalonia

cuomo beniamino [Visitatore]
gentilmente potrebbe darmi notizie su g.rizzi ,musicista, fucilato a cefalonia?grazie.
PermalinkPermalink 14/09/13 @ 09:55

In risposta a: Il gruppo 63: il morto non è sepolto abbastanza.

admin [Membro]
Felice Accame
Messaggi al grosso

1.
Agli inizi del Novecento, Paul Valery si rende conto che non è più possibile scrivere un romanzo che cominci con una frase tipo “La marchesa uscì alle cinque”. E’ l’anatema nei confronti della letteratura naturalistica e delle sue soluzioni narrative. Negli anni Sessanta, però, Alberto Arbasino, ancora in pieno afflato mistico con il Gruppo 63, riscopre la stessa identica consapevolezza e fa suo lo stigma.
Già da questo fatto si potrebbe dedurre tutta una serie di cose relativamente ai flussi letterari ed alle necessità sentite come urgenti dagli scrittori o, per essere più equi, da “certi” scrittori. C’è un momento in cui del linguaggio ordinario non se ne può più – non se ne può più della letteratura commerciale destinate a soddisfare le bocche buone, si sente forte un bisogno di iconoclastia – e, dunque, nasce una letteratura di opposizione – che, dall’Ottocento in avanti – con metafora militaresca – vien detta “d’avanguardia”. Tuttavia, questo periodo di opposizione dura poco se, poche decine di anni dopo, qualcun altro sente il bisogno di riaprire la piaga. Voglio dire che, se accade qualcosa di nuovo, questo nuovo dura poco o – si potrebbe anche metterla così – solo parzialmente questo nuovo vien fatto proprio successivamente e metabolizzato.
Sembrerebbe, comunque, così di poter vivere, se non nel migliore dei mondi, in un mondo in cui gli oggetti appaiono ben distinti fra loro – da una parte la tradizione, la letteratura dozzinale – consolatoria e intrattenitrice – e dall’altra la letteratura di rottura degli schemi prestabiliti – rivoluzionaria in quanto letteratura e rivoluzionaria per quanto la letteratura rappresenta del conflitto sociale in atto. Sembrerebbe. Perché se dicessi – come posso effettivamente dire – che, nel 2010, la prima frase del romanzo intitolato L’ora incerta tra il cane e il lupo di Hans Tuzzi è proprio “La marchesa uscì alle cinque”, cosa ne potrei dedurre ? Dovrei accoglierlo come un rigurgito del vecchio stampo ? Se lo facessi, presumibilmente – molto presumibilmente ¬–¬, sbaglierei. E’ sì il romanzo un romanzo giallo – uno dei tanti, se vogliamo -, ma tutta una serie di elementi possono indurre il lettore a battere tutt’altra pista. A partire dal nome dell’autore – uno pseudonimo che si nasconde dietro un personaggio dell’Uomo senza qualità di Musil – in realtà un noto bibliofilo (Adriano Bon) e a concludere con la qualità complessiva della sua scrittura, tutto ci porta a interpretare la prima frase come una citazione – un’ironia – del problema delle avanguardie. Ed allora siamo costretti a correggere – a ricategorizzare – la nostra percezione di quella frase d’apertura.


2.
Un tratto comune delle avanguardie è il fatto di riflettere sul linguaggio – la scrittura che via via che si dipana è anche attenta a se stessa e non soltanto al suo referente. Anzi, in certe circostanze, il referente stesso è sé stessa. Come quando, per esempio, la soluzione formale, il marchingegno, prende il posto di qualsiasi contenuto. E’ il caso del Tape Mark I di Nanni Balestrini (1961) – dove i versi poetici sono il risultato di una combinatoria realizzata da un calcolatore elettronico. O il caso – doppio: francese e inglese – di Composizione n.1 (un titolo che pare rubato a Mondrian o a Klee) di Marc Saporta (1967) e di The Unfortunates di Brian Stanley Johnson (1969) – libri composti da fogli mobili mescolabili come carte da gioco e, dunque, leggibili (si fa per dire) in un numero di soluzioni pari alla combinatoria dei fogli da cui sono costituiti. O è il caso di Coazione a contare di Gian Pio Torricelli (1968) dove l’autore, in 75 pagine non numerate, snocciola in lettere tutti i numeri progressivi da 1 a 5132 (ponendo non pochi problemi all’interprete sul perché si fermi lì).

