Esar o dell'acculturazione

Quella che segue è un'analisi semiotico-linguistica, o se si vuole, metodologico-operativa, del testo oggetto del foglio volante postato ieri Grammatica e sintassi della credulità. Quando si dice: andare a caccia di uccelletti col cannone. O.

Spiegava Alphonse Dupront  (1905-1990) che gli antropologi inglesi preferivano parlare di “culture contact” e di “culture change”, mentre quelli francesi – non senza testardaggine – hanno preferito a lungo parlare di “incontro” o, al più – forse per la gioia di Lacan -, di “interpenetrazione”. Si deve ad André Aymard (morto nel 1964 e commemorato da Fernand Braudel dimenticandone la data di nascita) se, poi, sottoposto fin troppo presto al lavorìo incessante e anonimo della metaforizzazione, si è parlato di “acculturazione”. S’intese, allora, con questo termine, designare il “movimento di un individuo, di un gruppo, di una società, e anche di una cultura verso un’altra cultura” – “movimento” che, metaforico anch’esso, avrebbe potuto tradursi in una vasta gamma di soluzioni inclusive del “dialogo”, dell’“insegnamento”, del “confronto”, della “mescolanza” o, “più spesso”, dice Dupront, in una vera e propria “prova di forze”. Ritengo che sia da questo punto di vista che, più utilmente, possiamo guardare alla comunicazione del “Sig. Esar”.
Tra i costituenti più cospicui della sua “prova di forza” di “Africano Medio Famoso e Serio” alle prese con “noi” annovero i seguenti:
•    La simmetrizzazione. Il quarto di luna da una parte, la stella dall’altra. La centratura del testo nello spazio del biglietto. L’uso del neretto in apertura e in chiusura di testo. L’allineamento dei numeri telefonici.
•    L’uso delle maiuscole. Dove emerge l’enfasi persuasiva e dove – vabbé, nessuno è nato al DAMS - il nome proprio stesso rischia l’acronimo.
•    La riduzione delle proprie virtù in uno slogan.
•    L’uso del punto esclamativo. A ulteriore riprova di quanto la ridondanza sia indizio sicuro di un rapporto che, se non è irrisolto, risolto risolto del tutto non lo è ancora.

Il testo, infine, ove mi permetto di evidenziare quanto segue:
•    Esar conferisce a sé stesso il titolo di “Sig.”. Nel calvario delle nostre pubbliche relazioni non è ancora assurto al “Dr.”, né al “Prof”, né, tantomeno, alle sublimità del mero “Esar”.
•    Non sembra prono all’idea dell’integrale traducibilità da lingua a lingua. A “Master” e “Infedility”, per esempio, non trova un corrispettivo adeguato in lingua italiana – e, se nel primo caso non è facile dargli torto (si guardi alla merce più venduta nelle Università), nel secondo si rimane più perplessi (che, anzi, fa venire il sospetto che, nel Frattempo, ci siamo persi qualcosa).
•    Maneggia non del tutto agevolmente le mappe semantiche. Se è vero che la barra, per esempio, sembra ben messa tra “abuso di sostanze” e “dipendenza” – o tra “impotenza” e “infertilità” –, è altrettanto vero che sembra osare in eccesso tra “interno” e “problemi familiari” e, soprattutto, tra “immigrazione” e “Campo dei casi” (a meno che, proprio qui, non tradisca assi nella manica – come la nozione di Gruppo di famiglia in un interno, film di Luchino Visconti del 1974, o di quella “autoreferenzialità” che ci perseguita da tempo ma più malevolmente dai teoremi di Goedel in poi).
•    Attinge a quel processo  che Pizzuto – pronube Contini – definiva di “nominalizzazione” e, dunque, sembrerebbe irrompere nella diatriba letteraria delle post-avanguardie. Si veda e si rifletta in proposito su quel “la rottura nero le forze di magia”.
•    Sulla scia di Jean Paul, non disdegna di arricchire la comunicazione con il refuso – “successonegli”.
•    Nella scelta del lessico, sa toccare diverse corde di sensibilità – come se avesse contezza dei poteri estensivi del linguaggio in rapporto al “target”. Si veda l’uso di “ancestrale” e di “sfiga” – anche se lì, dico in quest’ultimo caso, circa il grado di consapevolezza relativa alla privatività della s- enclitica, non scommetterei.
Il fatto che possa vantare sia un fisso che un cellulare induce a pensare che Esar – per quanto ancora occupato nel processo di acculturazione e nei suoi niente affatto lineari sviluppi – sia già (o sia presto), comunque, nella fase in cui qualcuno – qualcuno che ha sostituito la qualità della relazione umana con una quantità di denaro – possa tornare da lui dicendogli che “il mio dolore è la tua responsabilità”.

