Chi paga che

Pubblichiamo questo testo di G. Mastorna, del 3 novembre, che anticipa le analoghe considerazioni di R. F. Pizzuti, apparse sul manifesto del 4 novembre, dal momento che non è accettabile questa chiama referendaria sul debito. Il problema delle conseguenze non può essere risolto facendo appello a riflessi condizionati di tipo ideologico, alle pratiche quotidiane dei socialnetwork, tipo mipiace/nonmipiace. Non si tratta di essere dottrinari, ma il discrimine rimane quello di classe, o per lo meno dei redditi chiamati a sopportare differenzialmente il peso del non pagamento del debito. L'estremismo parolaio non coglie queste sottigliezze.

"Il debito non lo paghiamo" è un'affermazione sacrosanta, meglio se perentoria, quando viene da un lavoratore salariato, e a maggior ragione da un disoccupato, sottoccupato o precario.

"Il debito non si paga" è affermazione futile, qualunquista, populista e quindi pericolosa, perché mette d'accordo lazzari, immobiliaristi e personale politico.
Il lavoratore salariato, a rigore, non dovrebbe nemmeno pagare le tasse sul reddito (le imposte dirette, per quelle indirette non c'è scampo) proprio perché il salario è per definizione il controvalore della forza lavoro erogata. Se il controvalore viene decurtato, la forza lavoro si reintegra solo in parte. A meno che le tasse pagate dal lavoratore salariato non siano una forma di assicurazione, e gli ritornino come assistenza.
In tempi di analfabetismo teorico, una simile puntualizzazione può risultare fastidiosa e inessenziale soprattutto a chi si trastulla nell'infantilismo politico, per il quale la complessità attuale del capitalismo, velata dalla superfetazione finanziaria, finisce per essere rappresentata solo da questa.
Così, nella figurazione fantastica e approssimativa che se ne fa, banchieri e speculatori finiscono per rappresentare il capitalismo annullando e assolvendo l'intreccio di classi e di ceti, di figure e funzioni che pure ne costituiscono l'articolato ingranaggio che lo riproduce.
Il debito c'è, e se chi l'ha contratto non lo paga, finisce con l'essere scaricato su tutti, anzi principalmente su chi non ne ha responsabilità, attraverso aumento dei prezzi, contrazione della produzione e blocco della riproduzione sociale.
Controprova. Come si chiama? test proiettivo, mi pare. Basta fare la conta, tra "amici" e conoscenti, di quelli che "fuori dall'euro", "default subito" e si capisce di cosa si tratta. Di solito sono quelli che, però, invocano il salario garantito, il reddito di cittadinanza, la cultura come risorsa e il mantenimento dello Stato sociale. Gratis?
Siccome sono tanti, rappresentano pubblico per economisti "militanti", insomma quelli che a rotazione hanno scritto in queste ultime settimane su come uscire dalla crisi, ognuno con la sua ricetta.
Analfabeti, infantili e faciloni hanno sempre a portata di mano una realtà da clonare, copiare, trasferire. "Facciamo come". L'ultima, l'Islanda.
Quattro volte più grande della Sicilia, ma con una popolazione quindici volte inferiore. Quasi un mito. La leggenda di un paese che si è affrancato, che ha preso nelle proprie mani il suo destino. Ma l'Islanda non è andata da nessuna parte. E il debito lo sta diligentemente pagando. Poteva andare diversamente?
"Facciamo come l'Islanda", dicono. Ma l'Islanda si è messa nelle mani del FMI secondo un accordo molto preciso di ristrutturazione del debito. O no?


http://www.imf.org/external/np/sec/pr/2011/pr11316.htm
http://phastidio.net/2011/10/31/islanda-allieva-prediletta-del-fmi/

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