"Aridatece er puzzone!"*

Sotto il titolo "Il tappo tiene" abbiamo pubblicato in questo blog una decina di brevi testi in cui tentavamo di spiegarci la tenuta del tappo, nonostante lo dessero continuamente per spacciato.

Ora riteniamo che il tappo potrebbe saltare - il condizionale è d'obbligo. L'orologio ci dice che sono ormai le ore 23,55 del 24 luglio, e gli ultimi cinque minuti dureranno un giorno o due o dieci...
Nel caso, saranno i mercati a farlo saltare e non il mitico popolo più o meno indignato, perché il tragico pagliaccio ha addormentato e sviato la lotta di classe in un periodo cruciale, con l'assenso del padronato, con la complicità delle opposizioni e di noti gruppi editoriali. Per questa ragione l'odio e il disprezzo che si è meritati non sono negoziabili, e non avranno fine.

Ma da queste parti, nulla è veramente definitivo. Il fascismo è caduto, ma troviamo fascisti conclamati tra i ministri della Repubblica. L'Italia postribolare è sopravvissuta alla chiusura dei casini e viviamo, saranno ormai due anni, in un sabba pecoreccio in cui non esistono più allusioni e doppi sensi, in cui le relazioni umane sono ridotte a movimenti stantuffo-biella-manovella, prenderlo-metterlo, con i prosseneti ovunque presenti, e mignotte che fanno i ministri, mentre i ministri fanno le mignotte; il linguaggio è impoverito, l'orizzonte valoriale è imploso. Proprio come in un bordello, mi dicono.

E allora, già li sento disporsi al distinguo e al répechage, al come si stava meglio quando si stava peggio, al quando c'era lui caro lei, al però ne ha fatte di cose buone, se non fosse stato per l'amicizia con Putin e Gheddafi… E ancora, se non c'erano gli ambientalisti, di ponti sullo stretto, due ne avrebbe costruiti. Se non c'era la crisi, vedevi tu quanti posti di lavoro avrebbe creato.
Ma quali corsi e ricorsi. Nell'eterno presente non c'è luogo per superamenti, tutto coesiste e consiste, senza bisogno di ritornare. O.

* Scritta apparsa a Roma, su un argine del Tevere, nel 1945. Invocava il ritorno del duce in un periodo di scarsità di approvviggionamenti. Insomma, una fame nera.

Che diranno di noi?

Tutti a confrontarsi con le manifestazioni british, smorfie e cartelli, tutti a parlare dell'etica del marciapiede. E a guardare in tralice, e a preoccuparsi: che diranno di noi? perché qualcuno, sabato 15 ottobre, aveva una scimmia sulle spalle, e a tutto pensava meno che alle rivoluzioni pastello.
Che diranno di noi? Ma nessuno ha riso.

Oggi invece hanno riso tutti, e si son dati di gomito. Angela e Nicholas, non solo loro. Il "cambiamento" da fare nella società italiana per renderla aderente alla "lettera Bce" è un'operazione a cuore aperto, con tutti i rischi del caso.
Il paziente può morirne, i parenti aspettano il chirurgo fuori della clinica. Tutti descrivono le fasi "necessarie" dell'operazione, ma non si trova il chirurgo che la guidi. Infermieri tanti, tutti disponibili; primari zero.
L'unico già in attesa è il prete fuori della porta. Utile per l'estrema unzione o per l'opera di conforto o contenimento umorale dei parenti, rimasti - scopriranno solo allora - privi dell'eredità.
Ma il chirurgo? Tutti sanno che il priapo impotente quel che sapeva fare l'ha già fatto, e l'hanno spesso ringraziato per questo. Ma non era un chirurgo e si sapeva. Opererà ugualmente? Che diranno di noi? Rideranno? O.

