Il Vittorioso


Una breve analisi delle comunicazioni di un Presidente del Consiglio negli anni della “post-verità”


di Felice Accame

1. Dal 1937 al 1970, la casa editrice Ave – un nome che fungeva anche da vocativo – pubblicò “Il Vittorioso” che, soltanto dal 1967 fino all’ultima unzione, nel tentativo di rinvigorirlo almeno morfemicamente di trasgressione, venne brachilogicamente ribattezzato “Vitt” e presuntuosamente apostrofato come “il rotocalco dei ragazzi”. Nonostante Jacovitti, “Il Vittorioso” – fin dall’impaginato, per il tratto, per le storie edificanti e per il contorno più e meno informativo, ha sempre saputo di oratorio, di sagrestia e di buona “azione cattolica”. Quando ero nell’età giusta io me ne tenni alla larga. Leggevo “Capitan Miki”, “Il grande Blek” e “Tex Willer” – fumetti allo stato puro, vicende di giustizieri implacabili e di amicizie virili, pistole fumanti, indiani e buoni e cattivi, rispetto per le donne e fin per gli ubriaconi (tanto è vero che uno dei personaggi che ricordo tuttora si chiamava “Doppio Rhum”). Bene, se avesse avuto l’età giusta a quel tempo, Matteo Renzi avrebbe letto “Il Vittorioso”. Forse ne avrebbe fin sottoscritto l’abbonamento.


2. Appesantito da quest’handicap – presumibilmente, irrecuperabile nonostante vite intere -, pertanto, si può capire come l’ex Presidente del Consiglio del Governo italiano abbia potuto commettere alcuni errori di comunicazione che, unitamente ad altri peccati peraltro non meno lievi, gli sono costati il trionfo del “no” al recente referendum di ordine “costituzionale”. Di questi errori ne faccio qui di seguito una breve rassegna:

2a. Chiunque abbia un’idea dell’abc della teoria dell’informazione sa che la ridondanza – risultato dall’eccesso di ripetizione – comporta una perdita di efficacia della comunicazione. A maggior ragione se la comunicazione in questione è stata ripetuta per un tempo piuttosto lungo – le volate lunghe, lo sa chi si intende di ciclismo, favorisce chi “sta a ruota” non chi le inizia. Approfittando del suo potere, Renzi è corso ovunque, si è ripetuto ovunque – in spazi fisici e in spazi virtuali -, ha moltiplicato a dismisura la propria immagine e le proprie argomentazioni, la sua esposizione mediatica è diventata presto – e a lungo, troppo a lungo -, “sovraesposizione” e questo – sintomo di debolezza, ovvero di un potere che ha qualcosa da nascondere, oltre che segno conclamato di protervia – ha finito con l’indebolire le sue stesse argomentazioni.

2b. Che rispondendo “sì” ai quesiti del referendum si “riavvicinassero i cittadini alla cosa pubblica” e si combattesse il “populismo” – qualsiasi cosa intendesse Renzi con questo termine che, esplicitati i criteri del suo uso è ben difficile non applicare anche a lui ed al suo modo di intendere l’azione politica (non a caso basata sulla retorica del “leader”) – non era così evidente. Anzi, la lettera della riforma proposta sembrava contraddirlo. Lo stesso appello al diminuire i costi della “politica” (a parte lo squallido uso della categoria, connotandola negativamente e facendo di tutte le erbe un fascio) – a fronte di un’ipotesi di abolizione del Senato e di dimezzamento degli emolumenti dei parlamentari (neppure presa in considerazione e fin considerata espressione di “populismo” e di “demagogia”) – è sembrato strumentale e fasullo. Il tanto invocato “semplificare” – “semplificare il sistema” – si rivelava subito per quel che era: una metafora per coprire la messa in atto di procedure legislative non sottoposte a controllo se non da parte di coloro che legiferano.

2c. E’ noto che Darwin, ne “L’origine delle specie”, si guarda bene dall’usare la parola “evoluzione”. E quando, negli scritti successivi, lo farà, lo farà sempre con molta cautela. La ragione di ciò sta negli impliciti – positivi, come se parlando di evoluzione si intenda passare dal peggio al meglio, come si procedesse verso un fine ultimo, come se la storia avesse uno scopo – che la parola si porta dietro. Nello sbandierare il “cambiamento”, Renzi non ha badato a spese – sia in termini di retorica che, ahinoi, anche di quattrini. Come un magliaro qualsiasi ha investito il “cambiamento” di una positività intrinseca – a prescindere dal “che cosa” si voleva cambiare - pretendendo che le persone cui sui rivolgeva effettuassero la medesima operazione. Gli era andata inizialmente bene con il “rottamare” – stressato poi fino al paradosso nauseante, perché la metafora stona e fin indispone se applicata a persone ed idee – ed ha tentato il bis. Mal gliene ha incolto.

