Servizi dei Servizi e altri servizi

Per chi volesse cogliere il nesso tra Servizi e potere politico, in Italia, non può ignorare Servizio segreto di Clara Conti, da noi recentemente edito.

Su Repubblica di lunedì 11 ottobre 2010 compare un ottimo articolo di Giuseppe D’Avanzo. Titolo: «Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del cavaliere». Ottimo perché destruttura il modo di procedere dei killer mediatici berlusconiani, individuando il maestro del genere in Stephen Marks, autore del libro-manuale «opposition research». Tutto quello che Libero o Il Giornale (o le tv Mediaset) fanno è lì descritto con ricchezza di dettagli e consigli metodologici. D’Avanzo spiega come questo sia «in fondo un lavoro abbastanza semplice». Basta avere i mezzi e i database che solo l’internità al potere può garantire. «Un'aggressione spietata, distruttiva, brutale che macina come verità fattoidi, mezzi fatti, fatti storti, dicerie poliziesche, irrilevanti circostanze, falsi indiscutibili». Niente a che fare con il «sano giornalismo», ovviamente.
L’unico errore che D’Avanzo commette è nel far risalire al 2001 la nascita del «killeraggio politico» a mezzo di giornali. In Italia il «macinare come verità fattoidi, mezzi fatti, fatti storti, dicerie poliziesche, irrilevanti circostanze, falsi indiscutibili» ha avuto maestri inarrivabili in gente come Carlo Flamigni, Gianni Cipriani, nonché una miriade di altre mezze penne specializzate nel copia-e-incolla da suturare col fango. Anche Repubblica ha allevato qualche generazione di «giornalisti» del genere. Solo che allora questo modo di «fare informazione» assumeva addirittura la dignità di «difesa della democrazia». Il «nemico» era la lotta armata di sinistra, e nessuno trovava che quel «metodo» fosse incompatibile con il giornalismo e la stessa democrazia.
Ora quello stesso modo di «fare informazione» viene usato dai berluscones contro i propri nemici. E qui c’è lo scarto imprevisto dai «democratici» che credono che i mezzi siano indifferenti rispetto ai fini. Qualcun altro - dotato di molto potere – li tratta come «nemici», pur vivendo formalmente entro un quadro costituzionale in cui ci dovrebbero essere solo «avversari». E dopo 17 anni dalla «discesa in campo» ancora non lo hanno capito fino in fondo. Il buon  Stephen Marks (quanto deve essergli pesata la «x» nel cognome per farsela infine traslitterare) non è insomma il primo a «inventarsi una verità» di propaganda. Il vero predecessore resta probabilmente Goebbels.
Il vaso di Pandora dei «metodi accettabili» è stato scoperchiato negli anni '70. E quando una democrazia non riesce a fare i conti con «l’eccezione» (legittimando l’innominabile, come la tortura; oppure costituzionalizzando il conflitto di interesse) pone le basi della propria distruzione. Anche a Weimar, se ricordate, i «democratici» (ancorché «social») si allearono con la reazione per battere i «rivoluzionari». Poi se la videro tra loro. Ma l’esito era scontato.
Francesco Piccioni, 11 ottobre

