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Salvatore Capogrossi
STORIA DI ANTAGONISMO E RESISTENZA

Introduzione di Claudio Del Bello

pp.XX-245 € 10,33

 

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"Avevo cominciato a scrivere la storia della mia vita, poi piano piano questi ricordi si sono indirizzati e hanno seguito certi fili che sono diventati grossi come corde; mi sono messo a scrivere della mia vita, e invece ho parlato di Genzano, del Partito e della resistenza al fascismo. Segno che altro non è stata la mia vita."

Salvatore CAPOGROSSI nasce a Genzano di Roma il 15 agosto 1902.
"Contadino" recita la scheda segnaletica della polizia.

Infanzia socialista, Gioventù socialista, Gioventù comunista, Partito comunista, sono le prime tappe del suo cursus honorum.
Comincia ad avere dimestichezza con le armi quando viene assegnato alla sorveglianza dell'on. Francesco Misiano, che il Partito socialista aveva mandato a Genzano per motivi di sicurezza.
Poi, a fascismo ormai instaurato, organizza una formazione degli Arditi del popolo, così che Mussolini, nel famoso discorso in Parlamento del 3 gennaio 1925, potrà ancora lamentarsi dei "sovversivi" di Genzano.

Nel 1927, con le Leggi speciali ormai promulgate, viene inviato a Napoli per dirigere la federazione clandestina del Partito comunista. "Lodovico" è accompagnato dalla moglie, Luigia Colangeli, che si occupa del Soccorso rosso.
Vengono arrestati nel 1928 grazie alla delazione di un infiltrato. Davanti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato riesce a scagionare la moglie e gli altri compagni arrestati, ma viene condannato a 10 anni; alla sentenza, com'era uso, riesce a gridare "Viva il comunismo", perdendo qualche dente e rimediando una lesione renale ad opera dei carabinieri di scorta.
Gira un po' di carceri (Volterra, Alessandria, Procida, Viterbo, Civitavecchia) e ha modo di conoscere un gran numero di comunisti, noti e meno noti. Sconta otto anni beneficiando di due amnistie, e nel 1935 è di nuovo a Genzano a ritessere le fila.

Nel 1937 riuscirà a sottrarsi alla grande retata che metterà in ginocchio l'organizzazione comunista dei Castelli romani. Ma non riesce a sfuggire al confino: cinque anni. Al ricorso si oppone un'informativa e il parere di un colonnello dei Carabinieri, tale Bonansea, che in due paginette scrive la più concisa e, non volendo, la più entusiastica e corriva biografia di Capogrossi. Cinque anni di buone frequentazioni (Terracini, Spinelli, Li Causi, Ravera, Pertini, Scoccimarro, Secchia, ecc.) e in luoghi tutto sommato ameni (Ponza, Tremiti, Pisticci).

Esce nel 1943 per fine pena, appena in tempo per organizzare la resistenza armata nei Castelli; è il commissario politico, con Severino Spaccatrosi comandante militare e Fulvio Mandrella all'organizzazione. "A fronte di centinaia e centinaia di perdite inflitte al nemico noi non avemmo nessuna perdita tra i combattenti o per rappresaglie dirette, mentre purtroppo ben cinque genzanesi morirono alle Fosse ardeatine".

A Liberazione avvenuta Agostino Novella lo chiama a dirigere la Federterra, e lavora a una formidabile macchina organizzativa che "produce" numerose manifestazioni di piazza e centinaia di occupazioni di terre incolte. Ora Capogrossi deve tener testa, oltre che a questori e a prefetti, a Scelba e a Segni, ma anche a Gullo e a D'Onofrio.
Mentre con Segni riesce a trattare e con Scelba riesce a spuntarla (epico lo scontro verbale al Ministero degli Interni), il partito lo ferma; gli annulla uno sciopero generale (sarebbe stato il primo dell'Italia repubblicana) da lui voluto ma proclamato all'unanimità dalle Leghe e dalla Camera del lavoro, lo toglie dalla prima linea del movimento contadino e lo congela nel movimento cooperativo.

Dopo tanto tempo, a 83 anni, Capogrossi si mette alla macchina per scrivere e inizia a seguire le fila dei ricordi scrivendo in realtà un notevole e importante testo di storia: S. Capogrossi, Storia di antagonismo e resistenza, Roma: Odradek edizioni, 1996.

 
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