 

Déjà vu

Affezionati lettori ci hanno fatto notare il nostro silenzio sui fatti del 15 ottobre a Roma. Ci stavamo. Abbiamo avuto contrastanti reazioni, sia quella di coloro a cui è stata negata l'ottobrata romana, sia quella della spianata in cui la migliore gioventù si è spesa in una possente e mai vista coreutica. Avevamo anche scritto un testo che abbiamo trattenuto sopraffatti dalla piega presa dai commenti sui siti.  In questo ambiente di mipiace/nonmipiace, fare ragionamenti comporta sempre il rischio che, allora, comunque, stai con quelli e non con quegli altri… E allora lo postiamo, a futura memoria. Aggiungiamo anche il testo di Valentina, apparso domenica su il manifesto di domenica 16 ottobre, p. 14, perché la "critica letteraria", a caldo, arriva prima e meglio di conati di analisi politica.

Giusto dieci anni fa pubblicammo un grande libro sui fatti di Genova, Guerra Civile Globale che fu ignorato, ma vituperato a bassa voce, dai bertinottian fottuti e dalle fetide tutine bianche. Era un'analisi articolata, a più voci, e uscì dopo quattro mesi.
A poche ore dai fatti di Roma del 15 ottobre, la sensazione di déjà vu è straniante. I commenti che vedo su fb riguardo ai black bloc sono da vomito. Le dichiarazioni di vecchi arnesi come Diliberto o Vendola suonano come dischi rotti. Al confronto giganteggia Mario Draghi per aplomb e distacco, ma anche Valentino Parlato per una sorta di riflesso condizionato.


Tutti a dire, se non era per qualche decina di infiltrati sarebbe stata una grandiosa, gioiosa e appagante manifestazione. Sempre che ci fosse gioia da manifestare.
Domanda: cosa ha fatto il comitato organizzatore per sventare questa probabile evenienza? ha approntato un servizio d'ordine che tutelasse quelli venuti da fuori pagandosi il viaggio? che piani aveva preparato in caso di incidenti, oltre a quello di darsela a gambe lasciando decine di migliaia di compagni senza indicazioni?
Che poteva succedere qualsiasi cosa, lo si sapeva, lo si avvertiva. Le parti in commedia, ognuna con le sue aspettative, si sono disposte a recitare, straccamente, il medesimo canovaccio. Quello di Genova, per esempio. Ognuno per sé.

Ci hanno perso tutti. Nessuno porterà a casa quello in cui aveva sperato.
Il ministro dell'Interno, aveva tutto l'interesse a che la grandiosa manifestazione non diventasse la "spallata" contro il governo. Bisognava rovinare la festa alle opposizioni. Ma la gestione della piazza è stata fallimentare, e l'immagine delle guardie ne esce a pezzi.
Le opposizioni, attraverso Vendola, pensavano di incamerare, gratis, il successo di trecentomila anime paganti e autoorganizzate scese in piazza su temi eterogenei. Se tutto andava bene, i trecentomila sarebbero diventati un milione, o più, nei titoli dei giornali domenicali.
Chi pagherà di più saranno quelli che hanno fatto la forzatura, nel più puro stile da intergruppi. Non potranno capitalizzare l'insperata vittoria,
tanto meno in termini di egemonia. Ma avranno la gratitudine delle mille persone - ma diciamo tre volte tanto, perché ripiegavano, trovando sostituti, per rinfrancarsi e detergersi gli occhi per poi rifarsi sotto - che hanno impegnato per tre ore poliziotti maldestri guidati da capi stupidi e feroci, circondati da migliaia di persone disposte in un girone più largo, che di fatto li appoggiava e ne condivideva l'azione. Augh. O.

