Mario Lunetta

Uno scrittore, mai lirico, mai patetico, critico della letteratura francese e americana, poeta civile. Anche romanziere, ma nei termini che dirò. Un grande intellettuale, senza virgolette.
È venuto a mancare lo scorso 6 luglio. Lo ricordo con le parole usate per presentare un suo libro, diversi anni fa. [Arcade, via Margutta, 9 febbraio 2004]

« A presentare Figure Lunari, Robin edizioni, Roma 2004 Mario voleva che fosse un filosofo, cioè un alieno. Per un po’ mi sono schermito, ma poi ho pensato, e sperato, che la simpatia del pubblico per l’autore avrebbe sicuramente attenuato il severo giudizio sul cliente devoto, sull’amico corrivo.

Perché un filosofo, che la presente condizione postmoderna ha reso scettico? 
Forse perché un filosofo, si pensa, può parlare di qualsiasi cosa?

No, c’è una ragione storica ed epocale che riguarda una specie di tragico scambio. E su questo scambio vorrei soffermarmi come premessa.
 C’è una filosofia ormai – l’hanno chiamata pensiero debole – che non deduce più, rigorosa, ma narra, e produce immagini e va alla deriva attraversando generi, meticciandosi, impiastricciandosi. Ci sono filosofi che battono le manine davanti agli effetti speciali, altri che scrivono saggi sui videogiochi. Ma sono gli stessi che appena ieri scrivevano sui fumetti.

Una filosofia irresponsabile, che si sottrae all’unico suo compito che è quello di domandarsi cos’è che permane al variare di tutto il resto. Una filosofia che non fa più domande, ma trova risposte, e le propone, compulsivamente. Una filosofia abbacinata dall’enorme congerie di fenomeni e rappresentazioni, una filosofia sedotta dalle variazioni, dalle varianti, dal vario combinarsi di elementi presi a caso, non vagliati, non scelti. E che si rimette in gioco – come si usa dire – facendo interagire le proprie rappresentazioni con tutte le altre. Dimentica della propria specificità.


E non mi riferisco soltanto al postmodern, alle 'imposture intellettuali' di cui tanto si è parlato e che ormai è diventato un classico, a sua volta un genere, ma anche a tendenze che invece provengono dal ventre più profondo dell’epistemologia contemporanea – penso al costruttivismo, di cui pure sono complice – che la realtà nemmeno se l’accomoda più, nemmeno la torce o la stiracchia. No, se la inventa direttamente.

Ecco, di fronte a questa filosofia miserabile che si è liberata dei tanti impacci, che indulge alle piccole narrazioni, accanto alla filosofia che inventa la realtà, alla filosofia che esalta il regno della possibilità (dopo aver steso un velo pietoso su quello della necessità), si può trovare, inopinatamente, una letteratura, una scrittura molto più attenta ai limiti, rispettosa dei vincoli storici, che ri-costruisce atmosfere, ambienti, sistemi di relazioni. Una letteratura che ricompone, e che narrando deduce figure, plausibili istanze di vita vissuta, o vivibile che sia, e che diventa filosofia proprio quando, grazie al gioco di riflessioni e rifrazioni, rimandi e triangolazioni aspira a una ricostruzione ragionata della realtà. Una letteratura responsabile che, davanti alle macerie e ai cocci, si dispone archeologicamente, ma senza nostalgia, a dare  un senso, a ritrovare un ordine possibile.

Ecco il paradossale, tragico scambio tra filosofia e letteratura, tra una filosofia degradata e una ritrovata possibile letteratura.

Quando dico queste cose Lunetta mi ascolta con bonomia. La stessa, probabilmente con la quale mi sono accinto a leggere il suo romanzo noir. »

Claudio Del Bello

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