Schiaffi alle mani, ma non più di tanto

Poche le immagini, in questo blog disadorno. Nell'idea che le parole dovrebbero bastare a comunicare. Mica vero. Il linguaggio, il parlare e lo scrivere, altro non sono diventati che didascalie. Si tratti di quelle che compaiono sotto un'immagine, o in un fumetto che si libra indicando chi parla. Le parole sono contrappunto alle smorfie, sono comandate dai gesti, dall'indice-e-medio che alzati in coppia, specularmente, grattano l'aria per contenere qualche affermazione. Le virgolette, no?

Ci sono frasi che senza l'aiuto del gesto non significherebbero nulla.
- Non m'importa. E se m'importa: «Non più di tanto».
- Ma "tanto" quanto? Così? Così? O addirittura così? Quanti centimetri tra pollice e indice, arcuati? E se le mani si allargano a rappresentare la lunghezza di uno storione? T'importa tanto? Poco, o nulla?
- Beh, te l'ho detto. «Non più di tanto».

Il gesto, l'insieme dei gesti, d'altra parte, non è più quello codificato dal principe de Curtis. Per carità di dio, guai a fare le corna - indice e mignolo, sono stati sostituiti dal dito medio, yankee e sodomizzatore -  a meno che non spunti il pollice complanare. Ma per socializzare, mi dicono.

Il massimo della socializzazione consentito, e a cui è sconsigliato sottrarsi, è il correre brevemente verso il prescelto, che a sua volta si coordina, per prendersi vicendevolmente a schiaffi le palme delle mani rivolte verso l'alto. Una sola volta. Per evidente mutua soddisfazione.

gaspare mastorna

Dio tassista!

Negli anni cinquanta e sessanta, a Roma, tutte le grandi manifestazioni sindacali e dei partiti di sinistra iniziavano con due file di taxi che procedevano in formazione, a passo d'uomo. Dietro, le bandiere, i cordoni, ma davanti i taxi, sempre. Una coreografia rimasta nell'immaginario. Di chi se lo ricorda. Un grande partito di sinistra li integrava nelle sue formazioni coperte di autodifesa. Che fine hanno fatto quelle licenze? Vendute. Il tempo passa. Ora "pensano" diversamente. Dagli interstizi della composizione di classe, si librano verso il cielo di una improbabile, piccola, proprietà.


Il "mezzo" scandisce la loro vita: i tempi di ammortamento, i premi dell'assicurazione, la manutenzione, l'aumento del prezzo del carburante, le rate del mutuo con cui hanno riacquistato la licenza, pubblica. Il mezzo è un pezzo di "capitale" loro affidato, una "macchina" che dà i tempi.  Ogni aumento di prezzo o di tariffa li strangola, e loro intensificano l'autosfruttamento e la rabbia nei confronti degli altri automobilisti o degli utenti.  Sostiene Enrico S. su FB: «DIKO A Te. Ringhioso spesso violento, ti porti via 5000 euro al mese + o -. C'hai due case, una popolare l'altra a Tor SanLorenzo. Lavori grazie a una licenza pubblica che d'estate affitti e quando molli rivendi a 200000 euro. Ah, dimenticavo: voti a destra, ovviamente». Ma valga per tutte la breve analisi di militant-blog

Le licenze vengono elargite per motivi elettorali, senza alcun rapporto con la domanda, con le esigenze della collettività, senza un piano di mobilità cittadina o ragionale o nazionale. Per non parlare degli autotrasportatori, i "padroncini" per i quali vale lo stesso discorso, moltiplicato per 5 o per 10, dato il maggior prezzo del mezzo.


Per chi se lo fosse scordato, il comunismo nasce contro i socialisti (genere prossimo) e contro la proprietà privata dei mezzi di produzione (differenza specifica). Nemica immediata è la piccola borghesia produttiva in quanto percettrice di reddito spurio: salario + profitto da utilizzo di beni capitale (sia pure infimi, metti un taxi). Ergo, "tassista comunista" è una perfetta contraddizione in termini. Qualcuno glielo dica a Silvia, tassista comunista che così si firma in una accorata lettera al manifesto (14 gennaio 2012, p. 14). Conosco editori di sinistra che sono comunisti. Ma non sono una categoria né una figura sociale. Se dovessero scioperare, lo farebbero, isolati, a loro rischio e pericolo. Il piccolo proprietario può sentirsi comunista. Ma come categoria è infido e diventa pericoloso. A Roma hanno votato in massa per il fascista Alemanno.  cdb

Poteri forti, e quant'altro

Se il «cretino è pieno d'idee», purtroppo gli fanno difetto i concetti. In compenso, fa grande uso di frasi fatte che aggiorna secondo la moda e la diffusione virale bocca a bocca. Dopo "un attimino", "assolutamente sì" e "quant'altro", tocca a "poteri forti". O meglio, benché l'espressione suggerisca grovigli impegnativi, viene usata come un tic linguistico, un intercalare compulsivo, un tormentone.

