La satira non era un Burp.

Che un genere letterario - Aristofane, Orazio, Ariosto, Voltaire, Parini - sia collassato in un vignetta - Podrecca, Galantara, fino a Forattini, con rispetto parlando - è un mistero che attende di essere svelato. Le parole declassate a didascalia di un’immagine, o un pugno di lettere disposto in un fumetto, è ciò che resta del ‘castigare costumi’. Con l’unico risultato di suscitare reazioni scomposte e scurrili, ma transitorie.
La satira che piace, quella che gira, quella di cui si parla, ormai - e su cui ci si accapiglia - di solito è una vignetta, appunto, scagliata contro gli ultimi arrivati cogliendone unilateralmente qualche tratto, o comunque contro emergenze indesiderate, senza mai collocarle storicamente, così che il genere prossimo risultano essere le barzellette su matti, donne, ebrei, omosessuali, ecc. Riflessi condizionati rilasciati in una vignetta, senza argomentazione. Di satira contro il Potere, ultimamente, se ne è vista poca, se non quella dei ‘buffoni di corte’. A meno che non sia satirica la notizia di Staino direttore de l’Unità.
L’unica volta che Odradek si è cimentata con la satira è stato con Oca pro nobis. Controsillabo giocoso e irriverente di Carlo Cornaglia, Filippo D'Ambrogi, Walter Peruzzi e Maria Turchetto su duemila anni di Cristianesimo, sui suoi tratti salienti, su quelli dormienti, su quelli occultati, su quelli rimossi. Quattro autori si sono applicati a cogliere gli aspetti sicuramente più ridicoli e assurdi al fine di mostrarne, irridendo, l’inconsistenza.  Del Cristianesimo, o di chi mostra di crederci. Come le caselle sul tabellone del gioco dell’oca, si sono alternate - per 144 pagine - 63 fra poesie satiriche, schede critiche sulla dottrina cattolica, canzoni dissacranti e tavole di un’oca giuliva che sogna una chiesa che non c’è. E oche, tantissime oche, irriverenti, ironiche, tenere, graffianti a corredo di ogni testo. Senza mai pretendere che una scheda o una vignetta esaurisse un processo millenario.
Il libro è uscito subito dopo il cambio della guardia tra Ratzinger e Bergoglio. Una catastrofe. Fosse rimasto il pastore tedesco, magari qualche sussulto di anticlericalismo avrebbe concesso al libro una chance, ma al ‘nuovo che avanza’, l’indole compromissoria e attendista degl’italici lettori ha voluto riservare una benevola curiosità. Hai visto mai che cambia la Chiesa!

c.d.b.


Ave Cesare

L'Università di Salerno ha conferito, il 14 ottobre 2015, la laurea Honoris Causa al nostro storico
"irregolare", il Chiar.mo Prof. Cesare Bermani. Di seguito, il nostro riconoscimento di editori, risalente all'ottobre 2011.