Felice Accame

2 ottobre 2010

7 commenti

Commento from: admin [Membro] Email
*****
Da Ennio Abate

Non sono uno "studioso delle avanguardie" e accetto a modo mio la sfida di Felice.
Oh, quel librettino della Einaudi con quadratino rosso intitolato L'ACCULTURAZIONE!
Lo lessi e sottolineai attorno al 1965-'66 nei passaggi che dicevano qualcosa della mia esperienza di immigrato del Sud nella grande Milano, la Capitale del Nord.
Erano altri tempi e altre le tipologie degli immigrati. Questo Esar sarà, secondo me, una figura allegorica rediviva di quelli (tanti) che ho conosciuto e che ho così descritto (vedi sottolineato) nel mio IMMIGRATORIO (inedito):

«A nessuno interessava quella gente - classe operaia in formazione quasi engelsiana o detriti d’un mondo contadino rotolati lì da campagne e province povere e docili? - massa sconosciuta di condannati a ricostruirsi tutto - casa, amicizie, passioni - a cercare lavoro col groppo in gola e, se trovato, ad ammattire di fatica. A ricominciare, come capitava, annusandosi tra vicini di case in affitto o in condominio. Oppure a tentare di evitarlo quell’immigratorio, scodinzolando come cagnolini attorno ai capoccia della politica colognosa e magari milanes, infiltrandosi (i più fortunati?) in salotti, consigli d’amministrazione, curie, segreterie, massonerie, e salire presto nei paradisi scopiazzati predisposti per i furbi, i leccanti, i camaleonti».


Ma, per la gioia mia, vorrei che Felice applicasse il suo acume semiotico-linguistico a quest'altra figura d'immigrato (sempre dell'altr'a epoca eh!) che ho ripescato dal profondo o insomma da qualche parte della memoria) e che è visto attraverso gli occhi di incogniti e non troppo amichevoli tutori che lo volevano acculturare o mandar via verso le (comunque istruttive) periferie della vita :


Metropoli

Ecco la nostra città è qui, sì! E i grattacieli stanno bene là, no?
C'è purtroppo la periferia, sì! E i film sui poveri diavoli del sud, no?
E anche gli scrittori, no? che vi frugano l'anima, sì!
Avete i preservativi, sì? Che costano poco, no?
Avete i nidi d'infanzia, no! E l'ufficio di collocamento, sì!
Ci abbiamo la polizia, sì! Avete i tram, no?
E poi la bicicletta è comoda per voi, no?

Ci guardate torvi? No, no! Sembriamo felici. Ah, sì?
Siamo indaffarati noi, sì! Voi proprio no!
Potete osservare tante cose così, sì!
Nulla da invidiare, o sì? Al nostro posto non resistereste, no.
Ci vuole tempo per riuscire, sì! Con i sacrifici, sì! Una specializzazione, sì!

E poi mica tutti possono, no? Non tutto fila liscio, eh no!
E non fissateci di nuovo così, oh, no!
Per esempio davanti a noi balbettate, no? E v'impappinate, sì!
Dormite di più, sì! Amatevi fra voi, sì!
E se proprio non vi va, avete i vostri, no?
Avete Marx, sì! Ecco studiatelo, sì!


Un caro saluto
Ennio Abate


03/10/10 @ 17:21
Commento from: admin [Membro] Email
L'immigrato rappresentato dal bell'esercizio poetico - e politico - di Ennio Abate sta vivendo una dura prova di forza del processo di acculturazione. Non a caso, Ennio - partecipe e affettuosamente maieutico - lo canta. Ha ancora uno sguardo che ci mette in imbarazzo - e, ancora non a caso ma molto a proposito, Ennio cita un Marx di cui la cultura africana - nord africana - quella di un tempo - un po' a suo modo ha bazzicato parecchio. Prima di cancellarne ogni traccia.
L'immigrato dell'autorappresentazione di Esar di prove di forza ne ha già metabolizzate molte - facevo notare testo e paratesto della sua comunicazione - e può permettersi un lusso tutto sconosciuto a quello di Ennio: il lusso della furbizia, lo spaccio di una cultura esoterica già ben adattata ai suoi polli - a suoi polli che, si badi - non è rancore ad personam, è rancore di classe, è ribellione al sapere dei padroni del quale lui sembra pronto-prontissimo untore -, suoi polli che siamo noi.

Felice Accame
04/10/10 @ 17:58
Commento from: Romeo Traversa [Visitatore]
C'è qualcosa in questo bigliettino che ha toccato in me corde profonde e vorrei qui provare a capire, forte del lavoro di Felice che ne ha smontato le parti.

Confesso di aver per un momento accarezzato l'idea che il Sig. ESAR rappresenti un'operazione di viral marketing giocata sul filo del tema dell'acculturazione appunto, nella chiave della prova di forza (uso - spero a proposito - alcune definizioni di Felice). Il mercato appetitosissimo della italica e spendacciona credulità nel paranormale ne giustificherebbe l'apparente ignoranza delle mappe semantiche.
Proprio questo infatti permette di mettere insieme cose che appaiono di solito difficilmente in relazione, come appunto l'infertilità e l'immigrazione e addirittura concede la libertà di inventare nuove suggestive figure, come il Campo dei casi, dove sembra avvenire la misteriosa quanto sgrammaticata Rottura nero le forze di magia.
Si tratta infatti di un medium africano famoso e serio anche se, come lo scrive lui, produce in noi (che padroneggiamo le mappe) tutt'altro risultato. Che tenerezza genera mentre, al tempo stesso, agita le peggiori paure e ci ricorda tutto il peso della nostra colpa!
E perciò barre, virgole, che volete che significhino di fronte al promettente Successone/gli affari?