Però, dopo l'intemerata di Domenico Scilipoti - che ha accusato Monti «di operare in nome dei poteri forti» - "poteri forti" mostra i segni dell'usura. Scilipoti non ha fatto altro che saltare a pié pari nella nuvola linguistica, nella ola, e la circostanza che sia un'orrenda macchietta di parlamentare ad usare l'espressione permette di abominarla definitivamente. Non prima però di avere notato che l'abuso c'è stato soprattutto a sinistra, quella dura e pura. Una sinistra che, alla fatica del concetto, preferisce la scorciatoia dell'immagine allusiva, ma perentoria.
Poteri forti, sì, ma quanto forti? Facciamo i nomi. Della Valle? Montezemolo? Maddài. Goldman Sachs, Bilderberg, Trilateral! Ci siamo!
Si rendono conto, costoro, che lo SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali) era meglio definito e determinato? Sì, lo SIM, che tanto faceva sbellicare gli imbecilli e i vili sul finire degli anni Settanta. Eppure, lo SIM - correva l'anno 1978 - veniva colto nel suo manifestarsi come fine del keynesismo, come superamento e riorganizzazione dello stato-nazione, come inedito sistema di comando che cominciava a materializzarsi e a surrogare la politica selezionando direttamente il proprio personale, munendosi di una propria burocrazia. Come pratica della delocalizzazione, come scelta delle tecniche, come controllo del sistema della circolazione delle merci e del denaro ormai mondializzato. E loro, ridevano come fosse la Spectre.
Ora invece si trovano d'accordo sulla riedizione del complotto "demo-plutocratico" ed "ebreo-massonico" tanto è vero che sui poteri forti convergono fascisti, rosso-bruni e anarcoidi vari. Un Potere non meglio specificato. Minaccioso, incombente, lucido.
"Poteri forti", no?, non v'è chi non veda!
Ma mentre lo SIM risultava una manifestazione inedita delle metamorfosi del capitale, ora i "poteri forti" risultano la caricatura dell'escrescenza finanziaria. I Black bloc della finanza, riedizione degli "gnomi di Zurigo", tornano utili ad ogni crisi come spiegazione "ad hoc".

Inutile dire, a quanti affollano l'arena dei socialnetwork, che l'unica cosa da spiegare è il capitalismo, che tutto è meno che un complotto, nei cui ingranaggi sono stritolati e grazie ai quali viene incessantemente riprodotta la loro futile e ridicola reazione.

Incuria, lassismo, vulgate e faciloneria assediano il pensiero di Marx, le sue nozioni. I suoi concetti vengono trasfigurati in parole evocatrici e allusive e abbiamo così un Das Kapital immaginario con personificazioni progressive a costituire una iconologia fantastica, sciatta, senza nemmeno la carica espressionista.
Marx non andava oltre Madame la Terre e Monsieur le Capital, loro hanno bisogno di fattezze umane, di profili grifagni, di mani adunche e di complotti planetari. Del Complotto. Hanno un disperato bisogno dei "savi anziani di Sion", sennò non si orientano.
Ma così non colgono l'ingranaggio, le interdipendenze, i feed back, la non linearità del processo e soprattutto la circostanza inaggirabile per cui prima e comunque viene la concorrenza tra i capitali e che, al livello della circolazione, finanziaria per di più, non ci sono piani che non possano essere scompaginati da altri piani. cdb

Il peso della memoria

 

Giancarlo Montelli, Il peso della memoria

«Vi mando un'illustrazione che ho costruito con gli elementi della copertina del nostro libro e che ho chiamato "Il Peso della Memoria". Peso naturalmente come responsabilità. Perché gli eventi che abbiamo vissuto ma soprattutto le persone che abbiamo amato e che non ci sono più continueranno a vivere finché noi vivremo e le porteremo nella nostra mente e nel nostro cuore. Poi qualcosa ricorderanno i nostri figli. Diventeranno solo nomi e immagini fisse per i nostri nipoti e poi, poi.. Però adesso vivono in noi e fanno parte di noi.
Tanti auguri. Giancarlo»