Ave Cesare
di Claudio Del Bello

Troppo facile e gratificante lodare Cesare. Ma troppo gravoso e improbo sarebbe
il seppellirlo.
Approfitto allora di questo liberatorio elogio collettivo per un autodafé,
perché i suoi difetti sono quelli di Odradek, la casa editrice che si vanta di aver
pubblicato gran parte dei suoi libri più importanti, e nel cui catalogo Cesare
occupa un posto di rilievo. Direttamente, con i libri a sua firma e come
responsabile della Collana verde, e indirettamente come consiliori, come
autorevole interlocutore nel foro interno, se non responsabile certo complice di
una radicale linea editoriale.
Tanto importante che l'editore l'ha subìto. Odradek lo tratta come un
grande, ma lui ci tratta come il tipografo sotto casa. Le sue indicazioni grafiche
e stilistiche sono una catastrofe, ma indiscutibili, ultimative.
Spegni la luce che passa Pippo. Voci, leggende e miti della storia
contemporanea
, uno dei testi più importanti pubblicati da Odadek, ha un titolo
impossibile e fuorviante. Il libro che generalizza dapprima e poi specifica la
nozione di leggenda contemporanea ha un titolo allusivo, incomprensibile per
la stragrande maggioranza dei possibili lettori. Vi si reinterpreta, in maniera
assolutamente originale, la critica marxiana dell'ideologia calandola
nell'universo pervasivo della comunicazione. In quel libro, le leggende
contemporanee sono sì quelle che produce e dissemina il popolo per difendersi,
ma soprattutto quelle messe a punto dagli Stati maggiori per condizionare
l'opinione pubblica e incrudelire le popolazioni. Insomma, per intenderci, quello
che ha fatto e sta facendo la Nato in Libia, o la ricorrente leggenda dei black
bloc.
È testardo e ostinato nell'imporre titoli e copertine, e ovviamente non
accetta quei tagli che qualsiasi editore propone per il bene della causa. I conti
con i fatti. Saggi su Carlo Cafiero, Luigi Musini, l'occupazione delle
fabbriche
, riedizione a sua cura di scritti di Gianni Bosio, ha una copertina
inguardabile. Storie ritrovate è un libro delizioso e acuminato per alcuni saggi
iniziali, ma poi si appesantisce e si derubrica a storia locale. Tant'è, così ha
voluto e così è stato.
Ma non è questione di carisma o simpatia. È questione di valore. Cesare
è uno storico vero, un metodologo, forse inconsapevole – certo è che non si
sofferma a fare teoria. L'etichetta di storico oralista non solo gli sta stretta ma lo
immiserisce e nasconde la sua maestria nell'integrare strumenti e metodologie.
L'Accademia non l'ha voluto. Peggio per l'Accademia.
Nell'ultimo libro che ha pubblicato per Odradek, Filopanti, dà prova di
essere un autentico DJ - dove D sta per "Documenti". Restituisce la storia di
Emilio Colombo anarchico, ferroviere, comunista, partigiano incastrando i
documenti più diversi, senza aggiungere una parola di suo. Non è più
narrazione, ma il narrarsi. Maestria, appunto.
La sua è una storia che ho definito altrove "della parallasse". Basta
spostarsi di poco e la nuova prospettiva scopre altri e sorprendenti elementi,
relazioni ignorate, percorsi e frequentazioni scansate. Una storia non per picchi
ma per trame. Una ricostruzione corale con l'attenzione maniacale anche per
piccoli personaggi, per l'apparentemente trascurabile.
Il libro che ci lega a lui è ovviamente Il nemico interno. Guerra civile e
lotta di classe in Italia 1943-1976
. Un libro di cui condividiamo la nozione di
"guerra civile", una nozione che, se da una parte ha determinato l'ostracismo,
per lui e per noi, da parte del partigianato ufficiale, dall'altra non ha fatto altro
che precisarsi nel trovare successive conferme nelle vicende italiane.
Tralascio di parlare degli altri libri di cui gli siamo debitori, ma non
posso fare a meno di ricordare la sua “Mappa bibliografica dei revisionismi
storici
”. Era il 1998. E il fondamentale Guerra guerra ai palazzi e alle chiese.
Saggi sul canto sociale
.
Dove sta l'autocritica? Non c'è. Era un espediente retorico per
rivendicare orgogliosamente l'adesione a un modo di fare storia. Il pubblico
riconoscimento della scoperta che quel modo di fare storia rappresenta la nostra
epistemologia, il nostro modo di vedere e sistemare le cose.
Da cui è discesa l'indicazione inequivoca, e senza sconti, sul
revisionismo che è soprattutto quello operato dai partiti storici della sinistra nei
confronti della Resistenza.


Grazie, Cesare!

 

Niente è come esserci

Continuiamo ad avere qualche perplessità ad affrontare in questo blog il rapporto tra sport e politica, perché diffidiamo delle metafore, soprattutto quando, come in questo caso, una viene proposta come metafora dell'altra, vicendevolmente, alternatamente, come specchi che si rispecchiano. Ma ora Felice Accame ci spiazza proponendo risolutamente una relazione sport-filosofia, in cui "essere" e "nulla" si contemplano definitivamente. Dialettica, game over.

Se, nonostante tutto, Martin Heidegger e Jean Paul Sartre avessero mai potuto innamorarsi l’uno dell’altro e se avessero potuto sapere della campagna abbonamenti dell’Internazionale intesa come società calcistica milanese – «Niente è come esserci» – avrebbero di certo goduto di reciproci orgasmi multipli. Infatti, al di là del banale e ovviamente fasullo significato che vorrebbe garantire come nessuna esperienza – per intensità emotiva o per qualità sensoriale – possa essere paragonata all’assistere alla partita di calcio dallo stadio in cui questa è giocata (il nemico è quella stessa “televisione” che, finanziando cospicuamente la società calcistica stessa, rende possibile la partita), al di là di ciò, è palese come la frase possa essere interpretata in modo tutt’affatto diverso. Non sarà difficile, allora, rendersi conto che, testualmente, l’equivalenza è posta tra il “niente” e l’“esserci” (con la maiuscola o senza non cambia il concetto), con una chiarezza cui forse le filosofie esistenzialistiche dei due non sono mai pervenute. Fra l’essere e il nulla, insomma, non si potrebbe porre alcuna opposizione dialettica o meno che sia, ma soltanto una tragica, ineluttabile, identità. Che ci si sia o che non ci si sia fa lo stesso – al mondo, come allo stadio.
Felice Accame

