La morte di Cossiga

La morte di Francesco Cossiga suggerisce un dilemma: è stato un militare prestato alla politica, o un politico con velleità militari? Difficilmente gli storici sapranno rispondere a questa, come ad altre domande relative all'uomo politico sassarese. Dovranno vedersela con una decina di libri scritti di suo pugno, con decine di interviste, con svariate centinaia di lettere ai giornali, spesso seguite da pignole puntualizzazioni; interventi guidati da una logica modale similgesuitica, una logica della dissimulazione, nei confronti della quale gli storici sono poco attrezzati.
Ma in una intervista che compare in un nostro libro tra i più fortunati - Una sparatoria tranquilla - presenta stabilità di forma - a domanda risponde - senza alcuna concessione alle giravolte del linguaggio politico. Francesco Piccioni, che lo intervistò, ricorda qui le circostanze di quell'incontro.


Ho avuto l'avventura di "intervistare" Francesco Cossiga quando era ancora nel pieno delle forze, pur se si era lasciato alle spalle il Quirinale e amava ancora vestire i panni, di tanto in tanto, della "lepre marzolina".
Stavamo preparando "Una sparatoria tranquilla", il libro di testimonianze sul '77 che Odradek ha pubblicato in occasione del ventennale di quel movimento. Proprio per sottrarre la memoria alle trappole del ricordo individuale - sempre autoreferenziale, censorio e consolatorio - scegliemmo di sentire anche due "nemici" storici del movimento: Cossiga, appunto, e Armando Cossutta, comunista in teoria e compromissorio nella linea politica fino alla collaborazione nella repressione. Solo "il picconatore" rispose in tempo.
Allora ero un prigioniero politico a tutti gli effetti. Ero stato "ammesso al trattamento ex art. 21" da appena un anno o poco più. In pratica la mattina uscivo dal carcere e andavo a lavorare, con un percorso semi-obbligato e con l'obbligo di comunicare all'ufficio matricola di Rebibbia ora e indirizzo qualsiasi spostamento dovessi effettuare. Scrissi perciò una lettera a Cossiga, inviandola al recapito più ovvio: il Senato. Mi presentavo come "brigatista irriducibile", esponendo a grandi lineee il progetto editoriale che stavamo elaborando. Rispose rapidamente, con un'altra lettera. Accettava di darmi l'intervista - che presuppone un rapporto in qualche misura "tra pari" - solo perché ero un "irriducibile". Con le altre "categorie", evidentemente, si era abituato a essere interpellato come dominus cui ci si rivolge per un favore o un'intercessione.
L'appuntamento mi fu dato nel suo studio di Palazzo Giustinani, alle spalle del Senato. E sto ancora ridendo per la voce stupita della guardia che, dal carcere, doveva raccogliere i dati del mio "spostamento". "Vado per motivi di lavoro in via della Dogana Vecchia, presso lo studio del presidente Cossiga". "Ndo vai?!?! Ma che stai a scherzà!". "Ma le pare?".
Il contenuto della chiacchierata lo si può leggere nel libro; non è stato tolto né aggiunto nulla. In pratica, gli unici interventi redazionali sono stati effettuati su dettagli di esposizione (tra il linguaggio parlato e quello scritto, com'è noto, c'è qualche differenza). Ognuno può trarre le sue conclusioni. L'unica risposta che mi preme ricordare è quella che spiega ancora molto dell'incapacità di darsi una spiegazione sui perché della lotta armata, specie nella "sinistra riformista". Cito da pag. 80: "La grande operazione semantica che tutti abbiamo fatto è stata quella di chiamarvi terroristi - a questo ci ho pensato dopo - perché chiamandovi terroristi non ci siamo spiegati quello che voi eravate". Una parola da propaganda di guerra, che esime dalla necessità di "capire" e impone obbligatoriamente di "schierarsi". Naturalmente contro.
In quasi tre ore di confronto non c'è stato un solo momento di "scivolamento" dal livello politico e storico. Se devo fare un paragone, era un ragionare tra "ufficiali nemici" - inutile ricordare che il suo grado nel suo esercito era molto più alto del mio - su una guerra combattuta venti anni prima. Senza nessuna concessione, ma senza meschinità. Su quel segmento di storia, almeno, nessuno dei due poteva prendere in giro l'altro. O mentire. Tutto era stato messo sul tavolo da molto tempo, ormai.
Le uniche uscite "alla Cossiga" degli ultimi anni arrivavano quando entrava nel discorso qualche politico e qualche "misteriologo" d'accatto. Lì veniva allo scoperta l'insopportabilità - per un "combattente" - dell'essere costretti a far capire, a chi non può o non vuole, le regole e i comportamenti della guerra. Nulla di segreto, quando ci cadi in mezzo li capisci subito. Per chiunque attraversi un conflitto duro, in cui ci si gioca ogni giorno la vita o il futuro, si presenta cioè chiarissima la distinzione tra persone serie, persone che potrebbero esserlo ma devono crescere, persone per bene che non saranno mai dei militanti su cui far conto, e poi i cuor di congilio, i quacquaraquà, le potenziali spie, gli animi da voltagabbana, ecc. Se tu combatti seriamente per la tua parte, vedi anche dal lato del nemico una stratificazione umana identica.
Un'ultima nota poco notata. Cossiga, nelle sue lettere-testamento alle prime cariche dello Stato, ha rivendicato in toto "l'onore di aver servito lo Stato". Ma anche scritto di non volere "autorità" al proprio funerale.
Come Moro, è chiaro. E' un disconoscimento di tutta l'attuale classe politica, in cui non vede "statisti" degni di nota. Ossia leader capaci di distinguere la funzione istituzionale da quella "di parte". Si chiamino Berlusconi o in altro modo. Può essere l'ultimo scherzo della "lepre marzolina"? Non credo. In fondo, con la propria morte non si scherza mai.

Francesco Piccioni, 18 agosto 2010

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