Ne hanno fatta di strada gli operai…

Fuor di qualsiasi pregiudizio ideologico, va registrata la notizia pubblicata da Contropiano secondo la quale circa 15mila operai metallurgici hanno manifestato a San Paolo, Brasile, "contro gli alti valori dei tassi di interesse e a favore della riduzione delle imposte sulle dichiarazioni dei redditi".
La novità sembra consistere in questo: lavoratori organizzati non chiedono l'aumento del salario ma la riduzione delle tasse che lo gravano, e addirittura una riduzione del saggio d'interesse che limita il profitto. Qualcosa è cambiato.
Per un apparente paradosso, alla manifestazione avrebbe dovuto partecipare soprattutto il padrone della fabbrica, non fosse altro perché sarebbe il primo a beneficiare della riduzione del saggio d'interesse, bloccato restando il salario.
Grottesco - tipico aggettivo da indignati, vien fatto di commentare, prima di passare oltre. E invece qualche considerazione va fatta: si tratta di uno scambio figura-sfondo.
È un fatto che lo stesso capitalismo, per sottrarsi al contropotere del lavoro salariato, ha lasciato credere che non sia più il saggio di profitto a rappresentarlo, ma il saggio d'interesse. Un anodino "saggio di rendimento" fissato dal mercato.
È dubbio che le cose stiano così. Il primo a non crederci è Marchionne, visto l'accanimento con il quale intende sottrarsi al confronto con l'organizzazione operaia. Certo è che, secondo questa "narrazione", il salario viene costretto ad abbandonare la propria specificità e a uscire dalla fabbrica, per "farsi carico" delle compatibilità. La società capitalista continua a produrre plusvalore nelle fabbriche mediante lo sfruttamento dei lavoratori salariati, ma fuori vuole che si riproducano consumatori e contribuenti. E basta.
Nel mondo, la situazione è molto variegata, ma in Italia, la classe operaia non fa più critica dell'economia politica a partire dalla fine degli anni Settanta. Da allora, i lavoratori salariati si vedono imporre, insieme a nuove condizioni di lavoro e a nuovi quadri normativi, anche le categorie con le quali nominare forme e condizioni di lavoro. Le parole e le cose: le parole cambiano, le "cose" dello sfruttamento rimangono le stesse.
È stato già notato in questo blog che la "tassa sul salario" è per molti versi una contraddizione in termini.
Ora, dopo questa notizia, la contrattazione sul salario si sposta su quella sulle tasse. E chi sarà mai la controparte? Chi sfrutta chi? Se escono dalla fabbrica, la vedo dura. Riusciranno i nostri eroi…?
G. Mastorna

"Aridatece er puzzone"/ 3


Borghesia capitalista e Chiesa cattolica hanno cambiato cavallo. Nei prossimi tre mesi il governo Monti farà un macello, in assenza di qualsiasi opposizione. A reagire sarà la plebe. Aspettiamoci di tutto, anche "Aridatece i Borboni".

Qualcuno, volendo offrire antecedenti storici, ha scritto: «Il rapporto tra Berluska e il popolo è lo stesso che c'era tra popolo e Borboni. Il re difendeva il popolo dalle angherie dei baroni, e il popolo ricambiava». Ognuno aspira al bilanciamento dei poteri che conosce e tra i quali pensa di poter barcamenarsi. A sbirciare le gambe della 'nobile' Eleonora Fonseca Pimentel, mentre le dimenava nello spasmo dell'impiccagione - a Napoli, correva l'anno 1799 - e a commentare dandosi di gomito, c'erano i seguaci del cardinale Ruffo e i volontari del'«Esercito della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo». Sanfedisti appunto, berlusconiani ante litteram, fieri di beffeggiare una "radical chic" ante litteram. I lazzari, questi esseri immondi, questo precipitato liquescente del proletariato, i Lumpen, odiati da Marx più dei padroni, che al salario preferiscono la mancia e la mercede, al lavoro i lavoretti, mazzieri e squadristi, sempre in bilico tra l'arruolamento nella malavita e quello nella sbirraglia in divisa, che hanno schifato il popolo in armi per armarsi ognuno come può e come sa; i lazzari, cui hanno indicato come eroe lo stalliere Mangano, i lazzari aspettano gli si dia un'altra opportunità.