Per una storia dell'effimero

Per una storia dell'effimero *

di Claudio Del Bello

No, il '68 non c'entra. Ormai i giochi erano fatti. Tutto è avvenuto nella mia generazione, che era portatrice sana di effimero, come tutte le altre che l'hanno preceduta; perché l'effimero è una sindrome stagionale, o giovanile, legato alla festa, al dì di festa; è il deragliamento, è la trasgressione, solitaria o collettiva, che sa di essere tale; è il come se, il facciamo finta che, una stipulazione temporanea, l'istituzione della legalità di un sogno: fare fuochi d'artificio e costruire macchine teatrali, in luoghi e tempi determinati, una tantum, in occasione di. È, era, il controllo del discrimine tra fantasie e realtà, prima di attraversare la linea d'ombra; era l'albo dell'Intrepido nascosto sotto il libro delle versioni. Così come, prima, le scatole dei bottoni diventavano generose caserme prodighe di tanti soldati in fila e a coorte.

Qualcosa si è rotto quando i fumetti non si sono più letti di nascosto, quando masse crescenti della mia generazione hanno continuato a leggerli, sfacciatamente, anche da grandi: «Tex Willer e L'Espresso!», reclamavano all'edicola, «La Stampa e Topolino»; era anche un modo di mostrare i consumi, esibire il superfluo: ma non più effimero, perché ne facevano collezione. Si alienavano il vocabolario di greco, ma compravano a prezzi di affezione un chissà perché introvabile albo. E fu il modernariato. Fumetti, ma anche la pornografia: «Corriere della sera e Men», e se ne andavano nascondendo il «Corriere» in un segreto e casuale tripudio di quarti, per lo più femminili. Intrepidi, non a caso; si spalleggiavano, si sostenevano a vicenda asseverando: «ora si fa così!»; che è lo slogan e il motto di ogni demi monde.

Forse gli era intollerabile una doppia vita.

Ormai, custodire il terribile segreto che li avrebbe accompagnati alla tomba (si trattasse di filìa per vecchie o bambine) non era più possibile; e quindi presero a parlare amabilmente di Gabriel Pontello che, per chi non lo sapesse, era un interprete di film pornografici, rinomato per via di una certa sua qual espressività in situazione. Hanno cominciato a parlarne e a scambiarsi pareri, socializzando inclinazioni, giù giù fino alla stampa specializzata e ai siti, tanti siti. Siti che accumulano spazzatura, la diffondono, la catalogano, la moltiplicano. Veniale fu poi lo sdoganamento della musica leggera, l'esegesi delle parole delle canzonette; per cui oggi, il paroliere Mogol, della ditta Mogol-Battisti, si adonta a sentirsi appellare paroliere: «Poeta, prego», dice stizzito.

Perché stupirsi del Grande fratello e della grande curiosità che suscita. Hanno cominciato una generazione o due prima, quando si interrogavano sulla vita privata di Tex Willer. «Non gli si conoscono donne, non sarà omosessuale?», si chiedevano sgomenti. Hanno cominciato a scriverci su dei saggi e poi si sono fatti dare delle cattedre per insegnarli, i fumetti, all'università. Mischiare il vino di tutti i giorni con quello d'annata, non giova a questo, ed è ovvio, ma nemmeno il vinello ci guadagna, anzi. E dispiace più per il vinello, visto che lo si consuma più spesso.

Quando è successo? nel '63? Anche allora c'era Eco. Erano avanguardie? Si potevano fermare? Chi non ha voluto firmare lo stato d'assedio? Non si sono peritati di dannare la goliardia, una volta per tutte; odioso prolungarsi di una stagione che le classi dominanti si concedevano, come le terme; deteriore, ma pur sempre a termine. Un po' come per il Bignami: era utile e l'hanno esecrato, e ora è dovunque, ma non si chiama più così. Hanno dannato la goliardia (e quanto l'ho avuta in dispregio anch'io!), ma l'hanno generalizzata e diffusa in tutta la società, se la sono portata appresso, come una scimmia sulle spalle; hanno sdoganato fumetti, pornografia, hanno scritto saggi sui bamboleggiamenti, sulle filastrocche «Garabalda fa farata») con la conseguenza che poi qualcuno ha cominciato a scrivere filastrocche in forma di saggio; e non tutti riescono più a cogliere la differenza. E poi romanzi a filastrocca, che non finiscono più, che stordiscono e ipnotizzano. Romanzi anche storici, perbacco. Che più che un genere, è diventato un modo per dire: vedete?, la storia non è poi così brutta come la si dipinge. La storia, fàttela da te.

