Per una storia dell'effimero

Per una storia dell'effimero *

di Claudio Del Bello

No, il '68 non c'entra. Ormai i giochi erano fatti. Tutto è avvenuto nella mia generazione, che era portatrice sana di effimero, come tutte le altre che l'hanno preceduta; perché l'effimero è una sindrome stagionale, o giovanile, legato alla festa, al dì di festa; è il deragliamento, è la trasgressione, solitaria o collettiva, che sa di essere tale; è il come se, il facciamo finta che, una stipulazione temporanea, l'istituzione della legalità di un sogno: fare fuochi d'artificio e costruire macchine teatrali, in luoghi e tempi determinati, una tantum, in occasione di. È, era, il controllo del discrimine tra fantasie e realtà, prima di attraversare la linea d'ombra; era l'albo dell'Intrepido nascosto sotto il libro delle versioni. Così come, prima, le scatole dei bottoni diventavano generose caserme prodighe di tanti soldati in fila e a coorte.

Qualcosa si è rotto quando i fumetti non si sono più letti di nascosto, quando masse crescenti della mia generazione hanno continuato a leggerli, sfacciatamente, anche da grandi: «Tex Willer e L'Espresso!», reclamavano all'edicola, «La Stampa e Topolino»; era anche un modo di mostrare i consumi, esibire il superfluo: ma non più effimero, perché ne facevano collezione. Si alienavano il vocabolario di greco, ma compravano a prezzi di affezione un chissà perché introvabile albo. E fu il modernariato. Fumetti, ma anche la pornografia: «Corriere della sera e Men», e se ne andavano nascondendo il «Corriere» in un segreto e casuale tripudio di quarti, per lo più femminili. Intrepidi, non a caso; si spalleggiavano, si sostenevano a vicenda asseverando: «ora si fa così!»; che è lo slogan e il motto di ogni demi monde.

Forse gli era intollerabile una doppia vita.

Ormai, custodire il terribile segreto che li avrebbe accompagnati alla tomba (si trattasse di filìa per vecchie o bambine) non era più possibile; e quindi presero a parlare amabilmente di Gabriel Pontello che, per chi non lo sapesse, era un interprete di film pornografici, rinomato per via di una certa sua qual espressività in situazione. Hanno cominciato a parlarne e a scambiarsi pareri, socializzando inclinazioni, giù giù fino alla stampa specializzata e ai siti, tanti siti. Siti che accumulano spazzatura, la diffondono, la catalogano, la moltiplicano. Veniale fu poi lo sdoganamento della musica leggera, l'esegesi delle parole delle canzonette; per cui oggi, il paroliere Mogol, della ditta Mogol-Battisti, si adonta a sentirsi appellare paroliere: «Poeta, prego», dice stizzito.

Perché stupirsi del Grande fratello e della grande curiosità che suscita. Hanno cominciato una generazione o due prima, quando si interrogavano sulla vita privata di Tex Willer. «Non gli si conoscono donne, non sarà omosessuale?», si chiedevano sgomenti. Hanno cominciato a scriverci su dei saggi e poi si sono fatti dare delle cattedre per insegnarli, i fumetti, all'università. Mischiare il vino di tutti i giorni con quello d'annata, non giova a questo, ed è ovvio, ma nemmeno il vinello ci guadagna, anzi. E dispiace più per il vinello, visto che lo si consuma più spesso.

Quando è successo? nel '63? Anche allora c'era Eco. Erano avanguardie? Si potevano fermare? Chi non ha voluto firmare lo stato d'assedio? Non si sono peritati di dannare la goliardia, una volta per tutte; odioso prolungarsi di una stagione che le classi dominanti si concedevano, come le terme; deteriore, ma pur sempre a termine. Un po' come per il Bignami: era utile e l'hanno esecrato, e ora è dovunque, ma non si chiama più così. Hanno dannato la goliardia (e quanto l'ho avuta in dispregio anch'io!), ma l'hanno generalizzata e diffusa in tutta la società, se la sono portata appresso, come una scimmia sulle spalle; hanno sdoganato fumetti, pornografia, hanno scritto saggi sui bamboleggiamenti, sulle filastrocche «Garabalda fa farata») con la conseguenza che poi qualcuno ha cominciato a scrivere filastrocche in forma di saggio; e non tutti riescono più a cogliere la differenza. E poi romanzi a filastrocca, che non finiscono più, che stordiscono e ipnotizzano. Romanzi anche storici, perbacco. Che più che un genere, è diventato un modo per dire: vedete?, la storia non è poi così brutta come la si dipinge. La storia, fàttela da te.