Davanti alle immagini di una camionetta della guardia di finanza che volteggia impazzita su se stessa sotto la pioggia di san pietrini di Piazza San Giovanni, mi viene in mente Moby Dick. Sì, questo mi sembra, una balena circondata da lance, che trascina nella propria foga le cime e gli arpioni. Giganteschi sfiatatoi diventano gli idranti della polizia che si riversano sui cacciatori. E quella lotta conserva tutto il suo sapore di tragedia in cui preda e cacciatori ineluttabilmente si scambieranno presto le parti. E' così inutile la caccia che l'equipaggio del Pequod conduce contro il grande Capodoglio. Si raccontavano che per un soldo d'argento avrebbero ucciso il mostro. E se anche potranno catturare qualche piccolo cetaceo, i loro arpioni si spezzeranno davanti a Moby Dick. Nella lotta tra Achab e Moby Dick non si parteggia per nessuno. Si ha solo la sensazione di assistere al compimento di una tragedia ineludibile, superiore a qualsiasi intervento di qualsiasi umana volontà. E il Pequod, lo so, per questo affonderà.
Schierarsi dalla parte del grande Leviatano o del Capitano pazzo è un modo per restare stupidi davanti al conflitto che in realtà ci viene sottoposto. Così adesso fingere che la questione sia dissociarsi dalle violenze o giustifacarle è un'altro dei modi banali con cui verrà deviata la sostanza della situazione disumana che subiamo. Assistiamo oggi pomeriggio come ieri pomeriggio, come molti pomeriggi, sia nel palcoscenico di una piazza sia in quello più vellutato e foderato di una Camera del Parlamento, a spettacolini su cui non abbiamo più nessun potere e che in se stessi non hanno più nessun potere. Che non esprimono niente di ciò che sappiamo giusto, ma che sono giustamente il ritratto della nostra spettacolare impotenza. E ancora una volta il gioco frivolo e balordo della caccia alle responsabilità altrui ci toglierà l'ennesima occasione di ragionare sulla nostra impotenza e prenderne coscienza.
Valentina, 27 anni, una di 60 milioni 626 mila e 442 italiani che non contano nulla

Circolazione e metastasi

Da Menenio Agrippa in poi, il corpo umano è una cassetta di metafore per parlare del corpo sociale.
Si sa, senza metafore non si comunica, il linguaggio stesso è metaforico. E pure la scienza non può farne a meno, nella comunicazione extrascientifica, ma anche al suo interno, più o meno consapevolmente, nell'elaborazione e trasmissione di modelli, anche se gli scienziati più rigorosi sconsigliano una simile pratica. 
Fatto sta che organi e funzioni del corpo umano hanno fornito spunto per parlare d'altro. Fino al corto circuito uomo-macchina. Dal Cinquecento si sono sbizzarriti nel ridurre il corpo umano a macchina, finendo ai nostri tempi nello scoprire l'umanità nelle macchine.
Economia e scienze sociali non sono state immuni da questo meticciamento.
La nozione stessa di "crisi" è importata dal linguaggio medico, e giusto a far tempo dal Settecento. Non stupisce allora che, ove si voglia parlare di circolazione monetaria, e eziandio finanziaria, si evochi la circolazione del sangue. 
La metafora può istituirsi a vari livelli, dall'analogia all'omologia. Epperò la metafora suggerisce come le politiche degli Stati o degli organismi internazionali, crisi o non crisi, siano volte a favorire o ripristinare la pervietà del sistema circolatorio, magari con il fine di aumentarne la velocità di circolazione, pena la riproduzione stessa del sistema.
Talché, qualsiasi medico di pronto soccorso avrebbe concordato con Bernanke, o con Trichet, indicando la priorità di reintegrare la funzionalità del sistema bancario. Come per il corpo umano, la circolazione prima di tutto.

Ma, visto che di capitalismo stiamo parlando, la circolazione non viene a capo delle metastasi avanzate. Anzi, ne favorisce la proliferazione. So' cazzi. cdb

Il colpo del genio

Ho cominciato oltre venti anni fa con un Mac classic, e da allora, tra famiglia e lavoro sono transitati una ventina di modelli, forse più. Sono nell' “ambiente”, e non ne sono mai uscito. Non solo, non sono mai riuscito a farmela con i PC, con i quali avevano invece dimestichezza i colleghi delle scienze dure e che trattavano i Mac come chincaglieria per signorine. Ciò va detto al fine di stoppare eventuali pregiudizi nei confronti del ragionamento che sto per fare.