Chi ha paura della storia? Chi ha fatto fuori la storia? Mi diceva una maestra: per fortuna, con i nuovi cicli, nella scuola elementare non si farà più storia. Come, per fortuna? Sì, mi spiegava torva, si farà a cominciare dalla V classe e noi non saremo costrette a spiegare a vuoto cose che i bambini non capiscono e a cui non sono interessati. Le cose che i bambini non capirebbero sono i miti, le storie che i maestri non sanno/vogliono più raccontare. Mentre la contaminatio di un disegno animato giapponese s'incarica di integrarne quattro o cinque. Ma già i peplum movies, che mandano in visibilio tanti cinefili di complemento, non esitavano a far incontrare Ercole, Maciste e forse Zorro.

Una scuola a misura di bambino. Era rimasta la scuola il limite. Il limite era il libro delle versioni, lo stesso che ora giace sotto un cumulo di fumetti. Ora, tolta la storia, finalmente, tutto il mondo è a misura di bambino. E ciò che dura poco, che non dura un processo, che dura finché dura l'interesse, cioè l'attenzione, è l'unità di misura dell'educazione, o della formazione, come preferisce dire la marea montante degli stagisti. E l'effimero è certamente a misura d'interesse. Finalmente, l'eterno presente. Scopo di ogni regime e potere: eternizzare se stesso, fine perseguito da sempre dal capitalismo, è ormai raggiunto.

È accaduto nella mia generazione che tutti i patti venissero rotti, per sempre. Il patto con la natura si era incrinato già da tempo; quello tra i sessi è stato sostituito da defatiganti negoziati in presenza di perdurante guerriglia. Ma la vera catastrofe ai fini di una ricostruzione del senso è la rottura del patto tra le generazioni. La storia diventa un'opzione formativa quando nessuno ha più voglia o qualcosa da raccontare. Che può dire un vecchio che ha passato la sua vita davanti alla televisione? Che senso ha più parlare di res gestae? Uno sciopero poteva essere raccontato, e i racconti potevano alterarne la portata, mentre su quei racconti poteva esercitarsi lo storico. Lo sciopero era un evento che costituiva identità in un antagonismo, nella lotta di classi, si diceva una volta. Ma prima ancora i moti contro le tasse sul macinato o sul focatico. Ora tutti trovano buono e giusto pagare il canone televisivo. Non è un caso allora che ora gli scioperi non si vedono più neanche alla televisione.

Se non c'è educazione ai processi, a lunghi percorsi; se non c'è educazione all'apnea; se non c'è educazione a proseguire anche se non si è capito; se non si educa al riconoscimento continuo della differenza tra il noto e il conosciuto, e quindi a soffermarsi e a ritornare indietro, ovvero a rammemorare; se non si apprezza, intanto, la differenza tra le cose piccole perché lontane e quelle grandi perché vicine, va a finire che è difficile addestrarsi a riconoscere che le cose che sembrano piccoline possono essere invece molto più grandi di quelle che sembrano sovrastare.

Penso a Gaspare De Caro, illustre collaboratore di questa rivista quando, sui «Quaderni rossi», invitava a scrivere le biografie di fabbriche o società per azioni (risultando un falsoscopo e una mistificazione scrivere la biografia, poniamo, di un Agnelli). Abbiamo impiegato tanto tempo per capire che la storia è personificazione di rapporti complessi; tornare a cosalizzare gli uomini è intollerabile.

Vorrei fugare un dubbio che potrebbe venire a qualche cortigiano. La storia che qui si rimpiange non è l'agiografia, e tanto meno l'agiografia dell'Occidente. Al contrario, sono proprio gli orrori dell'Occidente cristiano - colonialismo, imperialismo, fascismo e nazionalsocialismo - a confondersi nelle riduzioni antropologiche, a perdere il loro carattere di processualità e di necessità, a scomparire in una delle tante Disneyland, nelle ricostruzioni
di ambienti (il saloon, l'accampamento dei pellerossa e quello romano, il suk, il villaggio tutsi, e gli Aborigeni d'Australia còlti nella loro vita di tutti i giorni). E ciò che non si può ricostruire con la plastica, con i manichini e i posticci? Non è mai esistito, proprio come ciò che non si vede in televisione. La differenza? quale differenza? replicherà la maestra.