2 commenti

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Pietro Secchia, in un articolo pubblicato su Rinascita nr.8-9, del settembre 1950, intitolato "I crociati della menzogna", dopo aver citato un Marx non ancora comunista (1844, «La prima libertà della stampa consiste nel non essere un’industria, un mestiere»), fa un'analisi che a sessant'anni di distanza risulta molto avanzata, soprattutto quando sostiene che la menzogna consapevole non è più ideologia.
«Non da oggi la stampa è un potente strumento di cui si serve la classe dominante per mantenere la sua dittatura. Il grande capitale non domina solo con le banche, i monopoli, il potere finanziario, il tribunale e la polizia, ma con i mezzi quasi illimitati della sua propaganda e della corruzione ideologica. Mai, però, come oggi, il malcostume della stampa capitalista si è manifestato in forme così volgari e abiette. Vi fu un'epoca, agli inizi dell'età moderna, fino alle rivoluzioni del secolo XVIII in cui, come ebbe a scrivere Lenin, la lotta per la libertà di stampa ebbe la sua grandezza perché era la parola d'ordine della democrazia progressiva in lotta contro le monarchie assolute, il feudalesimo e la Chiesa. Ma nella fase di decadenza del capitalismo la stampa conservatrice e reazionaria ha perduto ogni senso morale e ogni pudore. Il giornalismo al servizio dei gruppi imperialisti è una forma corrente di prostituzione. Il capitalismo in putrefazione ha bisogno per reggersi di mentire continuamente. La realtà lo accusa: dunque dev'essere falsificata. La fabbrica della menzogna è diventata arte, tecnica, norma di vita. Non si deve sottovalutare il pericolo rappresentato dalla propaganda e dalle menzogne del nemico. La menzogna, anche la più grossolana riesce sempre, soprattutto quando è insistentemente ripetuta, a ingannare una parte dell'opinione pubblica. La ripetizione sino all'abbrutimento su quasi tutti i giornali e alla radio della stessa notizia falsa, riesce quasi sempre a disorientare, a creare confusione, a falsare il giudizio non solo degli ingenui, ma anche di molte persone di spirito. … Ciò che è stampato, nero su bianco, ha sempre agli occhi del grande pubblico un valore di verità. Questa tecnica della menzogna ereditata dall’hitlerismo e dal fascismo è applicata e monopolizzata dalla propaganda americana. La stampa è diventata, nei paesi del Patto atlantico, un'industria di montaggio con produzione standardizzata. … Veramente non so se si possa parlare di ideologia, giacché non si tratta mai di argomentazione seria, ma di disinformazione, di propaganda subdola che non tende a convincere i più intelligenti, ma che ha lo scopo dichiarato di conquistare la parte più arretrata, di influire sulla parte meno esperta del pubblico e di soddisfare i gusti più bassi. ...»
cdb
11/10/10 @ 22:36
Commento from: admin [Membro] Email
Prima ancora di poter sapere di come era stato evitato il colpo di stato del generale Boulanger – che, costretto all’esilio da un artistico quanto pervasivo pettegolezzo, poi si spara in testa sulla tomba dell’amata Marguerite de Bonnemains nel 1891 -, nel 1879, Anatole France scrive Giocasta. Vi si narra di una fanciulla innocente come l’acqua, costretta al suicidio dai fantasmi provocati da una frase – una frasetta assassina -, infilata da un giornalista nel pieno della sua matura professionalità sul finire di un articolino in cui dava notizia della morte del marito – un vecchio e, al contempo, un ricco e un rincoglionito tenacemente convinto delle virtù terapeutiche di alcune sostanze tossiche.
So che, nel gioco antipatico dell’anteporre posso sempre incontrare qualcuno che risale ad un caso prima del mio – come, credo, sia ne La pistola sepolta (1956) che Glenn Ford dica che, prima o poi, il pistolero incontra qualcuno più veloce di lui.
Lo dico, invece, per manifestare tutto il mio accordo con l’articolazione fondamentale dell’osservazione di Piccioni – destra e sinistra non si distinguono per l’uso di una tecnica di disinformazione da una parte e per il rifiuto di questa stessa tecnica dall’altra – e per ri-andare – ancora una volta, a quel nodo cruciale della questione rappresentato dai processi di valorizzazione che investono le categorie del vero e del falso. Una società liberata dal valore filosofico-autoritario di queste categorie – il “Vero” in sé e per sé, come corrispettivo sul piano linguistico del “Reale” in sé e per sé – e consapevole della loro origine mentale – un “vero” come mero risultato di uguaglianza ottenuto da un confronto tra due elementi noti, un “falso” come differenza – non dovrebbe più soffrire di queste annose patologie.

Felice Accame
12/10/10 @ 18:29

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