2d. In uno Stato dove si rispettano i cittadini e dove si vuole applicare i principi di una democrazia minimamente – almeno minimamente – informata (questo sì sarebbe un bel cambiamento” per il nostro Stato), in caso di referendum, la domanda ha da essere formulata con grande esplicitezza e per intero. Non può essere né riassunta né metaforizzata in alcun modo. Un governo appena decente dovrebbe impegnarsi in tal senso e farne legge. Nemmeno vendessero aspirapolvere porta a porta, la scheda elettorale è stata invece formulata “ad sensum” – un senso molto sbrigativo, offensivo nei confronti del votante destinatario palesemente considerato incapace di intendere e di volere. (Fra parentesi: questa argomentazione andrebbe estesa anche alle categorizzazioni “pubblicitarie” con cui vengono da un po’ di tempo in qua presentate le leggi approvate dal parlamento: si veda, per esempio, la legge detta di “Stabilità” o quella della “Buona scuola” e altre palesi truffe semantiche – mentre non hanno avuto il coraggio di trovare un nome garrulo e ottimista alla legge “Fornero”).

2e. Essendo le risposte due in alternativa – un sì e un no -, va da sé che la scelta possa essere effettuata in base ad una pluralità di criteri. Se chiedo a qualcuno di scegliere fra la “pasta al sugo” e il “minestrone”, va da sé che non essendoci altre possibilità – oltre a quella di digiunare – uno possa scegliere per i motivi più vari: per il suo bisogno di carboidrati, per tener vispa la peristalsi, perché teme che nel minestrone si possa essere del cavolo che gli è indigesto, perché sente il bisogno di qualcosa di liquido e caldo, perché la pasta al sugo gli ricorda i giorni del collegio, etc., etc. I perché possono essere mille e, ovviamente, neppur tutti consapevoli. Nessuno, pertanto, è così sciocco da pensare che una scelta possa essere effettuata in base ad un unico criterio considerando solo l’altra come il risultato di una pluralità di criteri e, al contempo, assegnando valore positivo alla propria e negativo all’altra. Se, poi, si insiste in questo atteggiamento, fino ad utilizzare nelle proprie comunicazioni termini categorialmente svalorizzanti (tipo, “accozzaglia”) si va incontro al disastro relazionale, perché il destinatario di questa comunicazione si sente insultato per la propria scelta in una situazione in cui non ha alternative ulteriori a disposizione – e comincia a sentirsi vittima di un ricatto.

2f. Nessuno si sente a proprio agio sotto ricatto. E Renzi ha ricattato in più circostanze e in più modi le persone cui si rivolgeva: ponendo i propri destini di Presidente del Consiglio e quelli del governo stesso da lui presieduto in rapporto all’esito del referendum, millantando - e ingenerando, perché le “voci” non poco condizionano i mercati finanziari - crisi economiche e catastrofi varie.

2g. A fronte di un referendum voluto da centinaia di migliaia di cittadini qualsiasi Presidente del Consiglio, fermo restando la sua possibilità e, direi, fin il dovere di esprimersi, per il ruolo che ricopre ha comunque da mantenere un minimo di distacco dall’eventuale risultato. Con ciò, infatti, manifesterebbe il massimo rispetto per tutte le parti in causa – e per quella molteplicità di criteri di scelta che le informano. 2h. Detto, infine, in camera caritatis: l’esibizione della sua cultura da partecipante a “La ruota della Fortuna” e del suo spirito di boy-scout nonché le frequenti citazioni di quel Baden-Powell che, notoriamente, è stato e rimane in forte odor di pedofilia, con un po’ di buon senso e di capacità autocritica avrebbe potuto risparmiarsele – come, in certe occasioni da posta alta, avrebbe potuto farsi la barba rinunciando a quel di più di pathos ed alla retorica del coinvolgimento morale di sé (come recitasse in quel “Giulio Cesare” di Mankiewicz dove, secondo il Roland Barthes dei “Miti d’oggi”, l’abbondante sudorazione ottenuta a forza di vaselina ci doveva informare del travaglio interiore dei protagonisti).