Anche in questo caso, chi ha cominciato? Chi ha cominciato a dire, uffa, basta con la Storia, con gli eventi cospicui, con le figure? Chi ha cominciato a portare l'attenzione sullo sfondo, sul continuum, sul quotidiano, sul rumore di fondo? Esercitando attenzione morbosa per i fatterelli e i tableaux vivants - didattici, si pretende - si è pervenuti alla storia come vita quotidiana.

Già spiare il grand'uomo dal buco della serratura è riprovevole e fuorviante, sentenziava Hegel, ma a spiare la comare, in più, che si guadagna?


da  HORTUS MUSICUS, Luglio-Settembre 2001, N° 7


Roma, 12 aprile 2014

Ne è passato del tempo dal 15 ottobre 2011! Oggidì, i figli della Rete fognaria esprimono creatività e bisogni, orinando sui Ministeri.
 Piove sul bagnato, visto che Renzi sta attaccando la Burocrazia. Sulla Rete il tempo si prende sull'ultimo. Nella feroce selezione, il più adatto risulta il Bimbominchia.

Tutto cominciò quando qualcuno scaricò del letame davanti la casa di Berlusconi. L'equazione era scontata, però la sede non era istituzionale. Comunque non ricordo ci sia stato qualcuno a stigmatizzare la bravata. A sporcarsi è chi la fa.
 L'involuzione scatologica è in atto, centro sul corpo e le sue espressioni. Reazioni metaboliche. Niente di riflesso. Boutades. Comicità. Fescennino. Se la politica la fanno i corpi, la discussione relativa sarà su umori, rumori e deiezioni. Moderata da comici e vignettisti.

Certo è che se il salario non riesce a rappresentare e comporre i bisogni, questi si autonomizzano secondo le funzioni del corpo, come i castelli di Eulalia Torricelli. Se la realtà prende a rappresentarsi antropomorficamente, l'apologo di Menenio Agrippa è in agguato. E la classe è liquidata, alla lettera.

È appena il caso di ricordare che Marx "personalizza" solo Monsieur le Capital e Madame la Terre, che si giacciono insieme per generare il proletariato e il pauperismo, fenomeni assolutamente moderni, e modernamente trattati da giudici e poliziotti. Ma il proletariato non lo raffigura mai. Chi vuole compiacersi, si accomodi con Photoshop.

p.s. - Quando si portano in piazza migliaia di persone, prima preoccupazione deve essere quella di non esporle a pericoli, e comunque di difenderle. I percorsi dei cortei devono garantire vie di fuga, e non concludersi in tonnare.
I Romani sono scomparsi nel 476 d.c., ma i Volsci molto prima.


c.d.b.

Il gruppo 63: il morto non è sepolto abbastanza.

Giovedì 28 febbraio è uscito dalla tipografia Il Gruppo ’63 di Francesco Muzzioli. Ma già il 14 febbraio, Eugenio Scalfari aveva propinato su l'Espresso questa intemerata. Il libro di Muzzioli è una ricostruzione scientifica. Ma, a leggere Scalfari, chiunque si occupi di quella cosa là è un fiancheggiatore. Gruppo ’63? Bleah! Anzi, doppio Bleah!! Notevole, ma non sorprendente, la consonanza con una “uscita” di Giuseppe Conte su Il Giornale.

“Misera eredità”, “Avanguardia da vagone letto”. Un fuoco di sbarramento espresso-repubblica-ilgiornale. Il Gruppo ’63 li ha messi d’accordo. Ci risiamo.

Il problema di un uso anticonformista della letteratura, solitamente rimosso e cancellato dall’agenda, si riaffaccia periodicamente con gli anniversari del Gruppo ’63, come quest’anno per giunta con la cifra tonda del mezzo secolo. La scadenza potrebbe almeno suscitare qualche riflessione seria. Ma no! I reduci, ormai interessati ad altro, si abbandonano ai ricordi oppure scherzano e minimizzano (il gruppo non è mai esistito, è stata una esperienza giovanile, ecc.). Dall’altra parte si rinnovano le espressioni irritate, gli avvisi di non ricevimento. Stavolta perfino un santone laico come Scalfari non ha saputo fare di meglio (forse perché troppo assorbito nel fare le sue profezie elettorali) della solita lezioncina sull’intellettualismo, la mancanza di rischi e la distanza storica di un fenomeno ormai superato. Ma è facile dire “non hanno prodotto opere”, senza specificare in base a quale parametro si impianta la valutazione estetica! Quando Scalfari, nel suo assai poco delicato vetro soffiato, sentenzia che “le rotture furono soltanto culturali”, io dico: magari ce ne fossero! Capisco che la mancanza di punteggiatura faccia faticare un lettore dei classici, ma un po’ di fatica nella lettura non può fare che bene e aiutare la riflessione. Il fatto è che, se il tema dell’avanguardia suscita ancora queste rimostranze, ciò significa che il morto non è sepolto abbastanza. Insomma, vogliamo dirlo che il problema di animare la scrittura in modo inventivo e “abnorme” e di restituirle la fisionomia di un campo di ricerca non è affatto tramontato? Poi si potrà valutare se alcune scelte degli anni Sessanta siano o no utilmente praticabili, ma ci vorrà pur qualche procedimento divergente per uscire dall’assuefazione dei generi di consumo e per non restare inebetiti tra il giallo e il noir, tra la saga e il triangolo sentimentale, oppure nello sfogo privato dell’effusione lirica? Quelli sono davvero “trifogli rinsecchiti”! Per rottamare il sistema letterario è necessario tornare al 63!

