Il golpe di Natale

 

Il Natale 2010 verrà ricordato nella storia italiana come la data spartiacque tra un mondo del lavoro dotato di alcuni diritti regolamentati e un altro  totalmente privo. Tra un mondo palesemente imperfetto e pieno di ingiustizie intollerabili, contraddizioni evidenti, squilibri gravissimi; e un “nuovo mondo” ideato a tavolino nell'intento di azzerare la possibilità stessa che insorga persino il normale conflitto di interessi tra aziende e dipendenti. Un mondo in cui c'è una sola voce, quella dell'impresa.

Il cosiddetto “accordo” per Mirafiori perfeziona il “modello Pomigliano” rinunciando a ogni parvenza di “eccezionalità”. Ne viene anzi rivendicato il carattere fondativo di un altro ordine. Al di là dei dettagli (orari, turni, pause, ecc; gli unici su cui, non a caso, si soffermano i media principali) è un “accordo” soltanto politico. Il suo obiettivo dichiarato è infatti l'eliminazione di ogni difesa individuale e collettiva da parte dei lavoratori, di ogni loro ruolo indipendente nel processo produttivo. Perché ciò sia possibile va sradicata la presenza di qualsiasi sindacato che non si riconosca pienamente nella logica dell'azienda, nei suoi obiettivi e priorità. Fino all'impedimento fisico-giuridico dell'agibilità sindacale e della candidatura per delegati “non normalizzati”.

Va perciò intanto sottolineato come in questo nuovo mondo forgiato dalla “libertà di competere” un solo soggetto sociale sia privato della “libera scelta”: la forza lavoro. Detto altrimenti, un solo ambito viene sottratto normativamente alla “logica di mercato”: quello della rappresentanza sindacale (e politica).

Quell'“accordo” è un mostro giuridico ideato giocando su vuoti legislativi del diritto societario e nella perdurante assenza di una legge sulla rappresentanza sindacale (comprensiva delle modalità di validazione di accordi e contratti collettivi).

Di fatto si tratta di un accordo “di stabilimento” che segue la logica delle scatole cinesi finanziarie più che la prassi industriale. La Fiat, infatti, realizza una newco ad hoc per ogni sua esigenza locale, frammentando la propria configurazione societaria come in un gioco di specchi, ma senza mettere mai in discussione l'unità della proprietà. Anzi, proprio questa frammentazione solo formale è pensata come condizione per realizzare l'identico modello di relazioni industriali, qualsiasi sia il paese dove lo stabilimento sorge. Per imporre una radicale discontinuità nei rapporti regolamentati con la forza lavoro la Fiat passa dunque attraverso la rottura formale della continuità aziendale, mantenuta – come detto – dalla pura identità proprietaria.

Sul piano giuridico si tratta di un trucco da legulei che pobabilmente in altri paesi non verrebbe tollerato neppure dai governi più conservatori e che fa dell'Italia – ancora una volta – il laboratorio degli orrori in cui sperimentare i buchi neri della storia della civiltà (è già avvenuto con il fascismo, va ricordato). Un escamotage ideato per restare fuori dalla legislazione nazionale e violarne in modo dichiarato la Costituzione. Il diritto di sciopero individuale lì garantito, infatti, significa che lo sciopero è “non sanzionabile” oltre l'ovvia trattenuta sullo stipendio. Il Lingotto ha fatto invece della licenzialibilità a seguito dello sciopero l'architrave del testo sottoposto a firma obbligatoria. Di più: pretende che gli stessi lavoratori dichiarino con “referendum” di rinunciare ai propri diritti legali e costituzionali. Il “fascismo Fiat” ha insomma ritrovato vigore, riscoprendo sotto la retorica della “modernità” una mai sopita voglia di revanche reazionaria tipicamente sabauda condita in salsa statunitense.

 

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