Chi ha paura della storia? Chi ha fatto fuori la storia? Mi diceva una maestra: per fortuna, con i nuovi cicli, nella scuola elementare non si farà più storia. Come, per fortuna? Sì, mi spiegava torva, si farà a cominciare dalla V classe e noi non saremo costrette a spiegare a vuoto cose che i bambini non capiscono e a cui non sono interessati. Le cose che i bambini non capirebbero sono i miti, le storie che i maestri non sanno/vogliono più raccontare. Mentre la contaminatio di un disegno animato giapponese s'incarica di integrarne quattro o cinque. Ma già i peplum movies, che mandano in visibilio tanti cinefili di complemento, non esitavano a far incontrare Ercole, Maciste e forse Zorro.

Una scuola a misura di bambino. Era rimasta la scuola il limite. Il limite era il libro delle versioni, lo stesso che ora giace sotto un cumulo di fumetti. Ora, tolta la storia, finalmente, tutto il mondo è a misura di bambino. E ciò che dura poco, che non dura un processo, che dura finché dura l'interesse, cioè l'attenzione, è l'unità di misura dell'educazione, o della formazione, come preferisce dire la marea montante degli stagisti. E l'effimero è certamente a misura d'interesse. Finalmente, l'eterno presente. Scopo di ogni regime e potere: eternizzare se stesso, fine perseguito da sempre dal capitalismo, è ormai raggiunto.

È accaduto nella mia generazione che tutti i patti venissero rotti, per sempre. Il patto con la natura si era incrinato già da tempo; quello tra i sessi è stato sostituito da defatiganti negoziati in presenza di perdurante guerriglia. Ma la vera catastrofe ai fini di una ricostruzione del senso è la rottura del patto tra le generazioni. La storia diventa un'opzione formativa quando nessuno ha più voglia o qualcosa da raccontare. Che può dire un vecchio che ha passato la sua vita davanti alla televisione? Che senso ha più parlare di res gestae? Uno sciopero poteva essere raccontato, e i racconti potevano alterarne la portata, mentre su quei racconti poteva esercitarsi lo storico. Lo sciopero era un evento che costituiva identità in un antagonismo, nella lotta di classi, si diceva una volta. Ma prima ancora i moti contro le tasse sul macinato o sul focatico. Ora tutti trovano buono e giusto pagare il canone televisivo. Non è un caso allora che ora gli scioperi non si vedono più neanche alla televisione.

Se non c'è educazione ai processi, a lunghi percorsi; se non c'è educazione all'apnea; se non c'è educazione a proseguire anche se non si è capito; se non si educa al riconoscimento continuo della differenza tra il noto e il conosciuto, e quindi a soffermarsi e a ritornare indietro, ovvero a rammemorare; se non si apprezza, intanto, la differenza tra le cose piccole perché lontane e quelle grandi perché vicine, va a finire che è difficile addestrarsi a riconoscere che le cose che sembrano piccoline possono essere invece molto più grandi di quelle che sembrano sovrastare.

Penso a Gaspare De Caro, illustre collaboratore di questa rivista quando, sui «Quaderni rossi», invitava a scrivere le biografie di fabbriche o società per azioni (risultando un falsoscopo e una mistificazione scrivere la biografia, poniamo, di un Agnelli). Abbiamo impiegato tanto tempo per capire che la storia è personificazione di rapporti complessi; tornare a cosalizzare gli uomini è intollerabile.

Vorrei fugare un dubbio che potrebbe venire a qualche cortigiano. La storia che qui si rimpiange non è l'agiografia, e tanto meno l'agiografia dell'Occidente. Al contrario, sono proprio gli orrori dell'Occidente cristiano - colonialismo, imperialismo, fascismo e nazionalsocialismo - a confondersi nelle riduzioni antropologiche, a perdere il loro carattere di processualità e di necessità, a scomparire in una delle tante Disneyland, nelle ricostruzioni
di ambienti (il saloon, l'accampamento dei pellerossa e quello romano, il suk, il villaggio tutsi, e gli Aborigeni d'Australia còlti nella loro vita di tutti i giorni). E ciò che non si può ricostruire con la plastica, con i manichini e i posticci? Non è mai esistito, proprio come ciò che non si vede in televisione. La differenza? quale differenza? replicherà la maestra.

Anche in questo caso, chi ha cominciato? Chi ha cominciato a dire, uffa, basta con la Storia, con gli eventi cospicui, con le figure? Chi ha cominciato a portare l'attenzione sullo sfondo, sul continuum, sul quotidiano, sul rumore di fondo? Esercitando attenzione morbosa per i fatterelli e i tableaux vivants - didattici, si pretende - si è pervenuti alla storia come vita quotidiana.

Già spiare il grand'uomo dal buco della serratura è riprovevole e fuorviante, sentenziava Hegel, ma a spiare la comare, in più, che si guadagna?


da  HORTUS MUSICUS, Luglio-Settembre 2001, N° 7


1 commento

Commento from: admin [Membro] Email
Sulla stessa lunghezza d'onda:
http://www.odradek.it/blogs/index.php/2011/03/09/tutto-in-primo-piano-e-lo-sfondo
13/09/14 @ 17:15

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