"Aridatece er puzzone"/ 2

Vocazione interclassista, socialismo come giusto mezzo e Chiesa millenaria concorrono, cospirano e compongono da sempre il quadro di un paese marginale in cui i conflitti si manifestano come esantemi, per cronicizzarsi in uomini della Provvidenza. I dittatori, chiamiamoli così, cadono solo per intervento di forze straniere e quinte colonne. Sennò, rimangono sine die.
Una volta defenestrati, e caricati delle colpe di tutti, diventano oggetto di rituali macabri perché lo spettacolo deve continuare, aspettando il prossimo.
Stavolta, però, non c'è stata la discontinuità della testa mozzata. Il volgo ha rumoreggiato, ma il blocco dei molteplici interessi che ha sostenuto il fetido piazzista è rimasto intatto. Solo la Chiesa si è spostata, facendo pendere la bilancia dall'altra parte.

Ora, l'Italia vera ha il maldipancia. Dal ventre nazionalpopolare cominciano a uscire gorgoglioni e flatulenze, nostalgie e rimpianti, ripescaggi e nuove alleanze. Il suk sociale che aveva prosperato sotto l'orrendo nano, arrangiandosi nei mille interstizi, piccolo spaccio e lavoretti, ma sbandierando diritti inesigibili, privato dei circenses quotidiani e della satira goliardica, attraversato da numerose e complementari cospirazioni, si prepara ad invocarne il ritorno.

I patiti di Barnard - non a caso invitato a Matrix - i rossineri, gli alfieri di patria e nazione, i lazzari che sui socialnetwork fanno a chi la spara più truculenta, tumultuano e scalpitano agitando nuove icone, nuovi mostri in effigie. Storace, Mussolini, Scilipoti, Ferrara - con le loro vibrate difese della democrazia e della Costituzione - diventano sponde. Un povero imbecille, dovendo scegliere, sosteneva che Casapound era meglio di Forzanuova - al fine di una nuova resistenza, si suppone. Mi cito: «Nell'eterno presente non c'è luogo per superamenti, tutto coesiste e consiste, senza bisogno di ritornare.» Odradek


Il tappo ha tenuto

Intanto quello degli spumantini messi in frigo per il momento buono. Non si è dimesso per evitare le incontenibili - e probabilmente incongrue - manifestazioni di giubilo popolare. Stai a vedere, consigliato da qualche anziano piduista come lui, che lo avrà indotto a defilarsi e continuare a rendersi utile come falsoscopo.
Il tappo tiene, nessuno ha stappato, il 25 luglio si allontana, e il 25 aprile non arriverà mai.
Come avevamo notato in Il tappo tiene /5, è il sistema generale di ricatti, di cui il tragico nano tira le fila, a tenere. L'antiberlusconismo etico ed estetico, modulato da la Repubblica, non solo ha perso, ma ha disgregato qualsiasi forma di opposizione, e soprattutto impedito di cogliere la trama antioperaia e antipopolare che altrove si stava tessendo. Sarà molto dura. O.

Chi paga che

Pubblichiamo questo testo di G. Mastorna, del 3 novembre, che anticipa le analoghe considerazioni di R. F. Pizzuti, apparse sul manifesto del 4 novembre, dal momento che non è accettabile questa chiama referendaria sul debito. Il problema delle conseguenze non può essere risolto facendo appello a riflessi condizionati di tipo ideologico, alle pratiche quotidiane dei socialnetwork, tipo mipiace/nonmipiace. Non si tratta di essere dottrinari, ma il discrimine rimane quello di classe, o per lo meno dei redditi chiamati a sopportare differenzialmente il peso del non pagamento del debito. L'estremismo parolaio non coglie queste sottigliezze.

"Il debito non lo paghiamo" è un'affermazione sacrosanta, meglio se perentoria, quando viene da un lavoratore salariato, e a maggior ragione da un disoccupato, sottoccupato o precario.