Che l'attività e la filosofia di Steve Jobs abbiano incontrato una domanda precisa e diffusa di facilitazione nell'uso dell'informatica è fin troppo evidente. Che poi il personaggio l'abbia interpretata imprenditorialmente, capitalisticamente – e finanziariamente – , in maniera assolutamente geniale, è chiaro a tutti.

Un mondo continuo, fatto di elementi contigui, senza salti. Un mondo facilitato in cui i problemi sono stati previsti e risolti. Un mondo polito e levigato in cui è possibile trascorrere dalle immagini alla musica, dalle news agli “amici”, orizzontalmente e verticalmente, secondo una logica, una razionalità potente, ma ignota. Ignota nelle relazioni e nei processi. Cui affidarsi. In attesa di un mondo completamente asfaltato mentre sui finestrini al plasma di 50 pollici passano immagini precompilate.

Le unanimi espressioni di cordoglio per la sua morte sono autentiche e sincere, a partire da una gratitudine sentita e condivisa. Per quello che vale, e per non dare nell'occhio, anch'io condivido l'apprezzamento per l'uomo e la sua storia.

Mi domando, però, che cosa è rimasto fuori? Tutto il resto. L'inviluppo, la storia, le differenze. La formazione personale e individua. Il colpo del genio ha perfezionato la logica dell'esproprio. La logica di qualsiasi macchina “nuova” che ingloba l'esperienza di chi ha ingaggiato il corpo a corpo con quella precedente. Una filosofia “oltre il giardino”, tra Francesco Alberoni e Chance Gardner, ha confezionato il tutto. Ovvio. Ormai ovvio.

Vi facilito ma vi rendo dipendenti e incapaci di esercitare quella creatività che invece io ho concentrato e gestito al massimo grado. Eravate orgogliosi artigiani nell'interagire con la macchina, disponendovi secondo le vostre capacità a padroneggiarla.

Bon, adesso tutti uguali - e si vede - non ci sono percorsi differenziali. La creatività di uno ha azzerato la creatività di tutti. Tutti uguali davanti alla macchina. Sappiamo come è andata: eliminato l'operaio professionale – che pure la sua rivoluzione l'aveva fatta –, l'operaio massa esibì alla lunga la sua vociante debolezza.

Il consumatore massa non sarà da meno, perché, si sa, a consumare non ci vuole una grande specializzazione, soprattutto da quando c'è la macchina che sovrintende al consumo del/nel tempo libero. claudio del bello

 

 

Il gioco della torre

Questa del debito è questione di cui non ci si libera facilmente, e certamente non per via ideologica, tanto meno facendo appello ai sentimenti morali. Troppo tempo dovrà passare perché scienza e dottrine riescano metabolizzare un'epoca. Il pareggio di bilancio, con molti se e tanti ma (vedremo), viene introdotto nelle costituzioni. Intanto s'ingrossa lo stuolo di vedove ed orfani: capiclientele, notabili e capibastone, sindacalisti, cooperative, professori di varia economica, onlus, assessori alla cultura… Ai quali ora si aggiunge Martin Wolf su IlSole24ore.
Wolf è un interprete, un concertista. Lo si ascolta a prescindere dalla propria idea, e a prescindere dalle sue, che sono tante, ma tante che non possono essere accolte tutte in un articolo: rischierebbe la cacofonia. Però stavolta butta là un'evidenza sconvolgente: i mercati, come il cane di Pavlov, si sono abituati al debito, vogliono il debito, perché debito è bello, e altro non c'è. I mercati sono keynesiani, nel profondo. Proprio come la politica. Il meccanismo è rassicurante. Certo, il marginale che esagera, che se ne passa, che non è interattivo… beh, quello viene punito. Ma guai a manomettere l'engrenement. Avanti, allora, con indebitamento e spesa pubblica. Il nuovo gioco della torre è: recessione o default? Messa giù così, la scelta è: recessione mai! cdb

Il cappio al collo

Ancora tiene, perché nessuno vuole sostituirlo nella macelleria sociale. Ma il tragico pagliaccio, craxiano e piduista, venerdì 5 agosto, ha dovuto mettere il cappio al collo alla politica e marcare la vera discontinuità. E poi l'ha dichiarato Barack Obama, sabato 6 agosto: «Mettere la politica da parte» di fronte a dati superiori, incontrovertibili.