Carlo Marchese

Il capitalismo è morto, il capitale è vivo e vegeto

 

Anzi, i capitali sono in vitalissima competizione tra loro. Questione di parole? Forse, ma le parole, che possono essere dure come pietre, come pietre possono sbriciolarsi. Il capitalismo non c'è più, non c'è più, non c'è più…

A morire è stato l'ismo, è morta l'ideologia del capitale. L'insieme delle tante ideologie che a vario titolo sono state elaborate per fingerne la natura, ma alla fin fine per mistificare la realtà del rapporto di produzione vigente. E ora? Da un po' di tempo, nessuno più sta lì a scrivere le apologie del capitale. Nessuno più ne prende le difese. Nessuno più è pagato per scriverne le sorti millenarie. Esso agisce in prima persona per fini immediati, senza dar conto a nessuno. La crisi è permanente,  il ciclo non c'è più e i parassiti del ciclo sono rimasti a spasso.

Rimangono solo quelli che vorrebbero tenerla in vita, la parola - e sotto sotto, la "cosa". Magari riesumando Keynes, per praticargli la respirazione bocca a bocca, o vigorosi massaggi al cuore.
In ogni caso, sarà difficile disegnarci un mondo possibile, magari a partire dalla ricerca della felicità. È suonato il si salvi chi può. Fuor d'ideologia, quindi… fosse la volta buona!

È lampante. Ma chi glielo spiega alla variopinta schiera dei minuti riformatori che a partire dalle ideologie del capitale avevano elaborato "persino dei veri sistemi"? Anticapitalistici, ovvio, ma solo ideologici. E l'ideologia è accattivante non perché svela o rivela, ma in quanto riesce a celare, stravolgendo.

Gli ideologi non servono più. Ora, facce fungibili sui media, rassicuranti ma a rotazione, agitano spauracchi, incubi alternativi. L'input è, giorno per giorno, l'andamento dei mercati. L'oggettività delle cifre. C'è sempre un analista a cui commissionare uno studio ad hoc.
Si dirà, ma anche questa è ideologia! Sì certo, non resta che cominciare a smontarla, anziché tentare improbabili egemonie, anziché aspettare un rimbalzo che non verrà.

Se muoiono le ideologie del capitale, evaporano anche le ideologie pattizie, riformatrici, e anche quelle Costituzioni che insieme a simili ideologie avevano preso corpo.
Una frazione di capitale ha sussunto lo Stato, dispone a suo piacimento del Presidente della Repubblica, e attraverso di lui della Magistratura, può ignorare un Parlamento sotto ricatto, e prescindere dalla volontà popolare grazie al controllo dei media. Basta chiacchiere.

Non è un caso che il nocchiero provenga da una università privata, anzi dall'unica e vera università cresciuta fuori del controllo della comunità scientifica e della tutela dello Stato. Non è un caso che l'operazione sia stata propiziata dal Vaticano. Uomini dell'Altrove.

Pagine: 1 · 2

A.C.A.B. Quant'è figo essere bastardi

Stefano Sollima, figlio d’arte del regista Sergio, autore feticcio per i cultori di spaghetti western, è approdato sul grande schermo con A.C.A.B., pellicola tratta dal romanzo di Carlo Bonini, incentrata sulle attività e sul profilo umano di un gruppo di agenti antisommossa. Un esordio cinematografico clamoroso con un soggetto pressoché inedito, mai nessuno finora aveva provato a rappresentare cinematograficamente gli agenti con i caschi blu.