"Il debito non si paga" è affermazione futile, qualunquista, populista e quindi pericolosa, perché mette d'accordo lazzari, immobiliaristi e personale politico.
Il lavoratore salariato, a rigore, non dovrebbe nemmeno pagare le tasse sul reddito (le imposte dirette, per quelle indirette non c'è scampo) proprio perché il salario è per definizione il controvalore della forza lavoro erogata. Se il controvalore viene decurtato, la forza lavoro si reintegra solo in parte. A meno che le tasse pagate dal lavoratore salariato non siano una forma di assicurazione, e gli ritornino come assistenza.
In tempi di analfabetismo teorico, una simile puntualizzazione può risultare fastidiosa e inessenziale soprattutto a chi si trastulla nell'infantilismo politico, per il quale la complessità attuale del capitalismo, velata dalla superfetazione finanziaria, finisce per essere rappresentata solo da questa.
Così, nella figurazione fantastica e approssimativa che se ne fa, banchieri e speculatori finiscono per rappresentare il capitalismo annullando e assolvendo l'intreccio di classi e di ceti, di figure e funzioni che pure ne costituiscono l'articolato ingranaggio che lo riproduce.
Il debito c'è, e se chi l'ha contratto non lo paga, finisce con l'essere scaricato su tutti, anzi principalmente su chi non ne ha responsabilità, attraverso aumento dei prezzi, contrazione della produzione e blocco della riproduzione sociale.
Controprova. Come si chiama? test proiettivo, mi pare. Basta fare la conta, tra "amici" e conoscenti, di quelli che "fuori dall'euro", "default subito" e si capisce di cosa si tratta. Di solito sono quelli che, però, invocano il salario garantito, il reddito di cittadinanza, la cultura come risorsa e il mantenimento dello Stato sociale. Gratis?
Siccome sono tanti, rappresentano pubblico per economisti "militanti", insomma quelli che a rotazione hanno scritto in queste ultime settimane su come uscire dalla crisi, ognuno con la sua ricetta.
Analfabeti, infantili e faciloni hanno sempre a portata di mano una realtà da clonare, copiare, trasferire. "Facciamo come". L'ultima, l'Islanda.
Quattro volte più grande della Sicilia, ma con una popolazione quindici volte inferiore. Quasi un mito. La leggenda di un paese che si è affrancato, che ha preso nelle proprie mani il suo destino. Ma l'Islanda non è andata da nessuna parte. E il debito lo sta diligentemente pagando. Poteva andare diversamente?
"Facciamo come l'Islanda", dicono. Ma l'Islanda si è messa nelle mani del FMI secondo un accordo molto preciso di ristrutturazione del debito. O no?


http://www.imf.org/external/np/sec/pr/2011/pr11316.htm
http://phastidio.net/2011/10/31/islanda-allieva-prediletta-del-fmi/

"Aridatece er puzzone!"*

Sotto il titolo "Il tappo tiene" abbiamo pubblicato in questo blog una decina di brevi testi in cui tentavamo di spiegarci la tenuta del tappo, nonostante lo dessero continuamente per spacciato.

Ora riteniamo che il tappo potrebbe saltare - il condizionale è d'obbligo. L'orologio ci dice che sono ormai le ore 23,55 del 24 luglio, e gli ultimi cinque minuti dureranno un giorno o due o dieci...
Nel caso, saranno i mercati a farlo saltare e non il mitico popolo più o meno indignato, perché il tragico pagliaccio ha addormentato e sviato la lotta di classe in un periodo cruciale, con l'assenso del padronato, con la complicità delle opposizioni e di noti gruppi editoriali. Per questa ragione l'odio e il disprezzo che si è meritati non sono negoziabili, e non avranno fine.

Ma da queste parti, nulla è veramente definitivo. Il fascismo è caduto, ma troviamo fascisti conclamati tra i ministri della Repubblica. L'Italia postribolare è sopravvissuta alla chiusura dei casini e viviamo, saranno ormai due anni, in un sabba pecoreccio in cui non esistono più allusioni e doppi sensi, in cui le relazioni umane sono ridotte a movimenti stantuffo-biella-manovella, prenderlo-metterlo, con i prosseneti ovunque presenti, e mignotte che fanno i ministri, mentre i ministri fanno le mignotte; il linguaggio è impoverito, l'orizzonte valoriale è imploso. Proprio come in un bordello, mi dicono.

E allora, già li sento disporsi al distinguo e al répechage, al come si stava meglio quando si stava peggio, al quando c'era lui caro lei, al però ne ha fatte di cose buone, se non fosse stato per l'amicizia con Putin e Gheddafi… E ancora, se non c'erano gli ambientalisti, di ponti sullo stretto, due ne avrebbe costruiti. Se non c'era la crisi, vedevi tu quanti posti di lavoro avrebbe creato.
Ma quali corsi e ricorsi. Nell'eterno presente non c'è luogo per superamenti, tutto coesiste e consiste, senza bisogno di ritornare. O.

* Scritta apparsa a Roma, su un argine del Tevere, nel 1945. Invocava il ritorno del duce in un periodo di scarsità di approvviggionamenti. Insomma, una fame nera.

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