La partecipazione dei cittadini è ormai un optional, e comunque non sollecitata se non addirittura respinta.  È il nuovo che avanza. L'iscrizione nelle carte costituzionali del vincolo di bilancio in pareggio segna bruscamente  la fine di un'epoca e l'inizio di un processo di stabilizzazione coatta dagli esiti incerti. Soprattutto quando la guerra  non sembra più stare nel novero delle opzioni immediatamente praticabili. E se la guerra non è praticabile, la "politica" tenderà a conseguire le finalità della guerra. Un corto circuito.

Ogni previsione è azzardata. Certo è che un intero comparto di mediatori politici dovrà essere rottamato.  Ma anche - e questo non può non essere accolto positivamente - un'intera generazione di praticoni di politica economica,  fuori e dentro le Università, dovrà essere forzosamente accantonato. Mi dice un'autorevole commentatrice: «Per non farsi comunisti, si sono fatti socialisti keynesiani». Appunto, il secolo  breve del socialismo keynesiano è finito, per sempre. Non potranno essere riciclati. Le loro ricettucole di politica economica - aumento del debito, con un occhio al padronato presuntamente "illuminato" e l'altro, volta a volta, a partiti e/o sindacati - resteranno inutilizzate perché nel frattempo sono cambiati gusti e ingredienti. Que vayan todos.

Una nuova generazione, non più strabica, dovrà ricominciare con i fondamentali della critica dell'economia politica. Ma, più in generale, dovrà attestarsi sulla difesa di diritti non negoziabili. Individuati tra le macerie di precedenti costruzioni, e integrati senza pretese archeologiche, senza filologia. E senza ideologie. cdb


Il tappo tiene /9

E terrà chissà per quanto. Fatte un po' di telefonate a Obama e Geithner, altre in giro per l'Europa; inviato un cadeau di oltre 500 milioni a De Benedetti - un pagamento sull'unghia, con qualche contropartita, voi che dite? -; ma soprattutto, offerte su un piatto d'argento al padronato 1. la madre di tutte le liberalizzazioni - interpretazione piduista della Costituzione - e 2. dulcis in fundo, la frantumazione dello Statuto dei lavoratori, ebbene il tappo terrà, oh se terrà!

Contro il senso comune "repubblichino" che lo dava per spacciato, di settimana in settimana, negli ultimi sei mesi galvanizzando la piccola borghesia riflessiva. E invece, ecco qua: il Piano di Rinascita nazionale è servito.

Il grimaldello è stato il pareggio di bilancio da iscrivere nella Costituzione. Ci penso un po' su e ci ritorno. cdb

Guerra civile: parificazione e rovescismo, revisione e rimozione

Considerazioni in margine.* La storia non si fa con le ideologie, con i pregiudizi, con le recriminazioni, con i sentito dire e – a dirlo è un filosofo – nemmeno con i concetti, anche se è necessario che lo storico abbia confidenza con la storia delle idee. La storia la fanno gli storici. Ma devono essere le istituzioni a tutelarla. Un po' come con l'esercizio della professione medica. Gli storici dilettanti dovrebbero essere tenuti sotto controllo, proprio come si fa con i "guaritori" e le "medicine alternative". Per la salute pubblica. Tanto più, quanto più presentano con clamore e scandalo i loro ritrovati.
La storia non si fa con i concetti, ma con documenti pubblici e controllabili (tracciabili, come usano dire i giovani storici), e con il loro incrocio, con la carta geografica, anzi topografica, e pure con la calcolatrice, per contare i morti. Chi l'ha detto che i morti non si contano, e che quella di contarli è una macabra contabilità? Si contano eccome, perché è l'unico modo di avere l'ordine di grandezza degli eventi, una sorta di indice di produttività della guerra: 10, 100, 1000, c'è differenza.