3.
Valery dopo l’avanguardia – nonostante l’avanguardia – finisce all’Accademie Française. Di Johnson e Saporta si sa più poco, come di Gian Pio Torricelli. Balestrini è scrittore di buona notorietà ed ha sempre manifestato una sua coerenza. Tuttavia, anche nelle loro avanguardie c’è stato chi ha finito con l’occupare prestigiosi posti analoghi a quello dell’Accademie Française – a condizione che l’avanguardia, beninteso, se la dimenticasse o, piuttosto, elaborasse una teoria che non ne sostenesse più l’indispensabilità.
In questi nostri anni – parlo del dopo Duemila –, dove di queste cose pochi mantengono perfino il ricordo, Massimiliano Monaco pubblica il suo romanzo, Tale e Quale – Un falso d’autore (Oèdipus, Salerno 2013). Monaco riflette sulla propria scrittura e sulla scrittura in genere. Ma non solo: la scrittura è per Monaco anche un mezzo per interrogarsi – sul proprio senso, sul vivere. Lo si vede, questo, dalle particolari spremiture cui sottopone il proprio linguaggio, parola per parola, raramente accontentandosi di un senso solo, facendo scaturire ambiguità e, dunque, impegnando il lettore su più fronti: il narrato, il commento al narrato, il linguaggio scelto per narrare, il commento al linguaggio scelto per narrare, il narratore in quanto narratore e il lettore stesso in quanto lettore, preso per il coppino quando si distrae e preso per il bavero quando non si distrae.

4.
Dicevo che Monaco, oggi, per scelta ideologica, predica in un deserto. Di avanguardie, nemmeno l’ombra e fin qualche sospetto sul concetto stesso. Eppure lui lo fa. Prende i termini di una vicenduola e ne sviscera i presupposti che scova nel linguaggio che usa e che deve usare per raccontarla. Ci si barocca dentro e, come lo fa, sa che ne chiude fuori un certo numero di interlocutori possibili e, anzi, la maggior parte. Si rende disponibile soltanto a quel lettore che abbia il coraggio di affrontare le impervie pareti del testo, che si dia da fare – che abbia il gusto di prendere una frase e leggerla una volta attribuendole un senso e rileggerla una seconda volta scoprendone non un altro ma anche un altro, ugualmente plausibile. C’è, nella scelta di Monaco – e vorrei fosse ben chiaro – e una scelta di ordine individuale – lo scrittore non sta facendo commercio dei suoi racconti, sta facendo i conti con se stesso – e, non alienabile, una scelta di ordine politico – lo scrittore sta facendo i conti in tasca alla società in cui vive: ne rileva le contraddizioni, ne arguisce l’insopprimibile urgenza di contestarne i modi, ne conclude per una rivolta contro i mezzi e i fini che questa società impone ai suoi membri. Che i conti non tornino è dunque ovvio – e lo sappiamo tutti, compreso lo scrittore che più e meno vanamente ha scelto di adeguarsi alla tradizione del commercio letterario –, non tornano né quelli che in tasca propria né quelli in tasca della società tutta. Che, allora, lo scrittore che ha fatto questa scelta sia, comunque, un martire, questo è meno ovvio. Truman Capote diceva che, allo scrittore, oltre al dono dello scrivere, Dio ha regalato anche una sferza – per autoflagellarsi.

5.
Se Monaco, allora, sembra andare controcorrente, va anche detto che proprio solo solo non lo è. Il suo libro esce in una collana che ha già ospitato L’urbana nettezza di Francesco Muzzioli, cui, tra il tanto d’altro, dobbiamo anche Quelli cui non piace (Meltemi, Roma 2009) – un’elaborata disintegrazione del racconto e del suo linguaggio: il primo è un’analisi spietata delle “pigrizie” e delle “viltà” della critica letteraria il secondo. Ma le coincidenze non si fermano lì. Nello stesso 2013, da Odradek, Muzzioli pubblica Il Gruppo ’63 - Istruzioni per la lettura. Bene. In un libro dove si rende conto del lavoro poetico-letterario dei principali protagonisti del Gruppo ’63 – dove di questo Gruppo viene riassunta utilmente la storia e dove si dànno anche precisi esempi di analisi del testo –, Francesco Muzzioli disegna le coordinate politiche essenziali per comprendere l’andamento di ogni avanguardia che meriti questo nome. Parte da una citazione del manifesto futurista del 1909 – «verranno contro di noi, i nostri successori; verranno di lontano, da ogni parte, danzando su la cadenza alata dei loro primi canti, protendendo dita adunche di predatori, e fiutando carinamente, alle porte delle accademie, il buon odore delle nostre menti in putrefazione, già promesse alle catacombe delle biblioteche», una testimonianza di bella consapevolezza al di là di come può suonarci oggi il linguaggio usato per esprimerla – e, avanzando l’ipotesi interpretativa di una avanguardia che “non dovrebbe essere vista come un drappello trionfalmente avanzante nel vuoto di nemici ormai in rotta” – fatemeli individuare come gli eterni consumatori di “marchese che escono alle cinque” –, “bensì come un piccolo gruppo infiltrato nel territorio ostile, da cui manda frammentari e fortunosi messaggi a un ‘grosso’ da cui non riceve notizie e può anche darsi che sia in grande ritardo, se pure esiste ancora”, arriva alla conclusione che “le avanguardie, mostrando che si può scrivere diversamente, ci allenano alla agilità mentale e ci invitano alla dinamica testuale” che, insomma, “l’avanguardia è un valore” cui lui – fosse anche il solo a pensarla così, mi pare di capire – non ha nessuna intenzione di rinunciare.