3. Essendo stati analizzati e denunciati più volte da buona parte dei sostenitori del “no”, agli altri peccati sarà sufficiente un cenno. Si tratta di entrare nel merito. I margini di significanza della rappresentatività democratica vanno sempre più restringendosi: nel palinsesto della vita quotidiana degli italiani le circostanze di partecipazione politica sono sempre più rare; il sistema maggioritario ha indotto a parlare di “leader” anziché di progetti politici; è manifesto che chi prende il potere non lo esercita né in rapporto diretto al proprio partito, né alla coalizione, né, tantomeno, ai suoi elettori – sempre più chiaro è che il Potere è altrove – nel capitale finanziario, nelle multinazionali – e sempre più chiaro è che “i nostri rappresentanti” siano fantocci in mani altrui (non si capirebbe, se no, la “naturale tendenza” loro a coprire ogni corruzione che diononvoglia sia emersa alla pubblica luce). Tuttavia – a questo inesorabile processo essenzialmente fascista – qualche ostacolo lo si può anche porre invece di facilitarlo a tutti i costi diminuendo il potere del voto del singolo cittadino e annichilendo ogni forma di iniziativa popolare. Mi si dica quale miglioramento alla vita democratica del Paese avrebbe comportato il considerevolissimo aumento delle firme necessarie per la proposta dei referendum. Come un Partito Democratico – come un Partito Democratico caratterizzato dalla storia che ha avuto – possa essersi reso responsabile di un’intenzione così criminosamente autocontraddittoria, a ben vedere, rimane ben spiegato dal modo in cui, non senza viltà e coda fra le gambe, è stata posta una pietra sopra al Partito Comunista Italiano e dalle carriere politiche dei vari D’Alema, Veltroni e compagnia connivente fino all’illimitato credito concesso a questo Renzi e Famiglia – e tuttavia non tutto è ancora chiarissimo – a partire dal rapporto di tutti costoro con le banche e con il padronato. Nel suo primo discorso di sconfitto – la notte dei risultati -, Renzi ci ha rivelato che stiamo tutti vivendo l’”era della post-verità”. Nemmeno lì, nemmeno in questa circostanza, gli è venuto in mente che, forse, avrebbe fatto meglio a dircelo prima.

2 commenti

Commento from: Stefano Piovanelli [Visitatore]
*****
Approfondito ed impeccabile
16/12/16 @ 11:43
Commento from: leopoldo [Visitatore] · http://poldo-art.blogspot.com
*****
ciao felice,

aggiungo una annotazione, che non potevi trattare sia per complessita del articolo che per come è impostatato sulla comunicazione, cmq si accenna al argomento in diversi paragrafi ed la questione della legge elettorale. Dirai giustamente moli nè hanno parlato, ma non ho sentito nessuno trattarne la semantica politica e di potere se non come cosa assurda. Chiediamoci per chi è assurda? Bhe è assurda per chi abbia idea di ordine e dovendo fare una scelta valuta le varie possibilità di uscita della propria decisione cercando di preservare l'ordine medessimo e il proprio interesse in quel ordine. Altrimente si postula un mutamento dei rapporti di forza tra le parti sociali e politiche che va al di la dei quesiti di merito e del principio di preservazione del potere. Come dire il colpo di mano è venuto meno e la fortuna machiavelica pure. Ma cosa è stato postulato tra legge elettorale e referendum? Bhe la modifica elettorale prevede validità solo per i deputati, non per il senato, quindi si postula a priori, sendo approvata prima del referendum, la non possibilità di altra soluzione che quella indicata da chi vuole il referendum.Ma questo che significa in termini di governo o comando? Semplicemente l'unica opzine che garantisce un ordine e delle regole è quella che indico io, l'altra opzione è il caos [anche se non è proprio così, perché Mattarella e soci ciurlano nel manico per vedere con quale soluzione domano meglio i Renzi, Grillo che ultimamente scalpitano]. Il caos delle regole elettorali, prima del voto facceva parte delle minacce di cui parli, dopo il voto è un coltello che abilmente usato si ritorce contro.

un abbraccio Pold8
18/12/16 @ 10:53

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