A.C.A.B. “All Cops Are Bastards” è un acronimo longevo, transgenerazionale e transpolitico, anche molto intuivo come slogan in esteso per chi non conoscesse l’inglese. Nasce agli inizi degli anni ’80 come canzone/manifesto della controcultura skinhead non ancora “nazificata”, è riuscito a propagarsi in tutta Europa incubandosi e riproducendosi prevalentemente nelle curve degli stadi. Ora se lo rivendicano tutti questo slogan, siano essi estremisti di destra o di sinistra, criminalità comune e molto più in generale tutti coloro che si sono imbattuti nella polizia venendone fuori con qualche sfregio in corpo. Stiamo parlando di un fetta di popolazione considerevole che annovera tra le proprie fila anche “bravi cittadini” incensurati e non dediti ad alcuna forma di delitto.


Verrebbe subito da pensare che si tratti di un film di denuncia, ma non è così, ci troviamo di fronte a una vera e propria apologia del Reparto Celere. Della denuncia sociale non je ne po’ fregà de meno, nonostante Stefano Sollima sostenga che A.C.A.B. sia il risultato di una fusione tra cinema di genere e cinema d’autore. Molto più semplicemente una nuova industria di fiction, di cui lui è momentaneamente il regista di punta, ha capito da un pezzo che il processo di fascinazione a mezzo video di ciò che è socialmente torbido vende, e vende alla grande.


Il cinema italiano ha una lunga tradizione di film poliziotteschi caratterizzati da cinismo e modi spiccioli, ma mentre questi venivano prodotti con un budget assai limitato e con delle trovate tecniche molto artigianali, in questo caso i finanziamenti sono ingenti ed abbracciano il lungo processo che va dalla pre-produzione alla post-produzione. Per intenderci, i film i polizieschi all’italiana di autori come Castellari, Lenzi o Di Leo non trovavano di certo lanci e anticipazioni, nonché recensioni favorevoli, nei media mainstream.

A.C.A.B è il punto d’arrivo di un percorso partito da lontano, e per arrivare a ciò i quasi dieci anni di riscrittura di Romanzo Criminale (libro, pièce teatrale, film e serie televisiva), di cui lo stesso Sollima ha diretto la serie televisiva prodotta da Sky e ora proiettata nel mercato internazionale, sono stati un banco di prova fondamentale. In R. C. gli squallidi e impresentabili volti dei maglianesi originali vengono sostituiti da attori di grido, le loro intricate connessioni con mafia, camorra, estremismo di destra, settori deviati dello stato e istituzioni finanziarie in odor di santità, notevolmente semplificate per incentrare il tutto nella dinamica soggettivista di un gruppo di gangster alla conquista eroica del mondo.
Che c’è di male poi nel feticizzare cinematograficamente un gangster? È dai tempi di Scarface che si fa. Ma in questo caso i nostri si son spinti più in là, fornendo un'aura magica addirittura a un terrorista dei NAR come Carminati. In compenso, qualche attento osservatore chioserà che l’hanno pure fatto morire a metà della seconda serie (per chi non lo sapesse Carminati è ancora vivo).


L’operazione è andata talmente a buon fine che nell’immaginario collettivo i protagonisti di Romanzo Criminale hanno preso il posto degli veri maglianesi anche nella cognizione dei fatti storici realmente accaduti. La storia soccombe ai piedi della fiction nel cortocircuito tra realtà e rappresentazione traslata, questo è un bel problema per noi che ci occupiamo di storia, non per loro che ci guadagnano sopra.
A.C.A.B. segue il format, non si discosta più di tanto. I protagonisti sono sempre degli impresentabili, ma il contesto, di cronaca stavolta, non è traslato nel verosimile, i riferimenti ad avvenimenti di cronaca più recenti non sono allusivi ma espliciti, come l’assassinio della Reggiani, quello di Gabriele Sandri e il linciaggio dell’ispettore Raciti.
Nel gruppo capeggiato da Mazinga (Giallini) prevale uno spirito di squadra totalizzante, che si pone ben al di sopra dello Stato per cui dovrebbero agire, e anche in aperta contrapposizione ad altre categorie di poliziotti da loro considerati privilegiati. Al di là del loro ristretto ed esclusivo cameratismo c’è il vuoto morale: chi resta fuori è un nemico reale o potenziale da annichilire.

Pagine: 1 · 2

Università privata

Conviviamo con gli ossimori da così tanto tempo che non siamo più in grado di avvertirli. «Tutto a posto e niente in ordine», diceva quello. Appunto, a cominciare da ciò che si è sistemato nella nostra testa.