6.
Sintomi ? Forse, chi lo sa, con l’avanguardia – sotto qualsiasi nome le toccherà d’incarnarsi – ci risiamo. Ma, appunto, perché no ?
PermalinkPermalink 18/07/13 @ 15:43

In risposta a: Il gruppo 63: il morto non è sepolto abbastanza.

admin [Membro]
«Gli esseri umani sanno sempre per istinto di cosa hanno bisogno: quindi se oggi sono in circolazione solo scritture semplicistiche e soporifere, adatte alla fruizione immersiva e al rapido consumo, questo potrebbe essere il portato di un implicito pessimismo della specie. Affonderemo per forza, quindi tanto vale affondare senza rendersene conto. Doparsi di fiction per non pensare. La cultura del basso capitalismo è questa semiosfera tendente a costituire un “apparato mitico sognante”, una anestesia del condannato.» Francesco Muzzioli, su Reti di Dedalus

http://www.retididedalus.it/Archivi/2013/maggio/PRIMO_PIANO/5_il_mezzo.htm
PermalinkPermalink 04/05/13 @ 22:11

In risposta a: Il gruppo 63: il morto non è sepolto abbastanza.

admin [Membro]
Armando Adolgiso su http://www.nybramedia.it/ - nella sezione Cosmotaxi - intervista Francesco Muzzioli su "Il gruppo '63. Istruzioni per la lettura".
La presentazione di Adolgiso e l'intervista a Francesco Muzzioli sono state riportate su: http://www.odradek.it/Schedelibri/grupposessantare.html
PermalinkPermalink 17/04/13 @ 10:43

In risposta a: Il gruppo 63: il morto non è sepolto abbastanza.

Celeste Vaglio [Visitatore]
Il primo errore in cui cade Scalfari è quello di basare la sua conoscenza del Gruppo sulle dichiarazioni di Umberto Eco, che dal Gruppo 63 ne uscì ben presto, il quale per le dichiarazioni del cinquantenario sul Venerdì di Repubblica ha usato le stesse risposte già preparate per celebrare i quarant’anni dalla prima riunione. Forse questa noia affibbiata al Gruppo, questa indolenza, questa atmosfera da gita fuori porta sono solo il sentimento del singolo proiettato ed esteso, senza criticità com’è giusto nei nostri tempi, all’intero Gruppo, ad una piccola generazione di sperimentalisti.
http://www.umbertoeco.it/CV/Il%20Gruppo%2063,%20quarant'annin%20dopo.pdf