Parole sbagliate o insensate, sembrano avere la forza di produrre una temporanea riconfigurazione delle nostre mappe, necessaria per provare a spiegare, ad esempio, il vasto mistero della parola Interno, gettata sola così, tra una virgola e una barra.

Anch'io ho cercato la soluzione finale nell'acronimo, che il maiuscolo prefigura, ma non ho trovato nulla il cui senso si lasciasse un po' docilmente piegare a questa ipotesi. Ho scoperto però che esar in dialetto veneto è essere. Sarebbe quindi un Sig. Essere costui? Come poter desiderare di meglio? Che ci sarebbe poi di strano se un signore africano si esprimesse in parte in veneto, valorizzandolo con le maiuscole? E' di qualche anno fa la notizia che in Friuli il primo premio di poesia dialettale (concorso scolastico) sia stato vinto da un bambino cinese... in un supremo sforzo acculturante, appunto.

Infine termino testimoniando - scherzi a parte - la mia ammirazione per quest'uomo che probabilmente in uno sforzo congiunto (immagino spontaneo) di necessità/abilità/comprensione del terreno/audacia, abbia fatto risuonare delle parole producendo poesia. Parola di pollo.

Se non è magia questa...
04/10/10 @ 22:51
Commento from: admin [Membro] Email
A me pare che Traversa abbia riportato l'attenzione sulla complessità, non riducibile alla figura dell'"immigrato". Esar non viene dall'Africa ma dal mondo.
Controlla, come può come sa, codici diversi. Traduce medium con medio - perché avverte medium come termine inglese - ma si tiene infidelity. Cala dall'alto, non sale dal basso. E atterra con fracasso.
cdb

P.s.- A meno che Esar non abbia usato un traduttore automatico.
05/10/10 @ 00:11
Commento from: Romeo Traversa [Visitatore]
Certo, l'ipotesi di cdb del traduttore automatico appare assai sensata e nonostante getti un'ombra comica su quello che ho scritto, mi sento di sottoscriverla. Probabilmente è andata così.
Potrei aggiungere considerazioni di vario genere ma me ne astengo.

Sono contento di questa doccia fredda e sono anche contento di sentirmi bacchettato dal fantasma di Borges (mio antico amore) che mi ricorda che l'Universo ("che altri chiama Biblioteca") non è altro che la combinazione dei 21 simboli alfabetici.

Romeo Traversa
07/10/10 @ 18:59
Commento from: admin [Membro] Email
Cari di Odradek,
il Sig. ESAR si autodefinisce Africano Medio Famoso e Serio, ma è sicuramente anche un parolibero involontario non poco naif, che terremota alquanto tribalmente la/le lingua/e a fini - pare - più che linguistici pubblicitari. O parodistici?
Per franare poi in chiusura in quell'evocazione (Il tuo dolore è la mia responsabilità!) da bassa macelleria spottistica.
Perché, mi chiedo, costruire su un testo così scopertamente triky-ingenuo dei ricami semiotico-critici tanto raffinati?
Se è un gioco o una "prooo-vocazione" me lo potrete spiegare, suppongo.
Con affetto,
Mario Lunetta
08/10/10 @ 20:10
Commento from: admin [Membro] Email
Caro Mario,
cominciato come uno scherzo, è diventato un garbuglio. Proviamo a dipanare.
Abbiamo pubblicato il testo di un foglio volante distribuito nella metro milanese.
Il testo vanta e pubblicizza doti, facoltà, capacità di un "medio, africano serio".
La lingua è spiazzante e conturbante, i rimandi sono puntualmente equivoci.
Accame prova a leggerlo come un complicato inerire di culture.
Abate tenta una lettura che focalizzi il punto di vista del migrante che si trova immigrato.
Traversa riparte dalle polisemie multiverse.
Cdb avanza l'ipotesi che possa trattarsi del risultato di una traduzione automatica.
Traversa conclude che, se vera questa circostanza, occorre gettare la spugna.
Eh no. Se così fosse, il problema avrebbe raggiunto il suo livello di articolazione e complessità,
e vale la pena di affrontarlo, anche e soprattutto da parte di rinomati artigiani della lingua e
di architetti del linguaggio. Come te.
Il traduttore automatico è un programma che mette in relazione lingue diverse, risultato del
lavoro di programmatori differenti, nel tempo. Sulla base, con ogni evidenza, della
computazione delle frequenze, integrando la generalità dei campi semantici.
E l'Io? È l'Io. O no?
Odradek
09/10/10 @ 12:29

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