Abbiamo cominciato con "guerra umanitaria", ora abbiamo l'"austerità espansiva" e pure il "lavoro libero". L'offensiva del capitalismo si dispiega nella sussunzione reale del linguaggio e nella sua manipolazione a proprio piacimento. Il linguaggio è mio e lo gestisco io.

Tutto passa, senza inciampi. Figurarsi se qualcuno si accorge di "università privata". Mica è "ghiaccio bollente", non esibisce immediatamente l'accostamento di due termini confliggenti. Chissà se qualche reazione provocheranno "carcere privato" o "esercito privato". Di "polizie private" ce ne sono tante! Qual è il problema?

Il problema è lo Stato, o lo stato dei Padroni, se si preferisce. Ma con lo Stato delle Multinazionali, la perdita è secca, anche nei confronti del "comitato d'affari della borghesia". Già, perché la borghesia mandava i suoi figli nelle università nazionali, e le manteneva decenti, selezionando all'occorrenza qualche talento proveniente dalle classi subalterne. Ora, la borghesia delle multinazionali manda i figli a cercare l'eccellenza in giro per il mondo. La liberalizzazione dell'Università significa la sua appropriazione privata, per mettere le mani su ciò che ha ancora valore, e mandare il resto alla malora, in concorrenza con la LUMSA - Libera Università Maria Ss. Assunta - CEPU e le università telematiche.

Certamente, quindi, togliere valore legale al titolo di studio rappresenta il compimento del lungo processo di privatizzazione e di estromissione dello Stato. Il misfatto è compiuto.  Si è cominciato con il riconoscere l'autonomia finanziaria degli atenei, si è proseguito passando al 3+2, facilitando studi ed esami, inventandosi titoli di corsi all'americana (perversioni sessuali nelle formiche, o giù di lì),  facendo pagare tasse irrisorie, moltiplicando le sedi universitarie - raddoppiate in un decennio: da 45 a 83. Università come le provincie -, finendo con il confezionare lauree su misura e alla portata di tutti, con il plauso dei beoti sessantottini (ho sempre preferito il settantasette). Dimenticavo gli oltre cinquanta corsi di laurea in scienze della comunicazione sorti in pochi anni qua e là per il paese. Giocherellare con le parole e con le immagini, in tempo di crisi, è risultato imbarazzante.

A questo punto il gioco è fatto. Nessun ente o istituzione può certificare la comparabilità di lauree prese nei diversi atenei, e quindi la loro rispondenza a caratteristiche minimali. Nessuna garanzia per chi ha studiato, comunque non da parte dello Stato.

Lo disse uno, generalmente acuto: "il diritto è il riconoscimento del fatto". Appunto, se lavorano a una legislazione che toglie il riconoscimento legale del titolo di studio, vuol dire che tale titolo non ha più valore. Ormai.

Di chi le responsabilità, e come se ne uscirà? Parliamone. Una cosa è certa: l'Università è pubblica o non è.
cdb

Schiaffi alle mani, ma non più di tanto

Poche le immagini, in questo blog disadorno. Nell'idea che le parole dovrebbero bastare a comunicare. Mica vero. Il linguaggio, il parlare e lo scrivere, altro non sono diventati che didascalie. Si tratti di quelle che compaiono sotto un'immagine, o in un fumetto che si libra indicando chi parla. Le parole sono contrappunto alle smorfie, sono comandate dai gesti, dall'indice-e-medio che alzati in coppia, specularmente, grattano l'aria per contenere qualche affermazione. Le virgolette, no?

Ci sono frasi che senza l'aiuto del gesto non significherebbero nulla.
- Non m'importa. E se m'importa: «Non più di tanto».
- Ma "tanto" quanto? Così? Così? O addirittura così? Quanti centimetri tra pollice e indice, arcuati? E se le mani si allargano a rappresentare la lunghezza di uno storione? T'importa tanto? Poco, o nulla?
- Beh, te l'ho detto. «Non più di tanto».

Il gesto, l'insieme dei gesti, d'altra parte, non è più quello codificato dal principe de Curtis. Per carità di dio, guai a fare le corna - indice e mignolo, sono stati sostituiti dal dito medio, yankee e sodomizzatore -  a meno che non spunti il pollice complanare. Ma per socializzare, mi dicono.

Il massimo della socializzazione consentito, e a cui è sconsigliato sottrarsi, è il correre brevemente verso il prescelto, che a sua volta si coordina, per prendersi vicendevolmente a schiaffi le palme delle mani rivolte verso l'alto. Una sola volta. Per evidente mutua soddisfazione.

gaspare mastorna

Free Blog Themes and Free Blog Templates