E’ sconcertante che ne venga fuori solo un ricordo nostalgico e non una rabbia e un desiderio per un movimento che bisognerebbe riaccendere. Perché oggi son ben peggio di Bassani e Cassola gli scrittori da combattere mentre ancora ci si scandalizza se nella lotta contro l’effusione lirica si contesta anche Pasolini.
Sembra invece che ci si senta quasi sollevati da questa cifra tonda che ci allontana dagli anni delle sperimentazioni. Anche se, come spero, quest’anniversario potrebbe destabilizzare questa calma piatta, quest’universo narrativo rassicurante che dalla “post-avanguardia” ad oggi si è cercato di rimettere in piedi. Ora che di Sanguineti e Arbasino non ce ne sono più ed ora che anche Umberto Eco dal già comodo vagone letto è passato in lussuosa suite, il campo letterario non sembra voler riaccendere i desideri di innovazione, di sperimentazione e di contestazione.
È difficile accettare un movimento d’avanguardia che ha lavorato lontano dalla platea, che alla forma-serata ha preferito la forma-laboratorio che ai manifesti sostituì i saggi, alla esibizione polemica il lavoro critico.
Oggi nell’epoca dei “tuttologi” la specificità non è considerata un pregio. Oggi bisogna essere flessibili, adattabili, scomponibili, oggi il letterato è anche cantante, l’uomo politico è showman e lo showman è certamente politicizzato più del primo, dove i reportage migliori vengono presi in considerazione solo se lo scrittore ha la scorta. Dove il metro di giudizio dell’opera non sta più tra il “mi piace” o il “non mi piace” ma tra il “mi è arrivato” e “non mi è arrivato”, dove un semiologo e filosofo racconta di una proficua sperimentazione con il sommo termine “far casino”. Oggi l’attenzione alla specificità, il lavoro intrinseco attorno ad un oggetto, la riflessione, la sperimentazione non è un valore. Perché allora celebrare un movimento che di questo ne ha fatto bandiera?
L’attenzione alla specificità del proprio lavoro è da considerare alla stregua dell’impegno sociale. La coscienza critica nella produzione dei testi vale molto di più ché l’ossequio di una causa attraverso un romanzo. Veniva rifiutata la letteratura emotiva, quella che ha qualcosa da dire. Si combatteva contro il romanzo omnicomprensivo, totalizzante, falsamente onesto e dispotico. Insomma quel tipo di romanzo che oggi è tornato tra i primi posti in classifica. Si problematizzava, si contrastava il modello di fiction…
Ah quanto i tempi sono ancora immaturi per celebrare cinquant’anni fa…
PermalinkPermalink 16/03/13 @ 13:20

In risposta a: A.C.A.B. Quant'è figo essere bastardi

methodologos [Visitatore]
Questo è un ottimo articolo. Rivela come ormai, anche in Italia, corpi istituzionali pianifichino storytelling come fa il Pentagono da tempo con film, videogiochi ecc. ( vedi Christian Salmon, Stortelling.)
PermalinkPermalink 31/03/12 @ 09:41

In risposta a: Università privata

L'Università "pubblica" ma non "di massa", meritocratica, esisteva nei paesi socialisti. In Occidente il massimo che si è potuto fare è stato il '68, cioè l'Università di massa con scarsa coscienza del proprio servizio pubblico. Io la chiamerei Università individualistica di massa.
Ciò premesso, il problema è che l'avversario attacca l'Università di massa perché non la vuole pubblica (non perché la vuole meritocratica) e noi su quel terreno non lo seguiamo, finché siamo nel capitalismo.
In un sistema capitalistico la scolarizzazione sarebbe (sarebbe) l'unico modo per garantire la possibilità di mobilità sociale (il proletario "bravo", in linea di principio, può diventare un capitalista); adesso la borghesia non è più disponibile a cedere posti nella gerarchia sociale ai "bravi" in quanto tali: i suoi rampolli sono gli unici che devono avere il diritto di studiare (quindi privatizzazione), ma a loro è anche permesso restare ignoranti e vivere di arroganza e di violenza (quindi abolizione del valore legale).
Ultima riflessione: in Italia chi cerca lavoro presso privati non fa sfoggio, bensì censura e accorcia il proprio curriculum vitae. In uno studio di commercialista, per la stessa mansione tra il candidato laureato in Economia e Commercio e il candidato ragioniere il secondo parte molto avvantaggiato.
PermalinkPermalink 27/02/12 @ 21:11

In risposta a: Bando di concorso. Bozza

admin [Membro]
L'avevamo detto, e quasi predetto. Marchionne l'Implacabile è un Irredento. È giunta, dopo 6 mesi da questa nostra segnalazione, la notizia di una manifestazione di reduci istriano-dalmati a cui ha partecipato il cosmopolita Sergio (canado-svizzero-statunitense) ma non ignaro delle proprie radici: http://www.anvgd.it/notizie/12633-21feb12-marchionne-tra-gli-esuli-a-torino.html

La circostanza è stata poi opportunamente commentata da Contropiano: http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/6981-marchionne-lirredento-nostagico

PermalinkPermalink 23/02/12 @ 10:47

In risposta a: Poteri forti, e quant'altro

admin [Membro]
(ANSA) - ROMA 13 Gennaio 2012 14:54 - ''Il governo sta lavorando molto seriamente, l'incontro con Monti e' andato bene, le liberalizzazioni devono essere fatte non solo per i soliti noti ma anche per i poteri forti''. Lo ha detto Pier Ferdinando Casini, leader dell'Udc, lasciando Palazzo Chigi insieme a Italo Bocchino, vicepresidente di Fli, al termine dell'incontro di Mario Monti e del terzo polo sulle liberalizzazioni.
PermalinkPermalink 13/01/12 @ 15:55
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