Che i fascisti rovescino la storia non è una novità, ma la circostanza non rappresenta un tema teoricamente rilevante. Non si capisce cioè perché storici valorosi si applichino a rilevare le aporie del rovescismo.

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Il tappo tiene /8

L'intervento che postiamo rafforza e chiude il ragionamento che siamo venuti facendo da tappo1 a tappo7. Il tappo tiene perché tutto e tutti concorrono alla sua tenuta. È la rete, una tela senza ragno e senza strappi, un sistema di connessioni, mediazioni, collusioni e soprattutto ricatti che include tutti, fino a Vendola e Di Pietro. Ipazia vuole ancora credere nel popolo dei referendum. Saggi come siamo, per lunga esperienza, prevediamo che quell'energia temporaneamente concentrata si dissiperà nei mille e mille fili a cui ciascuno affida la propria identità.

Il governo Bisignani. Altre intercettazioni e memorie difensive. Tutto rivela un mondo di mezze figure che hanno in mano le leve di un paese e se ne servono per capitalizzare le proprie fortune personali, prima che tutto finisca. Com'è giusto (che finisca). Diciamo la verità: noi di sinistra abbiamo da sempre l'impressione di essere governati da un Moloch superintelligente, che tutto vede, controlla, prevede, produce. Sì, va bene, solo i meno svegli tra noi ne sono assolutamente convinti, al punto di immaginare un complotto dietro ogni evento storico. Però ammettiamolo: un briciolo di superiorità questo “governo ombra” nei nostri sogni lo doveva pur avere.

Poi ti metti a leggere le intercettazioni, i discorsi che si fanno tra “potenti” e scopri l'esatto opposto. Nessuno decide un cazzo, tutti rimangono appesi a qualche “consigliori” esterno che garantisce un tramite non si sa bene con chi, tutti a cercar di monetizzare al massimo una breve stagione da protagonisti in un ruolo di cui sanno di non essere all'altezza. Immagini dunque che i politici caricaturali imbarcati grazie alla “porcata” di legge elettorale possano essere delle pippe mostruose, un misto di portaborse arrivati per sbaglio a una carica ministeriale, ex soubrette ricompensate con soldi pubblici per risparmiare qualcosa, picchiatori fascisti di cui è meglio disporre in aula se qualcuno si oppone davvero. Però, “sopra di loro”, qualcuno dovrebbe comandare.

E invece no. Berlusconi non decide un tubo, al massimo fa cadere il suo parere sul piatto della bilancia nel bel mezzo di un conflitto tra interessi opposti di due ministri minori. E tutti ne parlano come di un vecchio rimbambito che si fa coglionare dalla prima gallinella che gli fa le moine. Gianni Letta media tutto, ma – appunto – media, non determina.

Facile, allora! Comandano le grandi imprese... Ma scopri che Montezemolo, presidente Ferrari ed ex Fiat, chiede una raccomandazione per far lavorare in Rai la sua ex fidanzata, Edwige Fenech, talentuosa produttrice cinematografica ed ex attrice di grande presenza ma ben scarso talento; in cambio assume in Ferrari il figlio di Bisignani, così quello non si scorda della richiesta. E vedi Scaroni – che comanda per conto del governo l'Eni, ossia una multinazionale petrolifera, mica una fabbrica di biscotti – prende consigli come uno scolaretto da un Bisignani qualsiasi. Che è uno che si infila in mezzo a tutti gli affari, consiglia tutti, combina dossier per far fuori i “nemici”, suggerisce comportamenti e menzogne, ma pure lui è uno che impasta me...lma per conto di altri. Ecco, diciamo che ci deludono proprio. Almeno facessero la Spectre, ci rassegneremmo a esser comandati da cattivoni in tenuta da Darth Vader. Invece, niente. Nemmeno un governo Berlusconi da cacciar via con una ritrovata “unità antifascista”. Ma un “governo Bisignani” che quasi ti vien da ridere mentre ti accingi a “combatterlo”. E ti viene la consapevolezza che in fondo, sì, si può pure vincere davvero. Come al referendum, per una posta però più alta. Ipazia

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